Il film della settimana (10-16 Dicembre 2017)

Le prénom (Cena tra amici, Alexandre de la Patelliére e Mathieu Delaporte, 2012)

Mario Adinolfi ha deciso di salvare nella sua “cassaforte impermeabile”  questo film. Gli ho chiesto di raccontare il perchè in poche righe. 

“Questa perla francese è un film tratto da un’opera teatrale che ha spopolato a Parigi e che di cinematografico ha poco, è quasi interamente girato all’interno di un salotto ed è un film fatto solo di parole, di interpretazione clamorosa degli attori, di straordinaria capacità di scrittura degli sceneggiatori, di cura dei movimenti di macchina dei due registi. In sostanza, un film difficilissimo da rendere come film, per questo un virtuosismo perfettamente riuscito e incredibilmente bello. Nella sua versione originale francese, però, anche estremamente dura e crudele sul tema del pregiudizio e della debolezza nascosta da ciascuno di noi. La versione italiana edulcorata con Alessandro Gassman e Rocco Papaleo non funziona, proprio perché prova ad arrotondare gli angoli, ad attutire le asperità. Un film crudo, ma anche molto divertente, che prova quanto straordinario possa essere il cinema quando lascia da parte gli effetti speciali e si concentra sull’umanità dei personaggi, le loro fragilità, le loro brutture, salvate comunque dall’esperienza solidale dell’amicizia vera e dalla nascita vera di un bambino, che conclude perfettamente una vicenda piccola ma narrata con maestria colossale.”

 Cineteca completa.


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Lunedì della II settimana di Avvento

veglia

Audio Omelia 2015

Audio Omelia 2016

Vangelo  Lc 5,17-26

+ Dal Vangelo secondo Luca

Un giorno Gesù stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della Legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni.  Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza.  Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?».  Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire “Ti sono perdonati i tuoi peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio.  Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».

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Consolati (10/12/2017)

Foto di Valerio Barbantini

Audio Omelia

Il profeta non indovina il futuro. Il profeta legge il presente con gli occhi di Dio oppure annuncia l’imminente intervento di Dio. Non ve ne accorgete? Isaia grida a un popolo scoraggiato per il lungo esilio, un popolo che non ha più fiducia, che constata come le promesse di Dio non si siano ancora realizzate, che nulla è cambiato nella storia, malgrado la presenza del Dio di Israele.

Non ovunque si innalza il grido di gioia. Il profeta grida nel deserto. Alza la voce in un luogo inospitale e desolato dopo lunghi anni di pianto e il suo è un grido che porta la consolazione di Dio. È un annuncio lieto. Porta una lieta notizia. Dio lo ha plasmato, lo ha forgiato in questo caso per andare e portare notizie buone.

«Consolate, consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati» … Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere…

Ma la buona notizia qual è?  Qual è questa consolazione che è compimento di ogni consolazione, anche di quelle gridate dal profeta Isaia? Come Dio ci consola in mezzo al feroce deserto esistenziale di oggi? Come asciuga lacrime che comunque continuano ad esserci? Marco, discepolo di Pietro, inizia così il suo vangelo:  Inizio della buona notizia che è Gesù Cristo…

Se ci chiedessero perché siamo cristiani, se ci chiedessero cosa c’è di nuovo nella fede cristiana, qual è la sua differenza fra tutte le altre reli­gioni, la nostra risposta sia semplice e chiara: noi crediamo che Dio è amore e lo crediamo perché Dio si è fatto uomo. Per noi cristiani la Parola di Dio non è semplicemente un li­bro, la Parola di Dio non è semplicemente la Bibbia.

Perché noi non siamo un popolo del Libro. Per noi la Parola di Dio è Gesù Cristo. Dio ha voluto non solo parlarci, ma ancor più che noi conoscessimo il suo amore: ha voluto donarci la sua comunione. Per questo non ci ha scritto, ma ci ha abbracciato, per questo è venuto in mezzo a noi, facendosi carne.

Il Concilio Vaticano II ha scelto due parole per dirci quale immenso dono sia l’incarnazione, quale novità assoluta e quale bellezza scon­volgente contenga tale annunzio, capace di cambiare tutta la nostra vita: Gesù è il me­diatore e la pienezza della rivelazione. Gesù è la buona notizia.

È il “mediatore”: solo attraverso di lui, solo attraverso di lui bambino, scopriamo quan­to Dio ci ami. Nessun uomo aveva nemmeno immaginato che Dio potesse amarci tanto. Senza la “mediazione” di quel bambino, con tutti i nostri studi, noi ancora non conosceremmo l’amore di Dio.

Ma quel bambino non è solo il “mediatore” della Parola di Dio: è la Parola di Dio stes­sa, è la “pienezza” della Parola di Dio. Quel bambino è più grande di tutti i libri donatici da Dio, di tutti i comandamenti, di tutte le testimonianze di profeti e santi. Quel bam­bino è Dio in mezzo a noi: Dio è voluto venire in mezzo a noi. Non gli è bastato dirci delle parole. Ci ha consolato al punto da voler esse­re in mezzo a noi. Molte religioni affermano giustamente che Dio è onnipotente, infinita­mente più grande dell’uomo. Il Natale ci mo­stra una onnipotenza che si potrebbe definire “al quadrato”. Dio non è solo onnipotente perché infinitamente più grande: Dio è tal­mente onnipotente nel suo amore da potersi fare piccolo per amore, da nascere come un bimbo in mezzo a noi.

di Padre Maurizio Botta C.O.

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Sabato della I settimana di Avvento

Audio Omelia

Vangelo  Mt 9,35-10,1.6-8

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. E li inviò ordinando loro: «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

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Fuori dal tempo (08/12/2017)

Audio Omelia

Sembra non esserci nulla di più estraneo a un ragazzo di oggi della celebrazione dell’8 Dicembre, Immacolata Concezione di Maria. Maria concepita senza peccato originale. Addirittura la maggior parte di chi andrà a Messa oggi farebbe fatica a spiegare il cuore di questa solennità. Eppure, ieri, viaggiando in treno ho avuto un flash. E se fosse il contrario? Se fosse che i ragazzi se ne vanno proprio perché non parliamo di ciò che costituisce il nucleo pulsante di questa festa? Mi è sembrato evidente che sia proprio così. Perché il peccato originale, le sue conseguenze, non sono da dimostrare teologicamente, è sufficiente descriverle, anzi riconoscerle, ammetterle. La slealtà di non parlare di questo guasto terribile dentro ognuno di noi e di loro getta sulle loro spalle responsabilità ingiuste o marchi insopportabili. Se non ce la farai è perché o sei cattivo o sei malato. La festa di oggi, invece, ci dice che se non ce la facciamo è perché c’è anche un guasto da cui Qualcuno ci può guarire. C’è una malattia da cui si può guarire. L’ottimismo ideologico che urla che siamo sani, ovvero che basta volere per potere, è una menzogna omicida della speranza perché se poi non puoi, e guardate che sempre non possiamo, la colpa o la malattia saranno tutte nostre. Non è forse questo lo sguardo che il mondo crudele riserva per i più giovani? Un ottimismo sciocco sulla natura umana, obbligatorio, per poi concludere quando emergono annoiati come il mondo degli adulti, tristi come il mondo degli adulti, arrabbiati come il mondo degli adulti che o sono più cattivi dei loro nonni o che sono più malati. A scuola è tutto un improvvisarsi psicologi e psichiatri, un lanciarsi in ardite diagnosi di bisogni, disagi, deficit e quant’altro. Così almeno il problema è loro, dei ragazzi e delle loro famiglie, mai nostro come insegnanti. In questo modo la scuola finisce per incarnare le parole di Sartre “l’inferno sono gli altri” con il loro sguardo oggettivante che imprigiona i giovani studenti in una categoria clinica. Ragazzi unici e irripetibili diventano un’etichetta orribile: quello è un BES, quello cioè è un ragazzo con bisogni educativi speciali, quella ha bisogno di un PDP, un piano didattico personalizzato… Il tutto per non dire che tutti, ma proprio tutti, siamo guastati e senza il medico siamo così malati che ci feriamo gli uni gli altri. A ucciderci sono gli sguardi senza amore, indifferenti, volgari e, senza il Salvatore, tutti così ci guardano e tutti così guardiamo. Il peccato originale non si spiega, si racconta partendo dalla vita. Quando l’ho fatto, l’attenzione dei più giovani era addirittura spasmodica.

E poi c’è lei: Maria. Parlare di Maria sembra così inattuale… Lei che incarna tutto quello che la donna occidentale ha orrore di essere: vergine e madre. Eppure? Eppure quando ho preso coraggio, mi sono fidato e ho parlato di lei ho sempre visto, anche nelle ragazze apparentemente più trasgressive, un addolcirsi nello sguardo, un arrossarsi del volto, un diventare pensose. La Madonna è veramente sempre la Madonna. È così unita a Dio in anima e corpo che solo il suo nome produce un cambiamento del clima spirituale. Ho trovato questo amore per Maria in carcere e devozione alla Madre di Dio in persone insospettabili. Maria ci conferma che il nostro guasto non è assoluto, che i nostri tentativi hanno valore, soprattutto che c’è suo Figlio, il medico per la nostra sfinitezza mortale. Ecco perché al momento del canto finale Immacolata, Vergine bella, così popolare, così vecchio, così anti-moderno nel testo e nella melodia, così fuori dal tempo, con gusto misterioso, tutti insieme, bambini, giovani adulti e vecchi ci troviamo con convinzione a cantare ogni anno, siam peccatori, ma figli tuoi, Immacolata prega per noi…     

di Padre Maurizio Botta C.O.

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