Innominabile

grunewald

La camera di Filippo Neri, al momento della sua morte, era impreziosita da una ricca biblioteca. Tanti libri li aveva ricevuti in dono, ma molti li aveva personalmente acquistati e poi letti e meditati. Tra questi troviamo i sermoni sulla Passione di Cristo di Giovanni Taulero, predicatore domenicano di Strasburgo, morto nel 1361, uno dei più grandi maestri della mistica renana. Anche da letture come questa capiamo quale fosse la vera fonte della Gioia di San Filippo. L’esperienza della Pace e della Gioia di Cristo, il Dono del centuplo già in questa vita, non sono mai dissociabili dalla battaglia spirituale (Il combattimento spirituale di Lorenzo Scupoli è sempre stato uno dei testi di riferimento della formazione oratoriana), dalla sofferenza, dallo spogliamento di sé stessi fino alla nudità. Come meditazione per questo Venerdì Santo vi propongo, allora, alcuni passi del Sermone 83 di Giovanni Taulero composto in occasione della Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Mi sembrano passaggi incisivi per capire fino in fondo quanto il tentativo di rimozione della centralità della Croce e della Risurrezione di Gesù sia sempre in atto, ieri come oggi. Una verità inconfutabile, ma sempre imbarazzante, scandalosa, innominabile.

Quando nostro Signore diede all’ angelo il permesso di colpire e di distruggere tutto ciò che vi era sulla terra (Ap 7,3; 9,4), disse: «Non risparmiare alcuno, tranne coloro che portano sulla fronte il Tau, cioè la croce»; chi non porta in sé e sulla fronte la croce, non verrà risparmiato. La croce simboleggia la sofferenza. Egli non ordinò di risparmiare le persone di grande intelligenza, né i contemplativi, né gli uomini d’azione, ma solo chi aveva sofferto. Non ha detto: «Chi vuol seguirmi o chi vuol venire a me, mi segua per mezzo della contemplazione », bensì «nella sofferenza »; egli disse: «nella sofferenza». 

Figli miei, non può essere diversamente, la si giri come si vuole: l’uomo deve portare una croce; se vuole diventare un uomo buono e giungere a Dio, deve sempre soffrire; deve sempre portare una croce, qualunque essa sia; se ne fugge una ne incontrerà un’altra. Nel mondo non è ancora nato colui che con belle parole potrà dire che non è così. Tu devi sempre soffrire, fuggi dove vuoi, fa’ ciò che vuoi; potrà accadere una volta che Dio metta le sue amabili spalle sotto la tua croce e ne porti il peso nel tratto più difficile; allora l’uomo si sente così libero e leggero che gli sembra di non aver mai sofferto e non è più conscio della sofferenza. Ma appena Dio si sottrae al fardello, questo grava sull’uomo, con tutto il suo peso insopportabile, tutta la sua amarezza.

Nostro Signore fu inchiodato sulla croce così nudo che dei suoi abiti neppure un filo rimase sul suo corpo e quegli stessi abiti vennero tirati a sorte, davanti ai suoi occhi. Come è vero che Dio vive, io so che se vuoi giungere alla perfezione, devi spogliarti di tutto ciò che non è Dio, in modo da non trattenere neppure un filo e tutto dovrà essere posto in gioco e perduto, e la gente dovrà farsene beffe e considerarlo una pazzia e una stoltezza.

di Padre Maurizio Botta C.O.

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Giovedì Santo

Tutta l’attenzione dell’anima deve rivolgersi ai misteri che in questa messa soprattutto vengono ricordati: cioè l’istituzione dell’eucaristia, l’istituzione dell’ordine sacerdotale e il comando del Signore sulla carità fraterna: tutto ciò venga spiegato nell’omelia. Paschalis sollemnitatis -16 gennaio 1988

Giovanni, nel riferire le ultime ore di Gesù con i suoi discepoli e raccogliendo i «discorsi dell’ultima cena» non racconta i gesti e le parole sul pane e sul vino come fanno gli altri evangelisti o San Paolo nell’antichissima lettera ai Corinzi (53 d.C.). Giovanni ricorda, invece, il gesto della lavanda dei piedi non trasmesso dagli altri evangelisti, e lo definisce “amare fino alla fine”. La lavanda dei piedi illuminò per Giovanni le parole precedenti di Gesù:  Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi. Fate questo in memoria di me. Ed è  fondamentale capire visto che Gesù subito dopo avrebbe detto: Vi do un comandamento nuovo. Amatevi come io vi ho amato.

Nella prassi orientale antica era usanza offrire acqua all’ospite perché si lavasse i piedi impolverati dal viaggio, coperti solo da sandali. Ma un testo giudaico di commento all’Esodo esplicitamente ammoniva che non si poteva esigere neppure da uno schiavo che lavasse i piedi al padrone o al suo ospite.

Voi, vi … A chi Gesù ha lavato i piedi? Ai più vicini. Ai suoi Dodici. Osserva Jean Vanier «quando Gesù istituisce l’eucaristia si rivolge a tutti e dodici i discepoli insieme; ma quando si inginocchia e lava i piedi, lo fa a ciascun discepolo individualmente, toccando la sua carne» Piedi conosciuti quindi. Non di poveri o malati, ma di uomini frequentati quotidianamente. Il comandamento più arduo. Quel “voi” è definito da Dio. Dodici non tredici. Questi e non quelli. Quante volte ho visto generiche passioni per i lontani, per gli ultimi. Tuffi carpiati nel volontariato sociale. Tutto, ma fuori. Ai lontani perdoniamo molto, perché nulla abbiamo da perdonar loro. Paternalisti e indulgenti fuori, mai con lo sposo o con la sposa. Buonisti all’esterno con i lontani, mai buoni con i credenti come te. Uomini irenisti e ottimisti sul mondo, ma che ai propri sacerdoti non perdonano nulla. All’emarginato una fredda condiscendenza. Al prossimo feriale, quello vicino, una spietatezza che recrimina anche sulle virgole.

Gesù istituisce in questa sera il sacerdozio per la celebrazione dell’Eucaristia. Quanti ho incontrato che cantano la presenza reale di Cristo nel Sacramento dimenticando il perché questo Vero Corpo e Sangue ci è donato. Farmaco per vivere il comandamento più radicale di Cristo. La Grazia necessaria per vivere l’amore più abissale quello della quotidianità, quello di tutti i giorni. Cristo non ci chiede di amare l’uomo o l’umanità. Troppo troppo comodo. Troppo chic. Troppo da ricchi. Un sacramento che sprigiona la sua potenza per vivere la cosa più difficile: amare i vicini. Adorare questa notte per amare quelli di cui conosciamo le rughe, il fetore morale, i difetti, i tic solo perché la vita ce li ha messi stabilmente accanto. Per un cristiano “la vita” è la Provvidente Volontà di un Padre. Ci chiediamo mille volte se micro-fatti, sono Volontà di Dio e non ci interessiamo di quella Volontà certa di persone che per anni Dio fa camminare al nostro fianco. La domanda dei bambini: dov’è Dio? Ubi Caritas est vera Deus ibi est. Noi sacerdoti fatti da Dio per questo, per donare il Corpo di Cristo che solo può immettere nella storia un Amore capace di rendere visibile Dio.

di Padre Maurizio Botta C.O.


Familiar feet (24/03/2016)

Careful attention should be given to the mysteries that are commemorated in this Mass: the institution of the Eucharist, the institution of the priesthood, and Christ’s command of brotherly love; the homily should explain these points. Paschalis Sollemnitatis – January16, 1988[1]

John, in telling us about the last few hours of Jesus with his disciples and gathering the “conversations from the Last Supper”, does not tell us of Jesus’ last actions and words over the bread and wine as the other evangelists – or St. Paul, in his very ancient Epistle to the Corinthians (53 AD) – do. On the other hand, John tells us of another action, the washing of the feet, which is not reported by any of the other evangelists, and defines it as “loving to the end” (John 13, 1). For John, the washing of the feet enlightens the words that Jesus had said a few moments earlier: This is my body, which will be given for you; do this in memory of me (Luke 22, 19). And it is crucial to understand this, given that, straight after this, Jesus would say: I give you a new commandment: love one another. As I have loved you (John 13, 34)

In the ancient Oriental tradition, it was customary that a guest would be offered some water so that he could wash off the dust that would have covered his sandal-clad feet during his travelling. However, a text of Judaism that comments on Exodus would explicitly warn that the washing of the feet could not be demanded, not even in the case of a slave washing the feet of his master or his master’s guest.

You, one another… Whose feet did Jesus wash? The feet of his closest ones. His Twelve. Jean Vanier points out that «when Jesus institutes the Eucharist, he speaks to the disciples as a whole, while, when he kneels and washes their feet, he does so individually to each disciple, touching his flesh». So these were familiar feet.  Not the feet of poor or sick men, but rather of men he would have spent time with on a daily basis. The toughest commandment of all. It is God himself who defines who that “you” is. It is Twelve, not Thirteen. These and not those. How many times have I seen generic passions for those far away, the last ones? Spectacular displays of enthusiasm for charity work. Anything, provided that it be far away. We can forgive much to those who are far from us, as we have nothing to forgive them. Paternalistic and lenient outside our doors, yet never with our husband or wife. Do-gooders when we step out of our home or with those far from us, yet never good with your fellow believers. People who look at the world with Irenicism and optimism, yet forgives nothing to their own priests. Coldly tolerant with the social outcast, yet ruthless with my own neighbour whose every single “i” gets dotted and “t” crossed.

This very evening, Jesus institutes priesthood for the celebration of the Eucharist. How many have I met who sing to the real presence of Christ in the Sacrament, while forgetting the reason why this True Body and Blood is given to us? It is a medicament to help us living the most radical commandment of Christ. It is the Grace that we need for living the deepest love of all: daily love, love in our everyday. Christ does not ask us to love man or mankind. Way too easy. Too chic. Too upper-class. A sacrament that unleashes its power in order for us to live the most difficult thing of all: loving my neighbour. Adore this night in order to love those, whose wrinkles, unpristine morals, flaws and compulsive habits we know well just because life put them firmly next to us. For a Christian, “life” is the Provident Will of the Father. A thousand times we wonder whether itty-bitty facts are a manifestation of God’s Will, and yet we take no interest in a definite Will, i.e. the people that God chooses for walking and living by our side every day. Children often ask: where is God? Ubi Caritas est vera Deus ibi est (tr. Where true charity is, there is God). It is God who makes us  – the priests – priests, and he does so for this: for giving the Body of Christ who alone can incept into history a Love that is capable of making God visible.

by Fr. Maurizio Botta C.O.

 

[1] Paschalis Sollemnitatis – Circular Letter Concerning the Preparation and Celebration of the Easter Feasts – Congregation for Divine Worship and the Discipline of the Sacraments (January 16, 1988), http://archive.wf-f.org/PaschalisSollemnitatis.html

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Mercoledì Santo

 

Giuda Iscariota

Audio Omelie

28 Marzo 2018

12 Aprile  2017

1 Aprile  2015


Vangelo         Mt 26, 14-25
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto». 

 


 

Nel 2006 Papa Benedetto XVI durante le Udienze del Mercoledì presentò le figure di tutti gli apostoli. Il 18 Ottobre lasciò tutti stupiti tracciando anche il profilo di Giuda Iscariota. Quasi un’intera udienza riservata al traditore di Gesù, mai successo prima nella storia della Chiesa. Vi doniamo, a commento dell’ultimo Vangelo prima del solenne Triduo Pasquale, questo memorabile testo. Buona lettura.

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 18 ottobre 2006

Giuda Iscariota e Mattia

Cari fratelli e sorelle,

terminando oggi di percorrere la galleria dei ritratti degli Apostoli chiamati direttamente da Gesù durante la sua vita terrena, non possiamo omettere di menzionare colui che è sempre nominato per ultimo nelle liste dei Dodici: Giuda Iscariota. A lui vogliamo qui associare la persona che venne poi eletta in sua sostituzione, cioè Mattia.

Già il semplice nome di Giuda suscita tra i cristiani un’istintiva reazione di riprovazione e di condanna. Il significato dell’appellativo “Iscariota” è controverso: la spiegazione più seguita lo intende come “uomo di Keriot” con riferimento al suo villaggio di origine, situato nei pressi di Hebron e menzionato due volte nella Sacra Scrittura (cfr Gs 15,25; Am 2,2). Altri lo interpretano come variazione del termine “sicario”, come se alludesse ad un guerrigliero armato di pugnale detto in latino sica. Vi è, infine, chi vede nel soprannome la semplice trascrizione di una radice ebraico-aramaica significante: “colui che stava per consegnarlo”. Questa designazione si trova due volte nel IV Vangelo, cioè dopo una confessione di fede di Pietro (cfr Gv 6,71) e poi nel corso dell’unzione di Betania (cfr Gv 12,4). Altri passi mostrano che il tradimento era in corso, dicendo: “colui che lo tradiva”; così durante l’Ultima Cena, dopo l’annuncio del tradimento (cfr Mt 26,25) e poi al momento dell’arresto di Gesù (cfr Mt 26,46.48; Gv 18,2.5). Invece le liste dei Dodici ricordano il fatto del tradimento come ormai attuato: “Giuda Iscariota, colui che lo tradì”, così dice Marco (3,19); Matteo (10,4) e Luca (6,16) hanno formule equivalenti. Il tradimento in quanto tale è avvenuto in due momenti: innanzitutto nella progettazione, quando Giuda s’accorda con i nemici di Gesù per trenta monete d’argento (cfr Mt 26,14-16), e poi nell’esecuzione con il bacio dato al Maestro nel Getsemani (cfr Mt 26,46-50). In ogni caso, gli evangelisti insistono sulla qualità di apostolo, che a Giuda competeva a tutti gli effetti: egli è ripetutamente detto “uno dei Dodici” (Mt 26,14.47; Mc 14,10.20; Gv 6,71) o “del numero dei Dodici” (Lc 22,3). Anzi, per due volte Gesù, rivolgendosi agli Apostoli e parlando proprio di lui, lo indica come “uno di voi” (Mt 26,21; Mc 14,18; Gv 6,70; 13,21). E Pietro dirà di Giuda che “era del nostro numero e aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero” (At 1,17).

Si tratta dunque di una figura appartenente al gruppo di coloro che Gesù si era scelti come stretti compagni e collaboratori. Ciò suscita due domande nel tentativo di dare una spiegazione ai fatti accaduti. La prima consiste nel chiederci come mai Gesù abbia scelto quest’uomo e gli abbia dato fiducia. Oltre tutto, infatti, benché Giuda fosse di fatto l’economo del gruppo (cfr Gv 12,6b; 13,29a), in realtà è qualificato anche come “ladro” (Gv 12,6a). Il mistero della scelta rimane, tanto più che Gesù pronuncia un giudizio molto severo su di lui: “Guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito!” (Mt 26,24). Ancora di più si infittisce il mistero circa la sua sorte eterna, sapendo che Giuda “si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente»” (Mt 27,3-4). Benché egli si sia poi allontanato per andare a impiccarsi (cfr Mt 27,5), non spetta a noi misurare il suo gesto, sostituendoci a Dio infinitamente misericordioso e giusto.

Una seconda domanda riguarda il motivo del comportamento di Giuda: perché egli tradì Gesù? La questione è oggetto di varie ipotesi. Alcuni ricorrono al fattore della sua cupidigia di danaro; altri sostengono una spiegazione di ordine messianico: Giuda sarebbe stato deluso nel vedere che Gesù non inseriva nel suo programma la liberazione politico-militare del proprio Paese. In realtà, i testi evangelici insistono su un altro aspetto: Giovanni dice espressamente che “il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo” (Gv 13,2); analogamente scrive Luca: “Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici” (Lc 22,3). In questo modo, si va oltre le motivazioni storiche e si spiega la vicenda in base alla responsabilità personale di Giuda, il quale cedette miseramente ad una tentazione del Maligno. Il tradimento di Giuda rimane, in ogni caso, un mistero. Gesù lo ha trattato da amico (cfr Mt 26,50), però, nei suoi inviti a seguirlo sulla via delle beatitudini, non forzava le volontà né le premuniva dalle tentazioni di Satana, rispettando la libertà umana.

In effetti, le possibilità di perversione del cuore umano sono davvero molte. L’unico modo di ovviare ad esse consiste nel non coltivare una visione delle cose soltanto individualistica, autonoma, ma al contrario nel mettersi sempre di nuovo dalla parte di Gesù, assumendo il suo punto di vista. Dobbiamo cercare, giorno per giorno, di fare piena comunione con Lui. Ricordiamoci che anche Pietro voleva opporsi a lui e a ciò che lo aspettava a Gerusalemme, ma ne ricevette un rimprovero fortissimo: “Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,32-33)! Pietro, dopo la sua caduta, si è pentito ed ha trovato perdono e grazia. Anche Giuda si è pentito, ma il suo pentimento è degenerato in disperazione e così è divenuto autodistruzione. E’ per noi un invito a tener sempre presente quanto dice san Benedetto alla fine del fondamentale capitolo V della sua “Regola”: “Non disperare mai della misericordia divina”. In realtà Dio “è più grande del nostro cuore”, come dice san Giovanni (1 Gv 3,20). Teniamo quindi presenti due cose. La prima: Gesù rispetta la nostra libertà. La seconda: Gesù aspetta la nostra disponibilità al pentimento ed alla conversione; è ricco di misericordia e di perdono. Del resto, quando, pensiamo al ruolo negativo svolto da Giuda dobbiamo inserirlo nella superiore conduzione degli eventi da parte di Dio. Il suo tradimento ha condotto alla morte di Gesù, il quale trasformò questo tremendo supplizio in spazio di amore salvifico e in consegna di sé al Padre (cfr Gal 2,20; Ef 5,2.25). Il Verbo “tradire” è la versione di una parola greca che significa “consegnare”. Talvolta il suo soggetto è addirittura Dio in persona: è stato lui che per amore “consegnò” Gesù per tutti noi (cfr Rm 8,32). Nel suo misterioso progetto salvifico, Dio assume il gesto inescusabile di Giuda come occasione del dono totale del Figlio per la redenzione del mondo.

A conclusione, vogliamo anche ricordare colui che dopo la Pasqua venne eletto al posto del traditore. Nella Chiesa di Gerusalemme furono due ad essere proposti dalla comunità e poi tirati a sorte: “Giuseppe detto Barsabba, soprannominato Giusto, e Mattia” (At l,23). Proprio quest’ultimo fu il prescelto, così che “fu associato agli undici Apostoli” (At 1,26). Di lui non sappiamo altro, se non che anch’egli era stato testimone di tutta la vicenda terrena di Gesù (cfr At 1,21-22), rimanendo a Lui fedele fino in fondo. Alla grandezza di questa sua fedeltà si aggiunse poi la chiamata divina a prendere il posto di Giuda, quasi compensando il suo tradimento. Ricaviamo da qui un’ultima lezione: anche se nella Chiesa non mancano cristiani indegni e traditori, spetta a ciascuno di noi controbilanciare il male da essi compiuto con la nostra limpida testimonianza a Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore.


 

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Martedì Santo

Audio Omelie

16 Aprile 2019

27 Marzo 2018

11 Aprile 2017

22 Marzo 2016


Vangelo   Gv 13, 21-33. 36-38
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui.  Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».  

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Lunedì Santo

Audio Omelie

15 Aprile 2019

30 Marzo 2015


Vangelo   Gv 12, 1-11
Dal vangelo secondo Giovanni
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali.
Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo.
Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù. 

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