Martedì della VI settimana del Tempo Ordinario

lievitoAudio Omelie

13 Febbraio 2018

17 Febbraio 2015


Vangelo  Mc 8,14-21

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. Allora Gesù li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane. Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non comprendete ancora?».

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Lunedì della VI settimana del Tempo Ordinario

tiberiadeAudio Omelie

17 Febbraio 2020 (Commento al Salmo Invitatorio Sal 94- porta alla liturgia di ogni giorno)

12 Febbraio 2018

13 Febbraio 2017

16 Febbraio 2015


Vangelo   Mc 8, 11-13
Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno».
Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva. 

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Briciole sovrabbondanti

bricioleAudio Omelie

12 Febbraio 2017

VI Domenica del Tempo Ordinario (anno A) – Commento alle letture per la Radio Vaticana


In questi mesi, studiando con grande attenzione Introduzione al Cristianesimo, ho scoperto un excursus, in cui Joseph Ratzinger, con capacità sintetica mirabile, elenca e descrive gli elementi strutturali dell’essere cristiano. Una di queste strutture è la legge della sovrabbondanza, descritta commentando il discorso della montagna che stiamo ricevendo in dono in queste domeniche.

Ho, a mia volta, sintetizzato le cinque paginette del testo, costruendo così con le citazioni (in corsivo), l’omelia di questa sera.

Personalmente leggendo alcuni di questi passaggi sono stato scosso dalla commozione e dalla gratitudine per il dono immeritato di essere cristiano, di essere di Gesù. Cominciamo!

Nella parole di Gesù troviamo una tensione, difficile da gestire, tra una completa passività, tipica di chi riceve tutto gratuitamente perché non è in grado di fare nulla, e contemporaneamente un totale dover-spendersi, sino all’inaudita richiesta: «Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48).

Lasciando risuonare i comandamenti «Non uccidere. Non commettere adulterio. Non spergiurare»,  sembrerebbe facile sentirsi a posto. In fin dei conti, non si è ammazzato nessuno, non si è commesso adulterio, non si ha alcuno spergiuro da rimproverarsi. Ma quando Gesù va a fondo nel chiarire queste esigenze, diventa evidente quale parte abbia l’uomo, abbandonandosi all’ira, all’odio, al rancore, all’invidia e alla cupidigia, nei processi citati. Appare chiaro fino a qual segno l’uomo, nella sua apparente giustizia, si trovi irretito in ciò che costituisce l’ingiustizia del mondo. Emerge con chiarezza come, nel mondo degli uomini, non ci sia alcun bianco-nero e come, nonostante l’ampia scala delle sfumature, tutti si trovino, in un modo o nell’altro, nell’ambiguità. Così, nessun uomo, per quanto si sforzi, potrebbe entrare nel regno dei cieli, vale a dire nella sfera dell’autentica, piena giustizia. Ma dal momento che Gesù  ci avverte che «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20), il regno dei cieli dovrebbe restare una vuota utopia. E in effetti, dovrà rimanere una vuota utopia, fintanto che esso dipenderà unicamente dalla buona volontà degli uomini. Quante volte si sente dire: basterebbe un briciolo di buona volontà, perché tutto diventi bello e buono nel mondo. Ed è vero, il briciolo di buona volontà basterebbe realmente, ma la tragedia dell’umanità sta proprio nel fatto che essa non ne ha la forza.

Allora tutto è assolutamente indifferente e ogni ricerca della giustizia e della bontà è priva di valore di fronte a Dio? Nient’affatto, dobbiamo invece rispondere: malgrado tutto e proprio in base alle considerazioni fatte, c’è e rimane l’esortazione alla sovrabbondanza, anche se non si riesce a realizzare la piena giustizia.

Non è ancora cristiano colui che si limita a calcolare quanto sia tenuto a fare per potersi dire a posto e considerarsi, a forza di trucchi della casistica, persona dai costumi irreprensibili. Cristiano è piuttosto colui che ha la consapevolezza di vivere, dovunque e comunque, innanzitutto dei doni che ha ricevuto; colui che sa che la vera giustizia può stare unicamente nell’essere a sua volta un donatore, simile al mendicante che, grato per quanto ha ricevuto, ridistribuisce con generosità agli altri. Colui che si limita a esser giusto, conteggiando col bilancino, colui che pensa di procurarsi da solo una veste irreprensibile e di poter così costruirsi tutto da sé, è un ingiusto. La giustizia umana può trovare realizzazione unicamente nell’abbandonare le proprie pretese e nella generosità di fronte agli uomini e a Dio. È la giustizia del «perdona a noi, come noi abbiamo perdonato». Questa preghiera si dimostra la vera e propria formula della giustizia umana cristianamente intesa: essa consiste nel perdonare a propria volta, per la semplice ragione che si vive del perdono ricevuto [nota 45].

La sovrabbondanza è l’impronta di Dio nella sua creazione; sì, giacché «Dio non pone alcuna misura ai suoi doni», come dicono i Padri. La sovrabbondanza è però, al contempo, la vera base e la forma della storia della salvezza, la quale, in ultima analisi, non è altro che il processo, davvero tale da togliere il respiro, per cui Dio, con un atto d’indicibile auto-prodigalità, non solo ha profuso un intero universo, ma addirittura ha dato se stesso per condurre alla salvezza quel granello di polvere che è l’uomo. Sicché – ribadiamolo – “sovrabbondanza” è l’autentica definizione della storia della salvezza. L’intelletto del gretto calcolatore troverà per forza eternamente assurdo che per l’uomo, Dio stesso, si debba sprecare. Solo chi ama è in grado di comprendere la follia di un amore per il quale lo spreco è legge, la sovrabbondanza è l’unica misura sufficiente.

a cura di Padre Maurizio Botta C.O.


Qui il testo integrale delle pagine 248-253 di Introduzione al Cristianesimo di Joseph Ratzinger, Queriniana.

Nelle affermazioni etiche del Nuovo Testamento c’è una tensione che sembra insormontabile: tra grazia ed éthos, tra un totale senso di inutilità e un altrettanto totale sentirsi sotto pressione, tra una completa passività, tipica di chi riceve tutto gratuitamente perché non è in grado di fare nulla, e contemporaneamente un totale dover-spendersi, sino all’inaudita richiesta: «Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48).

Se, in questa eccitante polarità, si cerca però un centro unificante, ci si imbatte continuamente – soprattutto nella teologia paolina, ma anche nei primi tre vangeli – nella parola “sovrabbondanza” (perísseuma), nella quale il discorso sulla grazia e quello sulle esigenze risultano intimamente uniti, sino a convergere uno nell’altro.

Al fine di cogliere il principio guida, scegliamo quel passo centrale del discorso della montagna che rappresenta, per così dire, titolo e il contrassegno riassuntivo delle sei grandi antitesi («È stato detto agli antichi…, ma io vi dico…») nelle quali Gesù rielabora la seconda tavola della legge.

Il testo suona: «Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).

Questa affermazione significa innanzitutto che ogni giustizia umana viene reputata insufficiente. Chi potrebbe onestamente gloriarsi di aver accolto realmente e senza riserve, nel profondo della sua anima, il senso dei singoli precetti e di averli adempiuti integralmente in tutta la loro profondità, o addirittura di averli tradotti in pratica in maniera “sovrabbondante”? Nella chiesa esiste sì uno “stato di perfezione”, nel quale ci si impegna ad andar oltre ciò che viene comandato, a una sovrabbondanza. Ma coloro che vi appartengono saranno gli ultimi a [248] negare di trovarsi continuamente a fare i primi passi e colmi di insufficienze. Lo “stato di perfezione’ costituisce in realtà la drammatica conferma della perenne imperfezione dell’uomo. Chi non trova sufficiente questo accenno generico può leggere anche solo i seguenti versetti del discorso della montagna (Mt 5, 21-48) per sentirsi in dovere di fare uno sconcertante esame di coscienza. In queste affermazioni è evidente che cosa significhi prendere davvero sul serio i precetti a prima vista apparentemente così semplici della seconda tavola del decalogo, fra i quali ne spieghiamo qui tre: «Non uccidere. Non commettere adulterio. Non spergiurare».

A prima vista, sembra quanto mai facile sentirsi qui a posto. In fin dei conti, non si è ammazzato nessuno, non si è commesso adulterio, non si ha alcun spergiuro da rimproverarsi. Ma quando Gesù va a fondo nel chiarire queste esigenze, diventa evidente quale parte abbia l’uomo, abbandonandosi all’ira, all’odio, al rancore, all’invidia e alla cupidigia, nei processi citati. Appare chiaro fino a qual segno l’uomo, nella sua apparente giustizia, si trovi irretito in ciò che costituisce l’ingiustizia del mondo.

Quando si leggano con serietà le parole del discorso della montagna, si fa esperienza di ciò che succede a una persona che passa dall’apologetica di un atteggiamento fazioso alla realtà. Il netto contrasto tra bianco e nero, nel quale si è abituati a inquadrare le persone, si tramuta nel grigiore di una ambiguità generale. Emerge con chiarezza come, nel mondo degli uomini, non ci sia alcun bianco-nero e come, nonostante l’ampia scala delle sfumature, tutti si trovino, in un modo o nell’altro, nell’ambiguità.

Utilizzando un’altra immagine, si potrebbe dire: se le differenze morali degli uomini si possono totalmente trovare nell’ambito “macroscopico”, tuttavia un’osservazione quasi micro-fisica, micro-morale, offre anche qui un quadro differenziato, nel quale le differenze incominciano a divenire problematiche: in ogni caso, non si potrà più parlare di una sovrabbondanza di giustizia.

Così, nessun uomo, per quanto si sforzi, potrebbe entrare nel [249] regno dei cieli, vale a dire nella sfera dell’autentica, piena giustizia. Il regno dei cieli dovrebbe restare una vuota utopia. E in effetti, dovrà rimanere una vuota utopia, sintanto che esso dipenderà unicamente dalla buona volontà degli uomini.

Quante volte si sente dire: basterebbe un briciolo di buona volontà, perché tutto diventi bello e buono nel mondo. Ed è vero, il briciolo di buona volontà basterebbe realmente, ma la tragedia dell’umanità sta proprio nel fatto che essa non ne ha la forza. Ha quindi ragione A. Camus di scorgere il simbolo dell’umanità nella figura di Sisifo, che si ostina a rotolare il masso verso la vetta del monte, per poi doverlo vedere franare sempre di nuovo in basso?

Per quanto riguarda il potere umano, la Bibbia è altrettanto disincantata quanto Camus; essa però non si ferma al suo scetticismo.

Per essa il limite della giustizia umana, delle possibilità umane in genere, si fa espressione del fatto che l’uomo è rinviato al dono indubbio dell’amore, che gli si rivela gratuitamente e apre così lui stesso, e senza il quale egli, pur con tutta la sua “giustizia”, resterebbe chiuso e ingiusto. Unicamente l’uomo che accetta questo dono può divenire se stesso.

In tal modo, però, la riflessione sulla “giustizia” dell’uomo diventa al contempo rimando alla giustizia di Dio, la cui sovrabbondanza ha nome Gesù Cristo. Egli è la giustizia di Dio che supera il dover-essere, che non calcola, ma è veramente sovrabbondante, è il “tuttavia” del suo amore più grande, grazie al quale egli sopravanza infinitamente il fallimento dell’uomo.

Ciononostante, però, si fraintenderebbe completamente tutto, qualora si volesse dedurne una svalutazione dell’uomo e dire: allora tutto è assolutamente indifferente e ogni ricerca della giustizia e della bontà è priva di valore di fronte a Dio. Nient’affatto, dobbiamo invece rispondere: malgrado tutto e proprio in base alle considerazioni fatte, c’è e rimane l’esortazione alla sovrabbondanza, anche se non si riesce a realizzare la piena giustizia.

Ma che cosa significa questo? Non è forse una contraddizione? Per dirla in breve, ciò significa che non è ancora cristiano colui che si limita a calcolare quanto sia tenuto a fare per potersi dire a posto e considerarsi, a forza di trucchi della casistica, persona dai costumi irreprensibili.

E anche chi sta a calcolare dove termini il dovere e come si possa procurare ulteriori meriti, mediante un opus supererogatorium (opera in più), è un fariseo, non un cristiano. Essere cristiani non significa adempiere un determinato dovere e magari ostentare una particolare perfezione, persino oltre la misura prestabilita dai propri obblighi.

Cristiano è piuttosto colui che ha la consapevolezza di vivere, dovunque e comunque, innanzitutto dei doni che ha ricevuto; colui che sa che la vera giustizia può stare unicamente nell’essere a sua volta un donatore, simile al mendicante che, grato per quanto ha ricevuto, ridistribuisce con generosità agli altri.

Colui che si limita a esser giusto, conteggiando col bilancino, colui che pensa di procurarsi da solo una veste irreprensibile e di poter così costruirsi tutto da sé, è un ingiusto. La giustizia umana può trovare realizzazione unicamente nell’abbandonare le proprie pretese e nella generosità di fronte agli uomini e a Dio. È la giustizia del «perdona a noi, come noi abbiamo perdonato». Questa preghiera si dimostra la vera e propria formula della giustizia umana cristianamente intesa: essa consiste nel perdonare a propria volta, per la semplice ragione che si vive del perdono ricevuto [nota 45].

Il tema della sovrabbondanza, considerato alla luce del Nuovo Testamento, conduce però anche a scoprire un’altra traccia, seguendo la quale il suo significato diviene perfettamente chiaro. Troviamo questa parola pure nel contesto del miracolo della moltiplicazione dei pani, ove si parla di una “sovrabbondanza”, di sette ceste di pani avanzati (Mc 8,8 e par.). È nelle intenzioni centrali del racconto della moltiplicazione dei pani richiamare [251] l’attenzione sull’idea e sulla realtà del sovrabbondante, del più-del-necessario. Qui affiora subito alla mente il ricordo di un miracolo affine, riportatoci dalla tradizione giovannea: la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana (Gv 2,1-11). Il termine sovrabbondanza non vi compare, ma certamente la sostanza: stando ai dati del vangelo, il vino miracoloso raggiunge la misura, per una festa privata davvero inusuale, di 480-700 litri!

Ambedue i racconti hanno per di più a che fare, nell’intenzione degli evangelisti, con la forma centrale: del culto cristiano, l’eucaristia. Ce la presentano come la sovrabbondanza divina, che supera infinitamente ogni bisogno e ogni pur giusta aspirazione.

Ambedue i racconti, però, hanno in questo modo, grazie al loro riferimento eucaristico, a che fare con Cristo stesso e ci riportano in definitiva a lui stesso: Cristo è l’infinita prodigalità di Dio. E ambedue rimandano, come abbiamo riscontrato a proposito del principio del “per’, alla legge strutturale della creazione, in forza della quale la vita dissipa milioni di germi embrionali per salvare un vivente; in base alla quale un intero universo viene sprecato allo scopo di preparare, in un punto, un posto allo spirito, all’uomo.

La sovrabbondanza è l’impronta di Dio nella sua creazione; sì, giacché «Dio non pone alcuna misura ai suoi doni», come dicono i Padri. La sovrabbondanza è però, al contempo, la vera base e la forma della storia della salvezza, la quale, in ultima analisi, non è altro che il processo, davvero tale da togliere il respiro, per cui Dio, con un atto d’indicibile auto-prodigalità, non solo ha profuso un intero universo, ma addirittura ha dato se stesso per condurre alla salvezza quel granello di polvere che è l’uomo.

Sicché – ribadiamolo – “sovrabbondanza” è l’autentica definizione della storia della salvezza. L’intelletto del gretto calcolatore troverà per forza eternamente assurdo che per l’uomo Dio stesso si debba sprecare. Solo chi ama è in grado di comprendere la follia di un amore per il quale lo spreco è legge, la sovrabbondanza è l’unica misura sufficiente. Or[252]bene, se è vero che la creazione vive di sovrabbondanza, che l’uomo è quell’essere per il quale il sovrabbondante è il necessario, come potrebbe meravigliarci il fatto che la Rivelazione sia il sovrabbondante, e proprio così sia il necessario, il divino, l’Amore in cui si compie il senso dell’universo?

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Sabato della V settimana del Tempo Ordinario

moltiplicazione-dei-pani-e-dei-pesci-particolare-centraleAudio Omelie

16 Febbraio 2019

11 Febbraio 2017


Vangelo   Mc 8, 1-10
Dal vangelo secondo Marco
In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, Gesù chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano». Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?». Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette». Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli.  Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. Erano circa quattromila. E li congedò. Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà. 
    

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Santi Cirillo e Metodio (14/02/2020)

cirillo e metodioAudio Omelie

14 Febbraio 2019

14 Febbraio 2017

14 Febbraio 2015


Audio Udienza

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 17 giugno 2009

 

Santi Cirillo e Metodio

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlare dei Santi Cirillo e Metodio, fratelli nel sangue e nella fede, detti apostoli degli slavi. Cirillo nacque a Tessalonica dal magistrato imperiale Leone nell’826/827: era il più giovane di sette figli. Da ragazzo imparò la lingua slava. All’età di quattordici anni fu mandato a Costantinopoli per esservi educato e fu compagno del giovane imperatore Michele III. In quegli anni fu introdotto nelle diverse materie universitarie, fra le quali la dialettica, avendo come maestro Fozio. Dopo aver rifiutato un brillante matrimonio, decise di ricevere gli ordini sacri e divenne “bibliotecario” presso il Patriarcato. Poco dopo, desiderando ritirarsi in solitudine, andò a nascondersi in un monastero, ma fu presto scoperto e gli fu affidato l’insegnamento delle scienze sacre e profane, mansione che svolse così bene da guadagnarsi l’appellativo di “Filosofo”. Nel frattempo, il fratello Michele (nato nell’815 ca.), dopo una carriera amministrativa in Macedonia, verso l’anno 850 abbandonò il mondo per ritirarsi a vita monastica sul monte Olimpo in Bitinia, dove ricevette il nome di Metodio (il nome monastico doveva cominciare con la stessa lettera di quello di battesimo) e divenne igumeno del monastero di Polychron.

Attratto dall’esempio del fratello, anche Cirillo decise di lasciare l’insegnamento per recarsi sul monte Olimpo a meditare e a pregare. Alcuni anni più tardi però, (861 ca.), il governo imperiale lo incaricò di una missione presso i khazari del Mare di Azov, i quali chiedevano che fosse loro inviato un letterato che sapesse discutere con gli ebrei e i saraceni. Cirillo, accompagnato dal fratello Metodio, sostò a lungo in Crimea, dove imparò l’ebraico. Qui ricercò pure il corpo del Papa Clemente I, che vi era stato esiliato. Ne trovò la tomba e, quando col fratello riprese la via del ritorno, portò con sé le preziose reliquie. Giunti a Costantinopoli, i due fratelli furono inviati in Moravia dall’imperatore Michele III, al quale il principe moravo Ratislao aveva rivolto una precisa richiesta: “Il nostro popolo – gli aveva detto – da quando ha respinto il paganesimo, osserva la legge cristiana; però non abbiamo un maestro che sia in grado di spiegarci la vera fede nella nostra lingua”. La missione ebbe ben presto un successo insolito. Traducendo la liturgia nella lingua slava, i due fratelli guadagnarono una grande simpatia presso il popolo.

Questo, però, suscitò nei loro confronti l’ostilità del clero franco, che era arrivato in precedenza in Moravia e considerava il territorio come appartenente alla propria giurisdizione ecclesiale. Per giustificarsi, nell’867 i due fratelli si recarono a Roma. Durante il viaggio si fermarono a Venezia, dove ebbe luogo un’animata discussione con i sostenitori della cosiddetta “eresia trilingue”: costoro ritenevano che vi fossero solo tre lingue in cui si poteva lecitamente lodare Dio: l’ebraica, la greca e la latina. Ovviamente, a ciò i due fratelli si opposero con forza. A Roma Cirillo e Metodio furono ricevuti dal Papa Adriano II, che andò loro incontro in processione per accogliere degnamente le reliquie di san Clemente. Il Papa aveva anche compreso la grande importanza della loro eccezionale missione. Dalla metà del primo millennio, infatti, gli slavi si erano installati numerosissimi in quei territori posti tra le due parti dell’Impero Romano, l’orientale e l’occidentale, che erano già in tensione tra loro. Il Papa intuì che i popoli slavi avrebbero potuto giocare il ruolo di ponte, contribuendo così a conservare l’unione tra i cristiani dell’una e dell’altra parte dell’Impero. Egli quindi non esitò ad approvare la missione dei due Fratelli nella Grande Moravia, accogliendo e approvando l’uso della lingua slava nella liturgia. I libri slavi furono deposti sull’altare di Santa Maria di Phatmé (Santa Maria Maggiore) e la liturgia in lingua slava fu celebrata nelle Basiliche di San Pietro, Sant’Andrea, San Paolo.

Purtroppo a Roma Cirillo s’ammalò gravemente. Sentendo avvicinarsi la morte, volle consacrarsi totalmente a Dio come monaco in uno dei monasteri greci della Città (probabilmente presso Santa Prassede) ed assunse il nome monastico di Cirillo (il suo nome di battesimo era Costantino). Poi pregò con insistenza il fratello Metodio, che nel frattempo era stato consacrato Vescovo, di non abbandonare la missione in Moravia e di tornare tra quelle popolazioni. A Dio si rivolse con questa invocazione: “Signore, mio Dio…, esaudisci la mia preghiera e custodisci a te fedele il gregge a cui avevi preposto me… Liberali dall’eresia delle tre lingue, raccogli tutti nell’unità, e rendi il popolo che hai scelto concorde nella vera fede e nella retta confessione”. Morì il 14 febbraio 869.

Fedele all’impegno assunto col fratello, nell’anno seguente, 870, Metodio ritornò in Moravia e in Pannonia (oggi Ungheria), ove incontrò di nuovo la violenta avversione dei missionari franchi che lo imprigionarono. Non si perse d’animo e quando nell’anno 873 fu liberato si adoperò attivamente nella organizzazione della Chiesa, curando la formazione di un gruppo di discepoli. Fu merito di questi discepoli se poté essere superata la crisi che si scatenò dopo la morte di Metodio, avvenuta il 6 aprile 885: perseguitati e messi in prigione, alcuni di questi discepoli vennero venduti come schiavi e portati a Venezia, dove furono riscattati da un funzionario costantinopolitano, che concesse loro di tornare nei Paesi degli slavi balcanici. Accolti in Bulgaria, poterono continuare nella missione avviata da Metodio, diffondendo il Vangelo nella «terra della Rus’». Dio nella sua misteriosa provvidenza si avvaleva così della persecuzione per salvare l’opera dei santi Fratelli. Di essa resta anche la documentazione letteraria. Basti pensare ad opere quali l’Evangeliario (pericopi liturgiche del Nuovo Testamento), il Salterio, vari testi liturgici in lingua slava, a cui lavorarono ambedue i Fratelli. Dopo la morte di Cirillo, a Metodio e ai suoi discepoli si deve, tra l’altro, la traduzione dell’intera Sacra Scrittura, il Nomocanone e il Libro dei Padri.

Volendo ora riassumere in breve il profilo spirituale dei due Fratelli, si deve innanzitutto registrare la passione con cui Cirillo si avvicinò agli scritti di san Gregorio Nazianzeno, apprendendo da lui il valore della lingua nella trasmissione della Rivelazione. San Gregorio aveva espresso il desiderio che Cristo parlasse per mezzo di lui: “Sono servo del Verbo, perciò mi metto al servizio della Parola”. Volendo imitare Gregorio in questo servizio, Cirillo chiese a Cristo di voler parlare in slavo per mezzo suo. Egli introduce la sua opera di traduzione con l’invocazione solenne: “Ascoltate, o voi tutte genti slave, ascoltate la Parola che venne da Dio, la Parola che nutre le anime, la Parola che conduce alla conoscenza di Dio”. In realtà, già alcuni anni prima che il principe di Moravia venisse a chiedere all’imperatore Michele III l’invio di missionari nella sua terra, sembra che Cirillo e il fratello Metodio, attorniati da un gruppo di discepoli, stessero lavorando al progetto di raccogliere i dogmi cristiani in libri scritti in lingua slava. Apparve allora chiaramente l’esigenza di nuovi segni grafici, più aderenti alla lingua parlata: nacque così l’alfabeto glagolitico che, successivamente modificato, fu poi designato col nome di “cirillico” in onore del suo ispiratore. Fu quello un evento decisivo per lo sviluppo della civiltà slava in generale. Cirillo e Metodio erano convinti che i singoli popoli non potessero ritenere di aver ricevuto pienamente la Rivelazione finché non l’avessero udita nella propria lingua e letta nei caratteri propri del loro alfabeto.

A Metodio spetta il merito di aver fatto sì che l’opera intrapresa col fratello non fosse bruscamente interrotta. Mentre Cirillo, il “Filosofo”, era propenso alla contemplazione, egli era piuttosto portato alla vita attiva. Grazie a ciò poté porre i presupposti della successiva affermazione di quella che potremmo chiamare l’«idea cirillo-metodiana»: essa accompagnò nei diversi periodi storici i popoli slavi, favorendone lo sviluppo culturale, nazionale e religioso. E’ quanto riconosceva già Papa Pio XI con la Lettera apostolica Quod Sanctum Cyrillum, nella quale qualificava i due Fratelli: “figli dell’Oriente, di patria bizantini, d’origine greci, per missione romani, per i frutti apostolici slavi” (AAS 19 [1927] 93-96). Il ruolo storico da essi svolto è stato poi ufficialmente proclamato dal Papa Giovanni Paolo II che, con la Lettera apostolica Egregiae virtutis viri, li ha dichiarati compatroni d’Europa insieme con san Benedetto (AAS 73 [1981] 258-262). In effetti, Cirillo e Metodio costituiscono un esempio classico di ciò che oggi si indica col termine “inculturazione”: ogni popolo deve calare nella propria cultura il messaggio rivelato ed esprimerne la verità salvifica con il linguaggio che gli è proprio. Questo suppone un lavoro di “traduzione” molto impegnativo, perché richiede l’individuazione di termini adeguati a riproporre, senza tradirla, la ricchezza della Parola rivelata. Di ciò i due santi Fratelli hanno lasciato una testimonianza quanto mai significativa, alla quale la Chiesa guarda anche oggi per trarne ispirazione ed orientamento.

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