Venerdì della XXVIII settimana del Tempo Ordinario

Omelia 2015

Omelia 2017

Come il lievito è capace di far gonfiare la massa della pasta, così l’ipocrisia dei farisei è paragonata al lievito. Permea e gonfia ogni loro azione, ogni loro pensiero. È  descritta da Cristo come la loro abitudine a far credere una cosa pubblicamente davanti agli altri, ma con nel cuore nascosta un’intenzione segreta, al massimo sussurrata in stanze interne. Gesù li mette in guardia dicendo: Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti. Ancora una volta è ribadita da Gesù l’importanza centrale di ciò che sta dentro a noi, del fatto che ci sia unità dell’interno con l’esterno, tra il pubblico e il privato. Il demonio, ci ricordano grandi padri del deserto, è amico di questa ipocrisia, di questa segretezza.

Se dei cattivi pensieri ti tormentano, non nasconderli, ma dilli immediatamente al tuo padre spirituale; più si nascondono i propri pensieri, più essi si moltiplicano e prendono vigore. Come un serpente, uscito dalla sua tana fugge all’istante, così il cattivo pensiero, non appena manifestato, si dissolve.

Paolo Evergetinos († 1054), Sinagoga I, cap. 20

È il segno, universale e evidente, che un pensiero è del demonio, quando ci vergogniamo di svelarlo al nostro anziano.

Giovanni Cassiano, De coenob. Insitutis, 4, 9

Dimmi, Padre, chi devo interrogare a proposito dei miei pensieri? – Occorre interrogare colui nel quale hai fede e che sai capace di portare i pensieri;  in lui devi credere come in Dio.

San Barsanufio, Lettera 885

 

Vangelo Lc 12,1-7

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli: «Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze. Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!».

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Giovedì della XXVIII settimana del Tempo Ordinario

greg-reynolds-papa-francescoOmelia 2015

Omelia 2017

Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

Sul motivo della condanna a morte di Gesù capita troppo spesso di sentire svariate sciocchezze. “È stato fatto fuori perché dava fastidio al potere”, “Era un genio ma non è stato compreso perché era troppo rivoluzionario, il primo comunista”. Visioni ridicole che hanno un’unica base in comune: l’ignoranza di quanto c’è scritto nel Vangelo. I Vangeli sono libri dei quali i più stolti pensano di avere almeno una conoscenza sufficiente. Basterebbe leggerli per capire che i motivi dell’ostilità dei farisei, degli scribi e dei dottori della legge sono motivi teologici. Gesù accusa i leader religiosi del suo popolo non per vili motivi di denaro o potere, ma per motivi dottrinali. Gesù sarà condannato per bestemmia perché con le sue parole si faceva uguale a Dio. Oggi accusa i dottori della Legge, temutissimi e rispettati da tutti, di aver portato via la chiave della conoscenza. Li apostrofa apertamente: “Voi non siete entrati (nella conoscenza di Dio), e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito” Sovente noi siamo afferrati da moralismi puritani quando agli occhi di Gesù i peccati teologici sono quelli assolutamente più gravi. Non lo si vede in nessuna pagina del Vangelo scagliarsi contro un peccatore morale. Lo si vede addirittura gridare contro i farisei accusati di essere ipocriti, razza di vipere e figli del demonio perché i loro insegnamenti religiosi erano capaci di deformare il volto e la volontà di Dio. Un teologo che perde la fede di sempre della Chiesa fa male a cascata a milioni di uomini e donne. Il male peggiore per Cristo è la perdita della fede, la perdita di Dio. Partendo da questa scala di valori si capisce l’enorme responsabilità che grava sulla coscienza di un sacerdote cattolico* che si permette di fare affermazioni contro il Catechismo e il Magistero della Chiesa.

di Padre Maurizio Botta C.O.

Vangelo Lc 11,47-54
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite. Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno”, perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione. Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito». Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

* Nota: Papa Francesco ha scomunicato il 18 settembre 2013 il sacerdote australiano, Greg Reynolds, per aver promosso l’ordinazione sacerdotale delle donne e il riconoscimento sacramentale delle coppie gay. Papa Francesco nel Maggio 2014 ha scomunicato Martha Heizer, teologa cattolica austriaca, presidente del movimento internazionale “Noi Siamo Chiesa”, sostanzialmente per gli stessi motivi di don Reynolds e perché celebrava la Santa Messa in casa sua.


Una risposta folgorante a un sacerdote e una stupenda omelia di Papa Benedetto XVI sui veri e falsi teologi. Buona lettura!


Santità, sono Mathias Agnero e vengo dall’Africa, precisamente dalla Costa d’Avorio. Lei è un Papa-teologo, mentre noi, quando riusciamo, leggiamo appena qualche libro di teologia per la formazione. Ci pare, tuttavia, che si sia creata una frattura tra teologia e dottrina e, ancor più, tra teologia e spiritualità. Si sente la necessità che lo studio non sia tutto accademico ma alimenti la nostra spiritualità. Ne sentiamo il bisogno nello stesso ministero pastorale. Talvolta la teo-logia non sembra avere Dio al centro e Gesù Cristo come primo “luogo teologico”, ma abbia invece i gusti e le tendenze diffuse; e la conseguenza è il proliferare di opinioni soggettive che permettono l’introdursi, anche nella Chiesa, di un pensiero non cattolico. Come non disorientarci nella nostra vita e nel nostro ministero, quando è il mondo che giudica la fede e non viceversa? Ci sentiamo “scentrati”!

– Grazie. Lei tocca un problema molto difficile e doloroso. C’è realmente una teologia che vuole soprattutto essere accademica, apparire scientifica e dimentica la realtà vitale, la presenza di Dio, la sua presenza tra di noi, il suo parlare oggi, non solo nel passato. Già san Bonaventura ha distinto due forme di teologia, nel suo tempo; ha detto: “c’è una teologia che viene dall’arroganza della ragione, che vuole dominare tutto, fa passare Dio da soggetto a oggetto che noi studiamo, mentre dovrebbe essere soggetto che ci parla e ci guida”. C’è realmente questo abuso della teologia, che è arroganza della ragione e non nutre la fede, ma oscura la presenza di Dio nel mondo. Poi, c’è una teologia che vuole conoscere di più per amore dell’amato, è stimolata dall’amore e guidata dall’amore, vuole conoscere di più l’amato. E questa è la vera teologia, che viene dall’amore di Dio, di Cristo e vuole entrare più profondamente in comunione con Cristo. In realtà, le tentazioni, oggi, sono grandi; soprattutto, si impone la cosiddetta “visione moderna del mondo” (Bultmann, “modernes Weltbild”), che diventa il criterio di quanto sarebbe possibile o impossibile. E così, proprio con questo criterio che tutto è come sempre, che tutti gli avvenimenti storici sono dello stesso genere, si esclude proprio la novità del Vangelo, si esclude l’irruzione di Dio, la vera novità che è la gioia della nostra fede. Che cosa fare? Io direi prima di tutto ai teologi: abbiate coraggio. E vorrei dire un grande grazie anche ai tanti teologi che fanno un buon lavoro. Ci sono gli abusi, lo sappiamo, ma in tutte le parti del mondo ci sono tanti teologi che vivono veramente della Parola di Dio, si nutrono della meditazione, vivono la fede della Chiesa e vogliono aiutare affinché la fede sia presente nel nostro oggi. A questi teologi vorrei dire un grande “grazie”. E direi ai teologi in generale: “non abbiate paura di questo fantasma della scientificità!”. Io seguo la teologia dal ’46; ho incominciato a studiare la teologia nel gennaio ’46 e quindi ho visto quasi tre generazioni di teologi, e posso dire: le ipotesi che in quel tempo, e poi negli anni Sessanta e Ottanta erano le più nuove, assolutamente scientifiche, assolutamente quasi dogmatiche, nel frattempo sono invecchiate e non valgono più! Molte di loro appaiono quasi ridicole. Quindi, avere il coraggio di resistere all’apparente scientificità, di non sottomettersi a tutte le ipotesi del momento, ma pensare realmente a partire dalla grande fede della Chiesa, che è presente in tutti i tempi e ci apre l’accesso alla verità. Soprattutto, anche, non pensare che la ragione positivistica, che esclude il trascendente – che non può essere accessibile – sia la vera ragione! Questa ragione debole, che presenta solo le cose sperimentabili, è realmente una ragione insufficiente. Noi teologi dobbiamo usare la ragione grande, che è aperta alla grandezza di Dio. Dobbiamo avere il coraggio di andare oltre il positivismo alla questione delle radici dell’essere. Questo mi sembra di grande importanza. Quindi, occorre avere il coraggio della grande, ampia ragione, avere l’umiltà di non sottomettersi a tutte le ipotesi del momento, vivere della grande fede della Chiesa di tutti i tempi. Non c’è una maggioranza contro la maggioranza dei Santi: la vera maggioranza sono i Santi nella Chiesa e ai Santi dobbiamo orientarci! Poi, ai seminaristi e ai sacerdoti dico lo stesso: pensate che la Sacra Scrittura non è un Libro isolato: è vivente nella comunità vivente della Chiesa, che è lo stesso soggetto in tutti i secoli e garantisce la presenza della Parola di Dio. Il Signore ci ha dato la Chiesa come soggetto vivo, con la struttura dei Vescovi in comunione con il Papa, e questa grande realtà dei Vescovi del mondo in comunione con il Papa ci garantisce la testimonianza della verità permanente. Abbiamo fiducia in questo Magistero permanente della comunione dei Vescovi con il Papa, che ci rappresenta la presenza della Parola. E poi, abbiamo anche fiducia nella vita della Chiesa e, soprattutto, dobbiamo essere critici. Certamente la formazione teologica – questo vorrei dire ai seminaristi – è molto importante. Nel nostro tempo dobbiamo conoscere bene la Sacra Scrittura, anche proprio contro gli attacchi delle sette; dobbiamo essere realmente amici della Parola. Dobbiamo conoscere anche le correnti del nostro tempo per poter rispondere ragionevolmente, per poter dare – come dice San Pietro – “ragione della nostra fede”. La formazione è molto importante. Ma dobbiamo essere anche critici: il criterio della fede è il criterio con il quale vedere anche i teologi e le teologie. Papa Giovanni Paolo II ci ha donato un criterio assolutamente sicuro nel Catechismo della Chiesa Cattolica: qui vediamo la sintesi della nostra fede, e questo Catechismo è veramente il criterio per vedere dove va una teologia accettabile o non accettabile. Quindi, raccomando la lettura, lo studio di questo testo, e così possiamo andare avanti con una teologia critica nel senso positivo, cioè critica contro le tendenze della moda e aperta alle vere novità, alla profondità inesauribile della Parola di Dio, che si rivela nuova in tutti i tempi, anche nel nostro tempo.


 

SANTA MESSA CON I MEMBRI
DELLA COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Cappella Paolina
Martedì, 1° dicembre 2009

  

Cari fratelli e sorelle,

le parole del Signore, che abbiamo ascoltato poc’anzi nel brano evangelico, sono un sfida per noi teologi, o forse, per meglio dire, un invito a un esame di coscienza: che cosa è la teologia? che cosa siamo noi teologi? come fare bene teologia? Abbiamo sentito che il Signore loda il Padre perché ha nascosto il grande mistero del Figlio, il mistero trinitario, il mistero cristologico, davanti ai sapienti, ai dotti – essi non l’hanno conosciuto -, ma lo ha rivelato ai piccoli, ai nèpioi, a quelli che non sono dotti, che non hanno una grande cultura. A loro è stato rivelato questo grande mistero.

Con queste parole il Signore descrive semplicemente un fatto della sua vita; un fatto che inizia già ai tempi della sua nascita, quando i Magi dell’Oriente chiedono ai competenti, agli scribi, agli esegeti il luogo della nascita del Salvatore, del Re d’Israele. Gli scribi lo sanno perché sono grandi specialisti; possono dire subito dove nasce il Messia: a Betlemme! Ma non si sentono invitati ad andare: per loro rimane una conoscenza accademica, che non tocca la loro vita; rimangono fuori. Possono dare informazioni, ma l’informazione non diventa formazione della propria vita.

Poi, durante tutta la vita pubblica del Signore troviamo la stessa cosa. È inaccessibile per i dotti comprendere che questo uomo non dotto, galileo, possa essere realmente il Figlio di Dio. Rimane inaccettabile per loro che Dio, il grande, l’unico, il Dio del cielo e della terra, possa essere presente in questo uomo. Sanno tutto, conoscono anche Isaia 53, tutte le grandi profezie, ma il mistero rimane nascosto. Viene invece rivelato ai piccoli, iniziando dalla Madonna fino ai pescatori del lago di Galilea. Essi conoscono, come pure il capitano romano sotto la croce conosce: questi è il Figlio di Dio.

I fatti essenziali della vita di Gesù non appartengono solo al passato, ma sono presenti, in modi diversi, in tutte le generazioni. E così anche nel nostro tempo, negli ultimi duecento anni, osserviamo la stessa cosa. Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura, della storia della salvezza, ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo: che Gesù era realmente Figlio di Dio, che il Dio trinitario entra nella nostra storia, in un determinato momento storico, in un uomo come noi. L’essenziale è rimasto nascosto! Si potrebbero facilmente citare grandi nomi della storia della teologia di questi duecento anni, dai quali abbiamo imparato molto, ma non è stato aperto agli occhi del loro cuore il mistero.

Invece, ci sono anche nel nostro tempo i piccoli che hanno conosciuto tale mistero. Pensiamo a santa Bernardette Soubirous; a santa Teresa di Lisieux, con la sua nuova lettura della Bibbia “non scientifica”, ma che entra nel cuore della Sacra Scrittura; fino ai santi e beati del nostro tempo: santa Giuseppina Bakhita, la beata Teresa di Calcutta, san Damiano de Veuster. Potremmo elencarne tanti!

Ma da tutto ciò nasce la questione: perché è così? È il cristianesimo la religione degli stolti, delle persone senza cultura, non formate? Si spegne la fede dove si risveglia la ragione? Come si spiega questo? Forse dobbiamo ancora una volta guardare alla storia. Rimane vero quanto Gesù ha detto, quanto si può osservare in tutti i secoli. E tuttavia c’è una “specie” di piccoli che sono anche dotti. Sotto la croce sta la Madonna, l’umile ancella di Dio e la grande donna illuminata da Dio. E sta anche Giovanni, pescatore del lago di Galilea, ma è quel Giovanni che sarà chiamato giustamente dalla Chiesa “il teologo”, perché realmente ha saputo vedere il mistero di Dio e annunciarlo: con l’occhio dell’aquila è entrato nella luce inaccessibile del mistero divino. Così, anche dopo la sua risurrezione, il Signore, sulla strada verso Damasco, tocca il cuore di Saulo, che è uno dei dotti che non vedono. Egli stesso, nella prima Lettera a Timoteo, si definisce “ignorante” in quel tempo, nonostante la sua scienza. Ma il Risorto lo tocca: diventa cieco e, al tempo stesso, diventa realmente vedente, comincia a vedere. Il grande dotto diviene un piccolo, e proprio per questo vede la stoltezza di Dio che è saggezza, sapienza più grande di tutte le saggezze umane.

Potremmo continuare a leggere tutta la storia in questo modo. Solo un’osservazione ancora. Questi dotti sapienti, sofòi e sinetòi, nella prima lettura, appaiono in un altro modo. Qui sofia e sínesis sono doni dello Spirito Santo che riposano sul Messia, su Cristo. Che cosa significa? Emerge che c’è un duplice uso della ragione e un duplice modo di essere sapienti o piccoli. C’è un modo di usare la ragione che è autonomo, che si pone sopra Dio, in tutta la gamma delle scienze, cominciando da quelle naturali, dove un metodo adatto per la ricerca della materia viene universalizzato: in questo metodo Dio non entra, quindi Dio non c’è. E così, infine, anche in teologia: si pesca nelle acque della Sacra Scrittura con una rete che permette di prendere solo pesci di una certa misura e quanto va oltre questa misura non entra nella rete e quindi non può esistere. Così il grande mistero di Gesù, del Figlio fattosi uomo, si riduce a un Gesù storico: una figura tragica, un fantasma senza carne e ossa, un uomo che è rimasto nel sepolcro, si è corrotto ed è realmente un morto. Il metodo sa “captare” certi pesci, ma esclude il grande mistero, perché l’uomo si fa egli stesso la misura: ha questa superbia, che nello stesso tempo è una grande stoltezza perché assolutizza certi metodi non adatti alle realtà grandi; entra in questo spirito accademico che abbiamo visto negli scribi, i quali rispondono ai Re magi: non mi tocca; rimango chiuso nella mia esistenza, che non viene toccata. È la specializzazione che vede tutti i dettagli, ma non vede più la totalità.

E c’è l’altro modo di usare la ragione, di essere sapienti, quello dell’uomo che riconosce chi è; riconosce la propria misura e la grandezza di Dio, aprendosi nell’umiltà alla novità dell’agire di Dio. Così, proprio accettando la propria piccolezza, facendosi piccolo come realmente è, arriva alla verità. In questo modo, anche la ragione può esprimere tutte le sue possibilità, non viene spenta, ma si allarga, diviene più grande. Si tratta di un’altra sofìa e sìnesis, che non esclude dal mistero, ma è proprio comunione con il Signore nel quale riposano sapienza e saggezza, e la loro verità.

In questo momento vogliamo pregare perché il Signore ci dia la vera umiltà. Ci dia la grazia di essere piccoli per poter essere realmente saggi; ci illumini, ci faccia vedere il suo mistero della gioia dello Spirito Santo, ci aiuti a essere veri teologi, che possono annunciare il suo mistero perché toccati nella profondità del proprio cuore, della propria esistenza. Amen.

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Mercoledì della XXVIII settimana del Tempo Ordinario

Omelia 2015

L’immagine “sepolcri imbiancati”, usata dall’evangelista Matteo parla da sola e non ha bisogno di commenti. Gesù condanna un’apparenza fittizia di persona religiosissima e corretta, il cui interno è la negazione totale di quello che vuol fare apparire all’esterno.

Luca parla invece di “sepolcri nascosti”: “Guai a voi perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo”. Chi calpestava o toccava un sepolcro diventava impuro, anche quando il sepolcro era nascosto sotto terra. L’immagine è quindi ancora più forte: fuori il fariseo di tutti i tempi sembra giusto e buono, ma questo aspetto è un inganno, perché dentro c’è un sepolcro nascosto che, senza che la gente se ne renda conto, sparge un veleno che uccide, comunica una mentalità che allontana da Dio, suggerisce una comprensione errata della Buona Notizia del Regno. Un’ideologia religiosa che fa di Dio un idolo morto.

di Padre Maurizio Botta C.O.

Vangelo Lc 11,42-46
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo». Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!».

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San Luca (18/10/2017)

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Audio Omelia 2017

Breve introduzione al vangelo di Luca ed ai suoi temi principali

di d.Andrea Lonardo
Voglio iniziare leggendo Lc 4, 16:

16Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:
18Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto
messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
19e predicare un anno di grazia del Signore.

20Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 21Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». 22Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». 23Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». 24Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 25Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».
28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Ho scelto questo brano per iniziare la meditazione perché qui cogliamo tantissimi temi che l’evangelista Luca ha probabilmente appreso da S.Paolo.

Luca e Paolo

Se voi andate nella Basilica di S.Paolo fuori le mura vedete che, nel quadriportico, è posta la statua di S.Paolo al centro. Ma, più avanti a destra, ecco la statua di S.Luca, proprio perché la tradizione dice che Luca ha sempre accompagnato Paolo. Probabilmente Luca è arrivato a Roma, perché negli Atti degli Apostoli, dei quali è autore, ci sono i cosiddetti brani “noi”, in cui non si dice “lui arrivo lì”, ma “noi arrivammo lì”. E’ quindi probabile che quando Paolo giunse a Roma, Luca era con lui per accompagnarlo. Molti dei temi che troviamo nel suo Vangelo riprendono riflessioni di Paolo sulla comprensione del mistero di Cristo.

Solo Luca ci racconta che…

Prendiamo per cominciare le parti proprie di Luca cioè quei brani che noi troviamo solo nel suo Vangelo [1] . Il Vangelo di Luca, uno dei tre sinottici, è l’unico a raccontarci molte delle parabole più conosciute ed amate. Pensate alla parabola del padre e dei due figli, il più giovane dei quali va via da casa e poi torna, mentre l’altro che è sempre rimasto, si arrabbia al ritorno del fratello. C’è solamente nel Vangelo di Luca. Oppure a quella della donna che ha perso una delle dieci dramme e quindi la cerca, o a quella del povero Lazzaro e del ricco, o ancora a quella del fariseo e del pubblicano, con il fariseo che dice “Io sono bravo”, si mette al primo banco, e il pubblicano che sta in fondo e dice “Signore io non sono degno”. Tutti questi testi sono brani raccontati solo da Luca. Il Vangelo è uno solo ma ognuno dei quattro evangelisti ricorda e racconta delle cose particolari, degli aspetti di Gesù che noi non conosceremmo altrimenti. Questo vale ancora di più riguardo al Natale. Dei primi momenti di Maria sono solo Matteo e Luca a raccontarci, e ognuno dei due mostra un aspetto diverso. Per esempio l’Annunciazione dell’incarnazione di Gesù nel grembo di Maria, nove mesi prima della nascita, la visita dell’Angelo a Maria, li troviamo solo nel Vangelo di Luca.

Gerusalemme e Roma

Il Vangelo di Luca, a differenza di altri Vangeli, comincia con Gerusalemme. E, al cuore di Gerusalemme, ha sempre di vista il Tempio, il luogo che è stato strumento, nell’Antica Alleanza, della comunione tra Dio ed il popolo.
Dopo i primi quattro versetti, si vede subito Zaccaria che va al Tempio per offrire l’incenso. Gesù viene portato, subito dopo la nascita, a Gerusalemme (questo c’è solo in Luca). Solo in Luca c’è Gesù dodicenne che spiega ai dottori della legge la presenza di Dio nel Tempio. Poi tutto il Vangelo è costruito come un percorso, con Gesù che deve salire a Gerusalemme, verso la Passione. Già Marco aveva compreso il significato della presenza di Gesù al Tempio – Mc 11,11-12,44, unità di cui non ci stancheremo mai di segnalare la centralità [2] . Ma da questo Tempio, che è suo poiché Gesù è il luogo della comunione con il Padre, egli sarà cacciato fuori per essere ucciso altrove. Luca, con Matteo, fa precedere l’annuncio dell’uccisione dall’annuncio della cacciata dal Tempio, nella parabola dei vignaioli omicidi, in Lc 20,15. Il Tempio è stato centrale, nella vita del popolo ed anche nell’annuncio di Gesù, ma ecco che gli eventi decisivi, la croce, la sepoltura, la resurrezione, già lo superano, avvenendo al di fuori di esso. Poi avviene il fatto di Emmaus, i discepoli si stanno allontanando da Gerusalemme, ma vi tornano di nuovo. Quando Gesù ascende al cielo di nuovo tutti tornano a Gerusalemme. Ma, sempre più, due momenti diversi si palesano agli occhi dell’evangelista e del lettore. Da un lato, il primo momento, finché Gesù non dà lo Spirito Santo: tutto il Vangelo ci mostra come Gesù sia il compimento dell’Antica Alleanza. Gerusalemme è il fulcro dell’Antico Testamento ed il Tempio il fulcro di Gerusalemme. Non si può togliere la Città Santa dall’Antico Testamento, né il Tempio dalla Città Santa. Nel Vangelo di Luca Gesù appare sempre legato alla sua città, al suo Tempio, ma, la sua cacciata, la sua passione e resurrezione, la sua ascensione, il dono dello Spirito Santo, aprono ad un secondo momento. Viene detto allora: “Adesso dovete andare fino agli estremi confini della Terra”. Infatti l’evangelista Luca è anche l’autore degli Atti degli Apostoli, è evidente che la mano è la stessa. Quindi partendo da Gerusalemme si dovrà arrivare fino ai confini del mondo. A quei tempi la fine del mondo era Roma. Adesso è diverso. Dopo la scoperta dell’America alla fine del ‘400, il mondo è molto più ampio. Gli Atti degli Apostoli finiscono con Roma, quindi ciò che è stato vissuto a Gerusalemme deve essere portato nella capitale dell’Impero. In questa indicazione noi troviamo qualcosa di molto grande per noi: noi siamo coloro che devono essere radicati profondamente nella storia della rivelazione dell’Antico Testamento e nella storia di Cristo, ma dobbiamo essere anche coloro che ne sono testimoni per tutto il mondo. Fare una cosa senza l’altra sarebbe come distruggere il Cristianesimo. Se uno dicesse: io vado dappertutto, ma non mi radico nell’evento, nella storia che Dio ha compiuto, sarebbe come un folle che vaga dicendo parole senza senso. Realmente noi dobbiamo essere radicati in quella storia. Sapete che la Chiesa continua a dire che è importante insegnare ai bambini, ai figli, ai nipoti, l’amore per la Scrittura, l’amore per la Chiesa, l’insegnare a comprendere l’Antico Testamento, a comprendere il Nuovo, a comprendere che Gesù è l’origine e il fine di tutto. L’evangelista Luca ha questa enorme coscienza che Gesù è per quel posto, è lì che si vive quella storia, ma quella storia appartiene di diritto al mondo intero. Già in questo ritroviamo questa fierezza di essere cristiani, questa opposizione anche, ma allo stesso tempo questo desiderio di incontrare ogni uomo. Si pensi al Papa, al suo viaggiare. A volte qualcuno dice anche di noi preti. “Ma non c’è, è andato in Vicariato, in centro ecc.”. Questo, non solo non toglie nulla ad una Parrocchia, ma è necessario per educare al fatto che un quartiere non è il cuore del mondo. Ognuno di noi – i vostri figli, i vostri nipoti, voi stessi, i preti, le suore, i laici – ha un dono che non può tenere per sé. Noi apparteniamo ad una Chiesa, la Chiesa di Roma, che in maniera più grande di ogni altra, sente l’urgenza di essere un punto di riferimento per il mondo intero. Ma d’altro canto, guai se questo annunzio non fosse radicato. Nel Vangelo c’è una tensione tra una storia che si compie solo in un luogo, Gesù non è stato in America, non è stato in India ecc., ed il fatto che quel Signore è il Signore risorto nello Spirito Santo, che ogni uomo ha diritto di avere e che la Chiesa deve portare, deve donare. Guai a chi muore senza evangelizzare, a chi non è fecondo, non solo fisicamente, ma soprattutto perché non trasmette ad altri questo dono per cui dice: “Ecco, altri sono diventati cristiani perché c’è stata l’accoglienza, la missione ecc.”.
Lo sviluppo dal primo annunzio al popolo ebraico fino agli estremi confini della terra non è solo lineare. Nasconde anche la profonda tensione di un dono rivolto per primo al popolo eletto, ma in gran parte non accolto, mentre contemporaneamente tale dono si disvela come destinato dallo Spirito a tutte le genti, ai pagani, ad ogni uomo. Paolo sarà figura determinante in questo, ma non possiamo trascurare che negli Atti è proprio Pietro il primo che comprende che Gesù e per tutti e battezza i primi non ebrei. E’ al capo degli apostoli che, anche in questo, spetta il primato. E’ possibile cogliere analogie e somiglianze con il pensiero paolino che si interroga, in Rom 11, 12: “Se pertanto la loro caduta (degli Ebrei) è stata ricchezza del mondo e il loro fallimento ricchezza dei popoli (dei pagani), che cosa non sarà la loro partecipazione totale!” Negli Atti la missione si apre sempre più al paganesimo perché questa è volontà dello Spirito Santo, ma anche per il rifiuto incontrato in molte sinagoghe, come afferma la finale di At 28, 28: “Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l’ascolteranno”.
Anche il vitello o toro – simbolo che deriva dal profeta Ezechiele e dai quattro esseri viventi dell’Apocalisse – è stato riferito dai Padri della Chiesa, come simbolo, proprio all’evangelista Luca, a motivo della centralità del Tempio, luogo appunto dei sacrifici animali.

Il Padre in Luca

Dentro questa dinamica geografica e di sviluppo ecclesiale ci sono temi grandissimi che Luca conosce e ci presenta in maniera molto forte [3] . Innanzi tutto, come primo tema, non possiamo non soffermarci su questa grandissima verità che Luca ci trasmette, che veramente Dio è il Padre. E’ veramente il Padre di Gesù Cristo, ma attraverso il Figlio ci rivela che anche noi siamo figli in Gesù Cristo [4] . Vediamo ad esempio il racconto delle tentazioni nel deserto. Mentre il Vangelo di Marco, che è il più antico, il primo che è stato scritto, ci dice solo che Gesù fu tentato, ma non ci spiega in cosa consistettero le tentazioni del deserto, Luca e Matteo ci ricordano le tre tentazioni specifiche. Ma Luca in particolare insiste sul fatto che la tentazione di mutare le pietre in pane, la tentazione di gettarsi giù dal pinnacolo, la tentazione della gloria, sono precedute da una frase che il Diavolo rivolge a Gesù: “Se tu sei Figlio di Dio” – in Luca è come una inclusione alla prima ed alla terza proposta, mentre in Matteo avviene alle prime due – “allora chiedi questa cosa”.
E’ sottintesa una domanda che è il grande dubbio dell’uomo. L’uomo può non sentirsi figlio, può sentirsi orfano, può sentirsi come se nessuno lo avesse mai amato e voluto su questa terra; ed è la grande tentazione che il diavolo per primo pone a Gesù Cristo: “Ma tu, ora che sei divenuto uomo, sei proprio sicuro che Dio ti ami? Sei proprio sicuro di essere Figlio? Guarda come sei ridotto, stai nel deserto”. La grande domanda è: “Ma tu sei voluto, sei amato?” Questa è la vera domanda al Figlio di Dio fatto uomo. Le tre domande sono un modo di ripetere questo tema: “Ma non sarà che tu un Padre non ce l’hai, che a nessuno importa che tu viva, che tu esista? Non sarà che sei nato per caso?” Gesù risponde affermando continuamente la Verità del suo rapporto con Dio, il Padre.
Pensiamo a come questa realtà è presente nella nostra vita. Alcune cose io le scopro parlando con le persone in occasione dei battesimi, grazie a voi, ai vostri figli, ai vostri nipoti: quanto è importante che i genitori siano consapevoli che, nel Battesimo, Dio è veramente Padre del loro bambino, che non è voluto solo da loro. Dio vuole quel bambino! E’ anche la grande domanda che i giovani portano con loro: “Ma io sono amato?” Loro cercano la ragazza, il ragazzo – il mondo giovanile gira tutto intorno a questo, come se il vero problema fosse trovare “qualcuno che ti si piglia”. In realtà il vero dubbio è se Dio voglia loro bene, il vero desiderio è che la loro vita non sia uno scherzo del caso. Solo la risposta a questa domanda può dare la pace.
Alcuni autori continuano a citare l’espressione “meteorite giovanneo” per Lc 10, 21-22, “Io ti rendo lode, Padre… Sì, Padre, perché così è piaciuto a te. Ogni cosa mi è affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”, misconoscendo proprio la centralità del rapporto fra il Padre ed il Figlio nel vangelo di Luca. Vorrebbero così insinuare che in maniera casuale, e non dalla sua profonda conoscenza e comprensione di Cristo, sarebbero giunte a Luca queste parole di Gesù. Esse sarebbero in dissonanza rispetto alla presentazione lucana del Cristo. E’, invece, un brano cardine per gettare luce sull’identità di Gesù così come Luca l’ha ricevuta e la trasmette. E’ la stessa riflessione del “mysterion” in S.Paolo. Nella sua teologia il mistero non è tanto ciò che è incomprensibile ed inconoscibile, ma è ciò a cui l’uomo non può arrivare con le sole sue forze, senza rivelazione da parte di Dio stesso. E’ il mistero del rapporto fra il Padre ed il Figlio, inaccessibile, finché il Figlio non lo partecipa agli uomini! Come nessuno può accedere alla conoscenza del nostro intimo, della nostra storia personale, se noi non decidiamo di farne dono e racconto, così, ancor più, è di Dio. Solo dall’interno si può aprire la porta che dischiude la conoscenza della sua vita. Ed è, appunto, la Rivelazione cristiana.
Accenno soltanto ad altri testi lucani che approfondiscono lo stesso aspetto, innanzitutto alla grande storia del padre e dei due figli, in Lc 15. Tante volte l’abbiamo letta. Sappiamo che è sbagliato chiamarla “la parabola del figliol prodigo”, perché in realtà non si parla di un figlio, ma di due figli. Ma è anche sbagliato chiamarla, come suggeriscono alcuni, “la parabola del padre misericordioso”, come se ci fossero padri che non sono misericordiosi, come se il Padre non fosse misericordioso! Noi sentiamo il bisogno, per la nostra esperienza umana, se diciamo padre, di aggiungere un’altra parola, perché noi conosciamo padri che non sono misericordiosi. In realtà Gesù ci sta dicendo semplicemente che è la parabola del Padre e dei suoi figli. Un padre che è padre! Il problema è cercare di essere come quel Padre, noi dobbiamo cercare di assomigliare a quel Padre. Un padre è colui che ama i suoi figli. Tutti e due i nati da lui, quello che se ne va e quello che brontola sempre, il figlio del piacere e quello del dovere – come li ha definiti la Dolto – quelli sono i suoi figli! La parabola gioca tutto quanto sul rapporto che c’è tra questo padre e i due figli (e la fratellanza che ne consegue).
Pensate poi alle grandi parole sulla croce. Luca è l’unico che ricorda queste due parole di Gesù, che voi non trovate in nessun altro Vangelo. Quando Gesù, prima di morire, dice “Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito”, riaffermando così la sua risposta alla tentazione nel deserto. Padre, io sto morendo, ma tu sei mio Padre, io ho questo Spirito che è lo Spirito Santo e anche la vita di questa terra, che sta finendo, la metto nelle tue mani. Luca è l’unico che ci ricorda anche che, dinanzi al peccato, quando lo stanno uccidendo, Gesù dice, “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. E, subito prima – e dopo la preghiera con la quale Gesù si è rivolto al Padre nel Getsemani – davanti al Sinedrio che lo interroga “Dunque tu sei il Figlio di Dio?”, Gesù risponde “Lo dite voi stessi, io lo sono!” (Lc 22, 70).
C’è dunque questo primo grande tema che troveremo durante l’anno, che è il grande annunzio che Cristo fa e che Luca ci ricorda. Non che negli altri evangelisti non ci sia, ma Luca lo ricorda in maniera particolare. Giovanni lo fa in un altro modo, ognuno dei quattro autori dei vangeli ricorda un aspetto particolare, così come quando noi guardiamo una persona, ognuno ricorda un particolare, un gesto.

Un annuncio di misericordia

Legato a questo c’è il grande tema della misericordia. Dante definiva Luca lo “scriba mansuetudinis Christi”, cioè colui che ha scritto della mansuetudine di Cristo, della misericordia, della bontà, della condiscendenza.
Basta citare le parabole della pecora perduta, della dramma perduta e dei figli perduti tutti e due (il grande e il piccolo) e del padre. Il tema della peccatrice perdonata, con Simone che non vuole accogliere questa donna. Non capisce perché lui, che è giusto, deve vedere Gesù che perde tempo con una poco di buono. E’ arrabbiato perché Gesù dedica poco tempo a lui e dedica più tempo a delle persone che si sono avvicinate a lui, che lo cercano, lo desiderano. Lui, convinto di stare bene, di non avere bisogno di niente, di non aver bisogno di cambiare, di convertirsi, è stupito che invece Gesù sia così amata da una donna che ne sente il bisogno e che Gesù ami tanto questa donna. Pensate al tema presentato nella bellissima parabola del fariseo e del pubblicano. Gesù dice che quel pubblicano che dice “Signore, io non sono degno di stare qui”, quello tornò a casa sua giustificato, mentre il fariseo che pensava di non avere bisogno di niente tornò a casa condannato. Pensate al buon samaritano, tutti i sacerdoti, i leviti, non si curano di questo uomo, mentre uno straniero – come se dicessimo oggi un appartenente all’Islam, un testimone di Geova, una persona che non appartiene al popolo – lo aiuta. C’è questo secondo grande tema, che ci invita a scoprire quando noi abbiamo sperimentato la misericordia di Dio, perché nel nostro sguardo si legga se noi ricordiamo ancora che quando eravamo peccatori, eravamo lontani, Dio ci ha amato. Se noi ricordiamo questo, allora riusciremo a provare questa misericordia verso ogni uomo. Perché l’altro è come me. E riscoprire chi sono io, mi fa riscoprire come l’altro viene guardato da Cristo: con lo stesso sguardo con cui ha guardato me.

Un banchetto di festa

Ci sono poi, legati a questo, i temi della festa e della gioia. Alcuni dicono anche che Luca è il Vangelo della gioia, perché ogni volta che un peccatore torna a Cristo, bisogna mangiare, bisogna fare festa. In tutte queste parabole c’è un banchetto dove si suona, si danza, perché una persona nuova è arrivata a Cristo. Addirittura si dice che gli angeli del cielo fanno più festa per un peccatore che si converte, che per mille giusti che non hanno bisogno di alcuna conversione. Il tema della gioia, dell’allegria, della festa è quindi legato a quello della misericordia che deve essere celebrata. Non basta che ci sia, ma addirittura deve diventare una festa.

Un tempo che arriva a pienezza

Nel Vangelo di Luca c’è poi una grande attenzione al tempo, a come lo vivono gli uomini, ma soprattutto a come Dio lo vive. Per esempio, nei primi due capitoli non ci si limita a dire “Quando finì il tempo della gravidanza di Elisabetta, di Maria”, ma si usa l’espressione “compimento del tempo”. Il tempo che scorreva arriva a compiersi, arriva a terminare, a finire, giungendo alla sua pienezza. Finisce perché si compie la realtà più grande! Alla fine c’è questo grande annunzio che ascolteremo la notte di Natale: “Oggi, nella città di Davide è nato il Salvatore”. Davvero, in quel preciso momento, il tempo arriva a compiersi. Tutto quello che succede prima è come una preparazione, qualcosa che ci ha fatto camminare verso quel momento in cui arriva la pienezza del tempo.

Oggi: un tempo pregnante di Spirito

Si deve notare come Luca sottolinei molto la presenza dello Spirito Santo, proprio perché il tempo non si compie per opera di noi uomini, non è fatto, come ci fanno credere, dalle nostre azioni o dalla nostra fama.
In realtà il tempo si compie, perché Dio compie il tempo. Paradossalmente quello che fa l’uomo non conta nulla, e questo è in un certo senso una fortuna, perché è liberante. Il tempo si compie quando Dio capisce che deve mandare il suo Figlio, quando Dio decide che è il momento e a Dio “piace” mandare suo Figlio. E’ Dio che manda l’Angelo a Maria, è Dio che manda lo Spirito Santo su Maria. L’iniziativa parte da Dio, non dall’uomo. La parola Avvento ricorda questo, non siamo noi ad andare verso Cristo, ma solo perché Cristo viene verso di noi, noi possiamo cominciare a camminare verso di lui. Luca sottolinea la presenza degli angeli proprio perché la vita non è fatta solo dagli uomini, ma gli uomini passano, se non ci fosse Cristo e con Lui la vita eterna. Quando Gesù nasce, Luca ci descrive la festa, il canto degli angeli, perché tutto il Creato, con tutti gli Angeli e tutte le creature celesti, è il destinatario della Rivelazione di Dio, non solo gli uomini, o addirittura, come a volte si è portati a credere, una particolare generazione! Il cosmo intero ringrazia la nascita del Salvatore, perché quel Figlio è venuto per il cosmo intero. Chiaramente è venuto anche per me, per la mia famiglia, ma non si risolve in questa dimensione. Si realizza una concezione molto più grande del compiersi del tempo. In virtù di questo il tempo di Gesù e poi quello della Chiesa, diventano il tempo dell’oggi. Gli Atti mostrano, infatti, fin dalla Pentecoste, come l’annuncio del profeta Gioele si sia realizzato proprio oggi, nell’ultimo tempo, e si concludono con l’affermazione che i pagani oggi, ora, accolgono la salvezza: “Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l’ascolteranno” (At 28, 28). E’ l’oggi di Cristo che continua nell’oggi della Chiesa.
Siccome il tempo è compiuto, quando Cristo passa si entra nella Salvezza. E’ come un treno che passa, bisogna salirci sopra. Lui passa e io salgo, io vengo accolto, io entro in questa comunione. Sarebbe interessante cercare tutte le volte in cui, nel Vangelo di Luca, si dice “oggi”. A Luca piace questa parola. In questo brano che abbiamo letto all’inizio di questa meditazione, per esempio, Gesù va a Nazareth, legge questo brano e dice: “Oggi si è compiuta questa Parola”. Il profeta aveva detto: “Lo Spirito Santo scenderà, ci sarà un anno di grazia”. Luca capisce che Gesù ha realizzato in quel momento la promessa fatta da Dio. Essa non è più una promessa, ma è proprio in quel momento lì che l’anno di grazia inizia, che la promessa diviene realtà.
Pensate a questa frase bellissima e terribile: “E Gesù, passando in mezzo a loro, se ne andò”, alla fine di questa pericope. Quando l’oggi di Gesù si compie, lì le persone si dividono. Allora appena lui fa capire – guardate come si intrecciano i temi in Luca – appena Gesù fa capire che Lui è venuto anche per il Siro e per la vedova di Zareptha, che sono due pagani, allora la gente di Nazareth dice: “Ma come? Il Messia non è venuto per noi, solo per noi? E’ venuto per gli altri! Ma che quelli sono più importanti di noi?” Allora vogliono ucciderlo. Vogliono un Gesù che sia solo per loro, non interessa che sia per tutti. E c’è questa frase bellissima e terribile: “Gesù, passando in mezzo a loro, se ne andò”. Perché Gesù passa in mezzo a loro e può andarsene o essere accolto in questa dinamica di accoglienza del mistero del Padre, della sua Misericordia.
E proprio Luca sottolinea che questo tempo pregno di Spirito Santo, non è un tempo che non si ripeta, anzi chiede proprio la costanza della fedeltà. Gesù “secondo il suo solito” entra nella sinagoga di Nazaret (Lc 4, 16) e, “come al solito”, se ne va al monte degli Ulivi (Lc 22, 39).

Lo Spirito Santo

Luca ci mostra, con una impressionante continuità, l’opera dello Spirito. La prospettiva è proprio quella che la Chiesa annuncerà con forza nel Credo: “Per opera dello Spirito Santo si è incarnato e si è fatto uomo”. Non dunque uno Spirito che allontana dalla vita, ma, all’opposto, lo Spirito che presiede all’Incarnazione del Figlio.Nelle storie parallele della nascita del Battista e del Cristo lo Spirito è sempre all’opera. Giovanni (Lc 1, 14) “sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre”, ma nel grembo di Maria sarà proprio lo Spirito Santo che scenderà su di lei (Lc 1, 35), che stenderà la sua ombra per lo stesso concepimento del Figlio.
Anche Elisabetta fu piena di Spirito Santo (Lc 1, 41) e così Zaccaria che fu pieno di Spirito santo (Lc 1, 67) quando profetò dicendo: “Benedetto…”.
Così anche, in Lc 2, 25-27, Simeone. al quale lo Spirito Santo aveva preannunziato della nascita del Cristo.
Ma lo Spirito riposa su Gesù. Potremmo dire, con espressioni paoline, che lo Spirito Santo è lo Spirito di Cristo, che è il suo Spirito. Il Battista lo annunzia come colui che vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco (Lc 3, 16). Nel momento del battesimo scende su Gesù lo Spirito Santo, in apparenza corporea, come di colomba (3, 22) che lo manifesta, nella voce del Padre, come il Figlio prediletto, come l’unico del Padre. E’ lo Spirito – e non solo il tentatore – che lo conduce nel deserto ed è con la potenza dello Spirito che Gesù torna in Galilea. Nella sinagoga a Nazaret – il brano iniziale di questa meditazione – Gesù proclama che il brano di Isaia proprio in vista di lui era stato scritto e che ora, “oggi”, lo Spirito del Signore è sopra di lui. Proprio la densissima affermazione cristologica della conoscenza del Padre e del Figlio, in Lc 10, 21, avviene nell’esultanza nello Spirito Santo.
In più, già in Lc 11, 13 – “Quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” – è evidente che lo Spirito che è proprio del Figlio è lo stesso Spirito che sarà donato agli uomini.
Nel racconto degli Atti, come è evidente che le Scritture sono state ispirate dallo Spirito Santo, così è evidente che la vita e la storia della Chiesa ugualmente è sua opera. Nello Spirito sono stati scelti gli apostoli, nello Spirito vivono la Pentecoste, nello Spirito inizia la missione di annuncio, a tal punto che tutti “ne sono ripieni”. E’ lo Spirito che indica a Pietro che il Cristo è venuto anche per i pagani e desidera il loro battesimo. Ogni ministero ed ogni missione particolare dallo Spirito ha origine in Lui ed in Lui trova forza per compiersi. Potremmo, in sintesi, dire che lo Spirito oltre ad essere lo Spirito del Cristo è anche, per sua volontà, Spirito ecclesiale, lo Spirito della Chiesa..

La preghiera

Proprio in questo tempo che è arrivato al suo culmine, alla sua pienezza, e, perciò, si qualifica come “oggi” in cui è non solo possibile, ma richiesto, accogliere Cristo nello Spirito, si apre lo spazio della preghiera, perché sia accolta la presenza di Dio nel suo Figlio.
Maria è colei che prega, con le parole che saranno la forma ed il contenuto della preghiera cristiana di ogni tempo: “Avvenga di me secondo la tua parola”. Vediamo in lei, nell’assenza di peccato e nell’abbandono totale alla grazia, la donna che vive la stessa preghiera di Cristo: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice; tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22, 43).
La preghiera di Cristo si manifesta in pienezza come preghiera al Padre, nel cammino della croce, non solo nell’orto del Getsemani, ma anche come preghiera di intercessione per Pietro, in Lc 22, 32-33, “Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”, e di intercessione per i carnefici della passione, in Lc 23, 34, “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, ed, infine, come preghiera di abbandono fiduciale in Lc 23, 46, “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.
Il vangelo dell’infanzia di Gesù e di Giovanni Battista, in Luca, ci trasmette le tre preghiere del mattino, del tramonto e della notte, il Benedictus, il Magnificat, il Nunc Dimittis, con cui la Chiesa, da allora, prega nelle ore dei giorni.
Proprio immediatamente dopo che Gesù ha chiarito come rovesciare la domanda “Chi è il mio prossimo?”, chiedendo “Chi è stato prossimo, chi si è fatto prossimo, a colui che era incappato nei briganti?”, a mostrare che la carità verso gli uomini è solo una dimensione della vita cristiana, ecco l’episodio avvenuto nella casa di Marta e Maria. Marta non solo non lascia tutto per sedersi ai piedi del Signore per ascoltare la sua parola, ma pretende, in più, che tutti facciano come lei. Vuole erigere il suo comportamento a norma “ecclesiale”. E Gesù la ammonisce sulla “parte migliore” che a Maria non sarà tolta e da cui lei stessa deve lasciarsi istruire.
Se qui è in evidenza la preghiera come ascolto del Signore che parla, nella parabola della vedova importuna e del giudice è, invece, presente la grande dimensione della preghiera di domanda, di richiesta, di intercessione. (Lc 18, 1-8).
La segue immediatamente la preghiera del pubblicano “O Dio abbi pietà di me peccatore” (Lc 18, 13) che sola sarà ascoltata, a differenza di quella del fariseo che si presume giusto e disprezza gli altri.

La Chiesa

In tutti e quattro gli evangelisti è evidente la perfetta continuità, instaurata dal Cristo, fra sé e la vita della Chiesa. In Marco è il comando, nella finale lunga, della fede e del battesimo da donare – realtà necessarie per la salvezza! – a tutti i popoli. In Matteo è l’assicurazione di essere “con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. In Giovanni le due finali, legano, proprio attraverso la testimonianza degli apostoli e dei discepoli, la vita dei credenti – che crederanno e avranno la vita per la fede – a quella del Cristo.
Luca ha sentito il bisogno di non fermarsi a scrivere la storia di Gesù, dal suo inizio alla resurrezione. Deve anche raccontare la storia della Chiesa, fin dove la conosce, per dire che è la stessa storia. Nel suo primo libro e nel suo secondo è la stessa realtà che è sotto i nostri occhi, è lo stesso “oggi” di salvezza che, iniziato, continua a compiersi. Già in Lc 24, 15-35, l’episodio dei discepoli di Emmaus, essi debbono tornare dagli apostoli e da Pietro per sentire l’annuncio loro, prima di fare il proprio e trovarlo uguale. In Lc 24, 36-43, nell’apparizione ai discepoli a Gerusalemme, essi sono costituiti testimoni del Cristo, nel cui nome saranno predicati, a tutte le genti, la conversione ed il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” (Lc 24, 47-48).
Gli Atti mostrano la corsa della Parola, fino agli estremi confini della terra, fino a Roma. La Scrittura Santa si mostra non un tutto completo a sé stante, ma si apre alla tradizione della Chiesa, che giunge fino a Roma. Tutta la storia della Chiesa diviene storia di salvezza, vita alla presenza dello Spirito Santo. Ed una geografia di salvezza, poiché Dio è Padre dell’Incarnazione, conduce a Roma, città a cui la Provvidenza ha assegnato un posto particolare.

L’annunzio del vangelo è per tutti

Proprio per questo, se Luca non ci racconta della presenza di Gesù nelle regioni di Tiro e Sidone, in mezzo ai pagani, ma solo in Galilea e Giudea, è, però, proprio anche del suo vangelo la coscienza, come vedevamo, che il vangelo è dono per tutti gli uomini. Il vangelo è per tutti Nessuno lo riceve per tenerlo per sé.
Nell’episodio che abbiamo letto all’inizio di questa meditazione, episodio programmatico lucano, la reazione di rifiuto della folla nasce proprio anche a motivo delle parole di Gesù che ricorda, indicando la traiettoria del cristianesimo, che già nel passato Elia era stato inviato proprio ad una vedova a Zarepta di Sidone – ed essa lo aveva accolto! – e che Eliseo, discepolo di Elia, aveva guarito proprio un Siro, un non ebreo, Naaman (4, 25-30).
In Lc 10, 1-20, è solo Luca a raccontarci dell’invio dei 72 discepoli e del loro ritorno. E la lettura spirituale dei Padri ha visto, a ragione, in questo numero la missione in nuce a tutti i popoli della terra (tradizionalmente, a partire da una interpretazione di Gen 10, i popoli erano stati calcolati in numero di 70 o 72). Ecco che gli Atti portano a compimento ciò che è “previsto” in tutto il vangelo, dispiegano l’annuncio che è già presente in Luca.

Storicità e credibilità a fondamento dell’annunzio

Non solo il vangelo è per tutti, ma è anche per tutto l’uomo. Non da un sacrificio di una parte dell’uomo, la ragione, esso trae forza, poiché l’atto di fede è un atto integrale che ognuno compie nella pienezza delle sue facoltà. La fede è, anzi, l’atto “giusto”, “ragionevole” dinanzi alla Rivelazione che si è manifestata nella realtà della storia. Unico fra gli evangelisti, Luca introduce il suo scritto con un breve prologo di 4 versetti, raccontandoci la sua ricerca storica, perché Teofilo, suo destinatario, si possa rendere conto “della solidità degli insegnamenti che ha ricevuto” (Lc 1, 4).
Il percorso storico che va da Gesù agli Apostoli e da essi agli uomini della loro cerchia che misero per iscritto la storia del Signore (cfr. Dei Verbum 18 e 19) non è una deformazione della realtà dell’evangelo di Cristo, piuttosto è via che sostiene la “sicurezza” della fede. Una branca della teologia fondamentale, quella che studia l’origine del Nuovo Testamento ed i criteri di storicità, continua proprio le parole lucane, ponendosi come scopo la verifica del rapporto fra il Gesù della storia ed il Cristo annunciato dagli evangelisti e sostenendo, anche nell’oggi della moderna ricerca scientifica, la fondatezza della fede. Essa ha fondamento e non è fiducia cieca che non sa, che ignora Colui al quale la fede è data, il Cristo che rivela il Padre.
Anche la parola degli Atti, sottolinea questa dimensione profondamente rispettosa dell’umanità integrale dell’atto di fede, del motivo del credere: “Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele…” At 2, 36).
Nel misterioso nome Teofilo, che letteralmente significa “amico di Dio”, possiamo vedere non solo un personaggio storico a noi ignoto, a cui Luca si indirizzava, ma anche ogni cercatore di Dio, e perciò suo amico, che vuole scavare sui motivi della fede cristiana ed essere illuminato da essa.
La storicità è corroborata dalle coordinate storiche per le quali la vita di Gesù e della Chiesa si incontra con quelle dei personaggi noti della storia, Augusto e Tiberio, Téuda e Giuda il Galileo, Gallione e Felice.

I beni da condividere

Sottolineatura tipica lucana, memoria dell’insegnamento di Gesù, è, infine, l’attenzione rivolta ai beni di cui l’uomo vive. Nuovamente possiamo leggere questi brani proprio come comprensione che a tutto l’uomo il vangelo è rivolto e la dimensione economica, di giustizia e di carità, trae luce dall’essere toccata dalla presenza dell’ “oggi” della salvezza.
La figura del Battista, in Luca, già mostra questa sottolineatura, quando incontriamo la domanda a lui rivolta: “Che dobbiamo fare?” (Lc 3, 10-18). Persone di differenti mestieri sono invitate a riflettere bene sulla dimensione etica del loro operare professionale.
Le beatitudini, in Lc 6, 20-28, sottolineano ancor più la dimensione non solo spirituale dell’annuncio – non “beati i poveri in spirito”, ma “beati i poveri” – e la contrapposta maledizione della ricchezza non condivisa e del disinteresse: “Ma guai a voi, ricchi”.
Frequentemente la parola di Gesù che l’evangelo lucano ci ricorda, segue l’uomo da presso sul tema della fiducia da non riporre nella propria sicurezza – Lc 12, 31-21, su chi accumula tesori e dice: “Anima mia riposati…” – sul guardarsi dall’avarizia, sulla scelta degli invitati – Lc 14, 12-14 – su chi vuole seguire il Signore, senza essere disposto a cedere ciò che ha – Lc 14, 28-33, “Chi vuol costruire una torre…”.
La parabola del ricco e del povero Lazzaro, Lc 16, 19-31, è dono che solo Luca ci ha conservato.
Infine l’episodio di Zaccheo, incontro reale che conduce un uomo a dare la metà dei suoi beni ai poveri e a restituire quattro volte tanto ciò che ha frodato, in Lc 19, 1-9, manifesta la forza rinnovatrice del vangelo di Gesù. Il pane, per il quale l’uomo nella storia si è diviso, diviene ora occasione di condivisione e segno di salvezza.
Il banchetto condiviso con i poveri ed i peccatori, in terra, diviene segno e anticipo del banchetto del cielo, quando Dio giudicherà, farà giustizia e salverà, in Cristo.


Piccolo ritratto di Luca, autore degli Atti

prof.Giancarlo Biguzzi

Presentiamo dal Sito Gli Scritti un testo del prof.Giancarlo Biguzzi, docente di Nuovo Testamento presso la Pontificia Università Urbaniana, già apparso sulla rivista Eteria ed appartenente ad una serie di articoli che avevano lo scopo di introdurre, come in agili reportage giornalistici, ad una prima conoscenza dei luoghi e delle figure del Nuovo Testamento.

1. Il timoniere e i quattro rematori

Ai Musei Vaticani è conservato un frammento di sarcofago cristiano dove un timoniere, volgendo le spalle alla prua, è intento a impartire le istruzioni del caso ai rematori di una piccola barca. Sul fianco dell’imbarcazione, in corrispondenza di ciascuno dei rematori, sono altrettanti nomi: Marcus, Lucas, Ioannes. Manca, come è facile intuire, un quarto rematore e un quarto nome, quello di Matteo.
L’immagine è suggestiva perché dice come nei quattro vangeli ci sia la voce di un solo maestro, ma anche la collaborazione di quattro uomini di fatica, i quali hanno non poco merito nel sospingere la barca tra le onde e le tempeste.

2. Luca e la sua opera in due volumi

Tra quei quattro “rematori” Luca si distingue per avere scritto un’opera in due volumi. All’inizio del secondo volume lui stesso rivela senza lasciare dubbi come pensasse a due volumi da conservare e leggere insieme: «Nel mio primo libro ho già trattato, o Teofilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui ecc.» (Atti 1,1).
Teofilo e tutti gli altri lettori avrebbero dunque dovuto leggere il secondo libro di seguito al primo, ma nel secondo secolo i cristiani hanno deciso altrimenti. Quando le comunità cristiane cominciarono a scambiarsi i libri scritti dalla generazione apostolica, negli scaffali delle loro “sagrestie” ebbero la tendenza a raggruppare i libri omogenei. È così che il vangelo lucano (sarebbe meglio dire “lucaneo”, perché per noi italiani “lucano” è aggettivo di “Lucania”) è finito nella tetralogia evangelica e ha perso il legame, voluto dal suo autore, con il libro degli Atti. Ed è per questo che gli studiosi attingono, come è giusto, da tutti e due i volumi quando vogliono mettere in luce la visione teologica di Luca o, comunque, il suo contributo di pensiero al cristianesimo delle origini.
Luca, dunque, fu affascinato come tutti quelli della sua generazione dall’abbagliante figura di Gesù, ma seppe anche fare posto al dopo-Gesù, alla continuazione della sua opera che prima i suoi discepoli, e poi gli uomini della seconda e terza generazione cristiana seppero portare avanti in un ambito geografico e culturale ben più vasto di quello in cui era stato attivo Gesù.

3. Luca, gli Atti e i viaggi missionari

Quello che poi è interessante notare è che in tutte e due le opere Luca pensa in termini di viaggi: nel vangelo descrive il cammino di Gesù dalla Galilea, attraverso la Samaria, verso Gerusalemme, mentre nel libro degli Atti narra la grande corsa della Buona Notizia da Gerusalemme fino alle estremità della terra.
Più in particolare, gli Atti parlano dei viaggi missionari di Filippo (Atti 8) o di Pietro (Atti 9-11), ma i viaggi più giustamente famosi sono quelli di Paolo: il primo verso Cipro e nel cuore dell’Anatolia (= l’attuale Turchia); il secondo verso Filippi e Tessalonica in Macedonia, e verso Atene e Corinto in Acaia; il terzo verso Efeso, con un’appendice in Macedonia e in Acaia per visitare le comunità fondate nel secondo viaggio.
C’è poi un quarto viaggio nel quale, propriamente parlando, Paolo non era nelle vesti del missionario perché, essendosi egli appellato all’imperatore, con le catene ai polsi veniva portato dal tribunale periferico di Cesarea Marittima a quello di Roma. Anche il trasferimento dalla Palestina a Roma comunque è presentato da Luca come viaggio missionario perché Paolo, sia nella lunga e tormentata navigazione, sia una volta arrivato a Roma, approfittò per annunciare il Cristo.

4. Viaggi missionari per Luca e soggiorni apostolici per Paolo

Secondo Luca, dunque, Paolo è stato protagonista della missione protocristiana in termini di viaggi, ma -per quanto sorprendente possa essere- nelle sue lettere Paolo sembra interpretare la sua attività piuttosto in termini di soggiorni apostolici.
Luca, non si sa perché, non parla mai delle lettere di Paolo, mentre ce ne sono state tramandate ben 13 con in apertura il suo nome quale mittente. Il fatto stesso che a noi siano pervenute 13 lettere di Paolo o a lui attribuite, dice che Paolo, invece di andare di persona, spesso scriveva. È bensì vero che in quelle lettere Paolo non di rado parla delle visite che intende fare a Filippi o a Corinto ecc., ma si tratta generalmente di visite a singole comunità, e non inserite invece nella parabola di un viaggio missionario, secondo lo schema lucano.
Non solo, ma nelle sue lettere molto spesso Paolo allude all’invio di collaboratori: di Timoteo (1Corinzi 4,17) e di Tito (2Corinzi 8,6, ecc.) a Corinto, di Timoteo ed Epafrodito a Filippi (Filippesi 2,19; 2,25), di Onesimo e di Tichico a Colosse (Colossesi 4,7.9), della diaconessa Febe a Roma (Romani 16,1) ecc.
L’invio di lettere e di collaboratori era evidentemente inteso a non interrompere l’azione di Paolo nelle città in cui egli si trovava al momento di scrivere. Questo dice che Paolo non lasciava una chiesa se non vi era costretto dall’ostilità dei giudei (Atti 17,5.13), dalle autorità cittadine (Atti 16,39) o, infine, dal ritenere concluso in quel luogo il suo lavoro (Romani 15,23): quello di impiantare una chiesa matura nella fede e autosufficiente nella vita evangelica e nell’iniziativa missionaria.

5. Luca e il suo autoritratto

Tutto questo ci aiuta a delineare, per contrasto, un ritratto di Luca. Da come scrive e dai suoi centri d’interesse, Luca non va immaginato in uno studiolo da intellettuale, nella cui pace egli si ritira di tanto in tanto a scrivere ciò che ha ricevuto dai testimoni dei primi tempi o ciò di cui è stato personalmente protagonista. E non va pensato neanche come un dirigente di una chiesa oramai numerosa e consolidata, la quale lo incarica di scrivere per fare fronte alle proprie esigenze catechetiche e liturgiche. Luca è abbastanza diverso anche dal Paolo che, se gli era possibile, soggiornava a lungo nelle chiese dopo la loro fondazione.
Per Luca la vita apostolica è invece una corsa ininterrotta, è un continuo succedersi di arrivi e di partenze. Luca è un itinerante con le valigie sempre in mano che, come quelli di cui parla la Didachè (fine sec. I dC), non si ferma più di due giorni nella stessa comunità, per paura di essere un profittatore e un falso profeta: «Un apostolo non rimarrà tra voi che un giorno solo. Se vi fosse bisogno, si potrà fermare anche un secondo giorno. Ma se rimane per tre giorni, è un falso profeta» (Didachè 11,5).
Luca, che concepisce la storia della chiesa primitiva come una successione di viaggi missionari, era insomma ancora più viaggiatore che non Paolo. Non per nulla, egli conosce vie terrestri e rotte marine come nessun altro nel Nuovo Testamento, e menziona qualcosa come 102 toponimi di città, regioni, isole, ecc. sparse dalla Mesopotamia all’Italia. Già tutto questo induce a pensarlo come un itinerante. Ma c’è di più: egli ripetutamente giunge a chiamare la nuova fede cristiana come “la Via”, egli che per esempio fa dire a Paolo: «Io perseguitai a morte questa nuova Via» (22,4), e: «Adoro il Dio dei nostri padri secondo questa Via» (22,14; ma cf. per esempio anche 18,15.26; 24,22).
Poiché chiunque scrive fa dell’autobiografia, nel suo primo libro Luca si autodefinisce come l’evangelista della “via di Gesù” dalla Galilea a Gerusalemme, nel secondo egli si presenta come l’evangelista della “Via” da Gerusalemme a Roma, lui che era costantemente in viaggio, per terra o per mare, da una chiesa all’altra, al servizio del Vangelo.

 

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Sant’Ignazio di Antiochia (17/10/2017)

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Audio Udienza

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 14 marzo 2007

 

Sant’Ignazio d’Antiochia

Cari fratelli e sorelle,

nel nostro nuovo ciclo di catechesi appena iniziato stiamo passando in rassegna le principali personalità della Chiesa nascente. La scorsa settimana abbiamo parlato di Papa Clemente I, terzo Successore di san Pietro. Oggi parliamo di sant’Ignazio, che è stato il terzo Vescovo di Antiochia, dal 70 al 107, data del suo martirio. In quel tempo Roma, Alessandria e Antiochia erano le tre grandi metropoli dell’Impero romano. Il Concilio di Nicea parla di tre «primati»: ovviamente, quello di Roma, ma vi erano poi anche Alessandria e Antiochia che vantavano un loro «primato». Sant’Ignazio, come s’è detto, era Vescovo di Antiochia, che oggi si trova in Turchia. Qui, in Antiochia, come sappiamo dagli Atti degli Apostoli, sorse una comunità cristiana fiorente: primo Vescovo ne fu l’apostolo Pietro – così ci dice la tradizione –, e lì «per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani» (At 11,26). Eusebio di Cesarea, uno storico del IV secolo, dedica un intero capitolo della sua Storia Ecclesiastica alla vita e all’opera letteraria di Ignazio (3,36). «Dalla Siria», egli scrive, «Ignazio fu mandato a Roma per essere gettato in pasto alle belve, a causa della testimonianza da lui resa a Cristo. Compiendo il suo viaggio attraverso l’Asia, sotto la custodia severa delle guardie» [che lui chiama «dieci leopardi» nella sua Lettera ai Romani 5,1], «nelle singole città dove sostava, con prediche e ammonizioni, andava rinsaldando le Chiese; soprattutto esortava, col calore più vivo, di guardarsi dalle eresie, che allora cominciavano a pullulare, e raccomandava di non staccarsi dalla tradizione apostolica» (3,36,3-4). La prima tappa del viaggio di Ignazio verso il martirio fu la città di Smirne, dove era Vescovo san Policarpo, discepolo di san Giovanni. Qui Ignazio scrisse quattro lettere, rispettivamente alle Chiese di Efeso, di Magnesia, di Tralli e di Roma. «Partito da Smirne», prosegue Eusebio, «Ignazio venne a Troade, e di là spedì nuove lettere»: due alle Chiese di Filadelfia e di Smirne, e una al Vescovo Policarpo. Eusebio completa così l’elenco delle lettere, che sono giunte a noi come un prezioso tesoro. Leggendo questi testi si sente la freschezza della fede della generazione che ancora aveva conosciuto gli Apostoli. Si sente anche in queste lettere l’amore ardente di un Santo. Finalmente da Troade il martire giunse a Roma, dove, nell’Anfiteatro Flavio, venne dato in pasto alle bestie feroci.

Nessun Padre della Chiesa ha espresso con l’intensità di Ignazio l’anelito all’unione con Cristo e alla vita in Lui. Perciò abbiamo letto il brano evangelico sulla vigna, che secondo il Vangelo di Giovanni è Gesù. In realtà, confluiscono in Ignazio due «correnti» spirituali: quella di Paolo, tutta tesa all’unione con Cristo, e quella di Giovanni, concentrata sulla vita in Lui. A loro volta, queste due correnti sfociano nell’imitazione di Cristo, più volte proclamato da Ignazio come «il mio» o «il nostro Dio». Così Ignazio supplica i cristiani di Roma di non impedire il suo martirio, perché è impaziente di «congiungersi con Gesù Cristo». E spiega: «E’ bello per me morire andando verso (eis) Gesù Cristo, piuttosto che regnare sino ai confini della terra. Cerco Lui, che è morto per me, voglio Lui, che è risorto per noi … Lasciate che io sia imitatore della Passione del mio Dio!» (Romani 5-6). Si può cogliere in queste espressioni brucianti d’amore lo spiccato «realismo» cristologico tipico della Chiesa di Antiochia, più che mai attento all’incarnazione del Figlio di Dio e alla sua vera e concreta umanità: Gesù Cristo, scrive Ignazio agli Smirnesi, «è realmente dalla stirpe di Davide», «realmente è nato da una vergine», «realmente fu inchiodato per noi» (1,1).

L’irresistibile tensione di Ignazio verso l’unione con Cristo fonda una vera e propria «mistica dell’unità». Egli stesso si definisce «un uomo al quale è affidato il compito dell’unità» (Filadelfiesi 8,1). Per Ignazio l’unità è anzitutto una prerogativa di Dio che, esistendo in tre Persone, è Uno in assoluta unità. Egli ripete spesso che Dio è unità, e che solo in Dio essa si trova allo stato puro e originario. L’unità da realizzare su questa terra da parte dei cristiani non è altro che un’imitazione, il più possibile conforme all’archétipo divino. In questo modo Ignazio giunge a elaborare una visione della Chiesa, che richiama da vicino alcune espressioni della Lettera ai Corinti di Clemente Romano. «E’ bene per voi», scrive per esempio ai cristiani di Efeso, «procedere insieme d’accordo col pensiero del Vescovo, cosa che già fate. Infatti il vostro collegio dei presbiteri, giustamente famoso, degno di Dio, è così armonicamente unito al Vescovo come le corde alla cetra. Per questo nella vostra concordia e nel vostro amore sinfonico Gesù Cristo è cantato. E così voi, ad uno ad uno, diventate coro, affinché nella sinfonia della concordia, dopo aver preso il tono di Dio nell’unità, cantiate a una sola voce» (4,1-2). E dopo aver raccomandato agli Smirnesi di non «intraprendere nulla di ciò che riguarda la Chiesa senza il Vescovo» (8,1), confida a Policarpo: «Io offro la mia vita per quelli che sono sottomessi al Vescovo, ai presbiteri e ai diaconi. Possa io con loro avere parte con Dio. Lavorate insieme gli uni per gli altri, lottate insieme, correte insieme, soffrite insieme, dormite e vegliate insieme come amministratori di Dio, suoi assessori e servi. Cercate di piacere a Colui per il quale militate e dal quale ricevete la mercede. Nessuno di voi sia trovato disertore. Il vostro Battesimo rimanga come uno scudo, la fede come un elmo, la carità come una lancia, la pazienza come un’armatura» (6,1-2).

Complessivamente si può cogliere nelle Lettere di Ignazio una sorta di dialettica costante e feconda tra due aspetti caratteristici della vita cristiana: da una parte la struttura gerarchica della comunità ecclesiale, e dall’altra l’unità fondamentale che lega fra loro tutti i fedeli in Cristo. Di conseguenza, i ruoli non si possono contrapporre. Al contrario, l’insistenza sulla comunione dei credenti tra loro e con i propri pastori è continuamente riformulata attraverso eloquenti immagini e analogie: la cetra, le corde, l’intonazione, il concerto, la sinfonia. E’ evidente la responsabilità peculiare dei Vescovi, dei presbiteri e dei diaconi nell’edificazione della comunità. Vale anzitutto per loro l’invito all’amore e all’unità. «Siate una cosa sola», scrive Ignazio ai Magnesi, riprendendo la preghiera di Gesù nell’Ultima Cena: «Un’unica supplica, un’unica mente, un’unica speranza nell’amore … Accorrete tutti a Gesù Cristo come all’unico tempio di Dio, come all’unico altare: Egli è uno, e procedendo dall’unico Padre, è rimasto a Lui unito, e a Lui è ritornato nell’unità» (7,1-2). Ignazio, per primo nella letteratura cristiana, attribuisce alla Chiesa l’aggettivo «cattolica», cioè «universale»: «Dove è Gesù Cristo», egli afferma, «lì è la Chiesa cattolica» (Smirnesi 8,2). E proprio nel servizio di unità alla Chiesa cattolica, la comunità cristiana di Roma esercita una sorta di primato nell’amore: «In Roma essa presiede degna di Dio, venerabile, degna di essere chiamata beata … Presiede alla carità, che ha la legge di Cristo e porta il nome del Padre» (Romani, prologo).

Come si vede, Ignazio è veramente il «dottore dell’unità»: unità di Dio e unità di Cristo (a dispetto delle varie eresie che iniziavano a circolare e dividevano l’uomo e Dio in Cristo), unità della Chiesa, unità dei fedeli «nella fede e nella carità, delle quali non vi è nulla di più eccellente» (Smirnesi 6,1). In definitiva, il «realismo» di Ignazio invita i fedeli di ieri e di oggi, invita noi tutti a una sintesi progressiva tra configurazione a Cristo (unione con Lui, vita in Lui) e dedizione alla sua Chiesa (unità con il Vescovo, servizio generoso alla comunità e al mondo). Insomma, occorre pervenire a una sintesi tra comunione della Chiesa all’interno di sé e missione-proclamazione del Vangelo per gli altri, fino a che attraverso una dimensione parli l’altra, e i credenti siano sempre più «nel possesso di quello Spirito indiviso, che è Gesù Cristo stesso» (Magnesi 15).

Implorando dal Signore questa «grazia di unità», e nella convinzione di presiedere alla carità di tutta la Chiesa (cfr Romani, prologo), rivolgo a voi lo stesso augurio che conclude la lettera di Ignazio ai cristiani di Tralli: «Amatevi l’un l’altro con cuore non diviso. Il mio spirito si offre in sacrificio per voi, non solo ora, ma anche quando avrà raggiunto Dio … In Cristo possiate essere trovati senza macchia» (13). E preghiamo affinché il Signore ci aiuti a raggiungere questa unità e ad essere trovati finalmente senza macchia, perché è l’amore che purifica le anime.

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