Vivere e morire. Come Giuda. Come il ladrone.

giuda1Ci sono due modi per vivere e morire.
Non ce ne sono altri. Solo due.
San Filippo ricordava che, in questa specie di purgatorio che è il nostro pellegrinaggio terreno, possiamo vivere o un’anticipazione dell’inferno, o del paradiso. Non c’è un’alternativa.
Ma in questo peregrinare c’è un bastione luminoso, è il confine che separa questi luoghi dell’anima.
Quando la vita mostra i suoi eventi feroci e le sue difficoltà, varcare questo confine è l’unico atto che può ripararci dalla tempesta.
Si badi bene, non parlo di uno sciocco ottimismo, protagonista imbellettato e bugiardo di delusioni prevedibili.
Parlo della speranza, quella virtù teologale che è figlia della fede e che la fede rafforza.
E allora, in mezzo alla tempesta, il Vangelo s’illumina e svela i suoi segreti.
Finalmente, tra i marosi e i detriti che ti sbattono addosso, e che fanno molto male, quei passi e quei personaggi che non capivi, trovano un senso che prima d’ora non avevi colto.
Non sono un bravo esegeta, non lo sarò mai.
Mi manca la precisione scrupolosa e il rigore scientifico. Non per umiltà, ma per pigrizia, certi lavori minuziosi li ho sempre lasciati ad altri.
Poi, nel Vangelo, ti imbatti in Giuda, e lo lasci su quelle pagine.
Lo lasci così come lo hai trovato.
Ti chiedi, per un attimo, come mai avesse scelto quell’apostolo.
Poi, l’inerzia intellettuale e spirituale prendono il sopravvento, ti dai la spiegazione più banale.
Tiri avanti e ti dici che quello era un mestiere sporco, qualcuno avrebbe dovuto tradire.
Ne provi quasi compassione.
In fondo, senza la debolezza di un poveraccio, il progetto di Salvezza non avrebbe trovato compimento. In cuor tuo, lo pensi quasi come un benemerito.
Arriva la tempesta. Tutto il mondo cambia.
I naufraghi come te, con le loro reazioni, i loro atti d’amore, con le loro lacrime, le loro speranze e le loro disperazioni, ti aiutano a capire ciò che prima non eri riuscito a comprendere.
Riappare Giuda, il traditore. Per pigrizia lo avevi messo da parte.
Finalmente comprendi. Ci sono solo due modi per vivere e morire, o come Giuda o come il ladrone.
Alcuni dicono che si potrebbe vivere come Cristo, ma è un’ambizione che, almeno per me, rientra nello sciocco ottimismo di cui ho già parlato.
Preferisco affermare di voler vivere “in” Cristo, per partecipare del Suo amore e della Sua Santità, attraverso quella Grazia di cui non abbiamo nessun merito, se non nell’umile richiesta.
In fondo, il vivere “come”, un po’ ci svincola da Lui, lo riduce a modello, producendo una sua somigliante alterità. Mentre, Cristo, lo tradiamo continuamente, e continuamente siamo tentati di restituire i trenta denari.
Messi a nudo, di fronte alle nostre miserie, cadiamo miseramente nelle nostre delusioni.
Se vivere in Cristo è una richiesta che ci viene esaudita, allora morire è un guadagno.
Morire come il ladrone, che molto aveva peccato.
Lui, Cristo, lo aveva tradito in contumacia, offendendo con la sua iniquità la sua e la nostra unica Salvezza.
Colpevole dei suoi crimini ne accettò la pena, soffrendo e spirando accanto alla fonte della speranza e della vita.
È un atto definitivo e drammatico. È l’accettazione della Croce in vista di un premio più grande.
É il riconoscimento della Signoria di colui che gli è accanto.
Un uomo in agonia, sul patibolo, fu capace di riconoscere Dio in un uomo sofferente e nudo. Sofferente e nudo come lui.
È la comparsa del primo salvato della storia, colui che non fu un giusto, ma un ladro, a causa della sua fede venne giustificato.
Con poche parole, le dinamiche dell’Antica Legge furono rinnovate, per sempre.
La speranza, nelle parole rivolte al ladrone, apparve nella sua veste definitiva.
L’altro, l’apostolo traditore, conobbe Gesù, come molti di noi.
Lo sentì predicare, come molti di noi.
Toccò la Sua carne, come molti di noi.
Lo vide compiere miracoli, eppure lo tradì.
Ma fu questa la colpa di Giuda? È questa la nostra colpa?
Certo lo è, e fu una colpa.
Ma c’è una colpa più grande dalla quale non possiamo salvarci.
La nostra condanna è nel pensarci unici artefici del nostro destino, capaci di riparare i nostri torti attraverso atti meramente umani.
Giuda gestì male la sua libertà, e questa libertà venne rispettata.
Tentò di riparare il suo tradimento, riportando il compenso a chi lo aveva commissionato.
Ma il mondo e gli uomini non possono e non sanno perdonare, non hanno questa facoltà.
Possono giudicare, punire, persino sollevare da una pena temporale. Ma la remissione dei peccati no…quella è un’altra cosa.
Giuda si rifiutò di credere nella misericordia e nell’amore del Padre. Eppure, sarebbe bastata una parola. Invece, egli chiuse le porte alla Speranza.
Rifiutò quell’Amore elargito senza limiti, e non riuscì più a vivere.
Noi, come lui, non accettiamo la morte corporale, la rifiutiamo, l’allontaniamo, la programmiamo come la programmò Giuda.
La morte e sua sorella sofferenza ci fanno da sempre orrore. Le troviamo delle varianti orribili, perchè mostrano ciò che veramente siamo.
Siamo figli bisognosi del perdono e dell’amore di Dio, e da sempre distogliamo lo sguardo dalla Croce.
Per questo non riusciamo a vivere. Per questo non riusciamo a sperare.
In fondo, non accettiamo nemmeno la Resurrezione. Anzi, in cuor nostro, non vorremmo nemmeno arrivarci. Privi di fede, ci accontenteremmo di questa valle di lacrime, continuando a lamentarcene.
E allora, che Dio mi dia sempre la grazia di invocare il Suo nome e il Suo perdono.
Mi elargisca questa grazia, perchè sono un peccatore morente fin dalla nascita, ed è l’unico modo che ho per amare la vita.

Ivan Quintavalle

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