La bellezza e il sacro

scrutonLa bellezza e il sacro di Roger Scruton
Roma, Auditorium della Conciliazione, 11 dicembre 2009

Definire la bellezza è una di quelle imprese necessarie ma impossibili che i filosofi cercano di evitare. Nondimeno, mi è sempre parso innegabile che scopo e appagamento veri dell’artista siano il creare bellezza, e che la bellezza e la creatività siano aspetti diversi del medesimo cimento. Inoltre, nel creare bellezza l’artista rende gloria alla creazione di Dio. E la bellezza redime ciò che tocca, mostrando come i dolori e le traversie della vita umana siano, tutto sommato, non indegni. Tale è la mia prospettiva, e nel corso della storia altri vi si sono riconosciuti. L’arte è un tributo umano alla forza creatrice che regola l’universo, un tentativo di rappresentare, entro confini umani, l’esperienza di un mondo che è sia creato sia dato. Per ciò all’arte è riservato un posto indiscutibile nella pratica religiosa: non solo nei culti pagani dell’antichità, ma anche nella Chiesa cristiana e nei riti che in essa si celebrano. E se l’islam ha espulso l’arte figurativa dalla moschea, non ha però estromesso la bellezza. Al contrario, ha cercato di abbellire e di decorare il luogo di culto in modi che offrano un tributo confacente al Dio che lì si adora. Di quest’abitudine di offrire in un luogo di culto ciò che di più bello esiste vi è testimonianza in tutto il mondo, nell’ebraismo, nell’induismo e nel buddhismo, nelle semplici moschee del deserto così come nei gloriosi santuari dei santi cristiani. E la nostra risposta alla bellezza è per molti versi simile alla risposta che diamo alle realtà sacre. L’oggetto bello è in qualche modo al di fuori del corso ordinario degli eventi umani. Esige reverenza, rispetto e persino soggezione da parte di chi s’imbatte in esso. Una soggezione così la proviamo per esempio in presenza dell’Apollo del Belvedere, anche se non abbiamo alcuna disposizione a venerare né la statua in se stessa né la divinità che essa rappresenta. Un mondo che contiene bellezza è un mondo in cui la vita è degna di essere vissuta. Lo stesso avviene con la bellezza umana. Anche quando è l’oggetto del desiderio, il corpo bello o il viso bello ispirano in noi una sorta di reverenza, nonché compiacimento per il mondo che contiene tale meravigliosa realtà.
Di ciò ebbe cognizione Platone, che v’ispirò la propria filosofia della condizione umana. Benché radicate nell’antichità e nel credo cristiano, e ancorché siano sempre rimaste legate all’eredità spirituale che caratterizza la nostra civiltà, le nostra arte e la nostra letteratura non sono mai state subordinate alla religione. Al contrario, abbondano di messaggi opposti alle pretese della fede. Si può ben essere grandi come William Shakespeare, benché ancora oggi si discuta se quel poeta sia stato protestante, cattolico, pagano o persino ateo. L’arte moderna – l’arte iniziata con Édouard Manet, Charles Baudelaire e Richard Wagner – è solo marginalmente cristiana e contiene invece numerosi elementi pagani e scettici. Ma proprio per questa ragione è stata molto cauta nel cercare di non perdere in bellezza. In un mondo in cui Dio sembra più difficile da trovare e più difficile da tenersi stretto, l’arte si dedica all’inseguimento del bello con urgenza massima. Nell’epoca moderna, non è sempre stato semplice trovare il modo di consacrare le esperienze personali, se non attraverso il tentativo di rappresentarle nell’arte. Ne fornisce un esempio clamoroso il grandioso dramma musicale Tristano e Isotta di Wagner. In questa opera, nulla viene preso in considerazione, eccetto l’amore profano fra i due protagonisti. Accade poco, a parte quanto è inevitabile, allorché questo amore sovversivo vien scoperto e gli amanti condannati. Eppure quasi tutti gli appassionati di musica considerano l’opera con grande rispetto, non solo per la sua bellezza e per la sua potenza straordinarie, ma addirittura come cosa sacra. La si è spesso descritta come l’opera più religiosa del repertorio e almeno un critico l’ha accostata alla Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach quale esempio della più elevata esperienza religiosa in forma musicale. In essa la vita stessa è data come sacra; e tuttavia essa non menziona alcun dio, riferendosi alla vita oltre la morte come a una notte senza fine. Questo è solo uno degli esempi di una realtà di cui si ha riprova ovunque nella prima arte moderna, la quale si configura come il tentativo di santificare il nostro mondo attraverso il perseguimento della bellezza artistica. Di fronte al dolore, all’imperfezione e alla transitorietà delle nostre affezioni e delle nostre gioie, miriamo ad archetipi più perfetti. Della condizione umana cerchiamo di fare icone che possano essere contemplate.
All’arte chiediamo di riassicurarci sulla sensatezza della vita in questo mondo e sulla redenzione della sofferenza.
È questo il compito che artisti quali Paul Cézanne e Vincent van Gogh, poeti come T.S. Eliot e Anna Akhmatova, nonché compositori come Benjamin Britten e Alban Berg hanno tutti assunto per sé. Al dipanarsi del secolo XX, mentre gli orrori si succedevano l’uno all’altro, ognuno più terribile del precedente, si è guardato all’arte per ottenere quella riassicurazione decisiva circa il fatto che la vita umana non è solo una storia insulsa di nascita e decadimento, che una forza redentrice è attiva al cuore stesso delle cose e che il nome di questa forza è amore. La bellezza può essere persino definita in questo modo: è il volto dell’amore, che risplende nella desolazione. E molto spesso le più belle opere d’arte del secolo XX emergono proprio dalla desolazione. Le poesie dell’Akhmatova, gli scritti di Boris Pasternak, la musica di Dmitri Šostakovič: opere siffatte cercano di accendere una luce nell’oscurità totalitaria, di trovare la bellezza nella sofferenza e di mostrare l’amore che agisce nel mezzo della distruzione. Qualcosa di analogo si dovrebbe dire dei Quattro quartetti di Eliot, di War Requiem e Curlew River di Britten e della Chapelle du Rosaire a Vence di Henri Matisse; anzi, di tutte le grandi icone del modernismo, concepito in risposta ai crimini e alle tragedie del secolo XX. Nel dubbio e nella desolazione, artisti, scrittori e musicisti si sono aggrappati alla prospettiva della bellezza quale prova dell’influenza sempre viva esercitata dall’amore, dalla speranza e dall’idealità umana.
Non vi è sicuramente prova maggiore del bisogno religioso dell’uomo, né della presenza nelle nostre esistenze di un amore che non conosce condizionamenti e che non può essere sconfitto. Nel corso della vita del sottoscritto, però, il mondo dell’arte ha conosciuto un cambiamento improvviso. Invece d’inseguire la bellezza, e di coinvolgerci simpateticamente, gli artisti hanno iniziato a glorificare la bruttezza. Immagini di brutalità e distruzione, racconti di stili di vita viziosi e ripugnanti, musica di una sgradevolezza vessatoria o di una violenza folle e spietata: queste cose sono rapidamente divenute la moneta corrente delle scuole d’arte e delle mostre, dei media popolari e delle sale da concerto. Qualche esempio può richiamare alla memoria ciò di cui sto parlando. I fratelli Chapman, per esempio, che turbano oggi la “scena artistica” di Londra ritraendo il volto umano sfigurato da un pene al posto del naso o sostituendo la bocca con un ampio buco, e il cui triste catalogo di mutilazioni si diletta di tutti i modi in cui la forma umana può essere resa disgustosa o insulsa. La decostruzione sistematica della voce e dell’anima umani a opera del peggio dell’heavy metal, come illustra il brano Bleed del gruppo svedese Meshuggah. I suoni stridenti e perforanti mutuati dai laboratori del l’IRCAM, l’Institut de Recherche et Coordination Acoustique/Musique di Parigi, che sono divenuti elementi quasi obbligatori della musica eseguita dal vivo in una sala da concerto. L’orribile letteratura dello squartamento e del cannibalismo, esemplificata dai romanzi di Thomas Harris incentrati sul personaggio di Hannibal Lecter, e trasposta sul grande schermo da, fra altri, Quentin Tarantino. Ovviamente, nell’arte moderna non tutto è così: vi è una distinzione importante fra l’arte che dissacra la vita e l’arte che semplicemente mette in scena i detriti della vita, con una scossa no comment delle spalle, come avviene con i prodotti serializzati di Andy Warhol o con i ripetitivi modelli sonori di Steve Reich e Philip Glass. Eppure l’inoffensività di queste posture vuote è un’altra forma di offesa, un insulto arrecato all’intero genere umano da persone per le quali nulla conta di più di una Brillo Box o è più interessante di una sequenza infinita di trittici mutevoli. Molti esempi illustrano un’abitudine alla dissacrazione in cui la vita non viene celebrata dall’arte quanto invece presa di mira da essa. Oggi gli artisti possono farsi una reputazione costruendo una cornice originale in cui mettere in mostra il volto umano gettandovi poi dello sterco. Come ci si deve rapportare dunque a tutto questo e com’è possibile trovare un modo per tornare all’oggetto che così tante persone desiderano, vale a dire la prospettiva della bellezza? Forse parlare in questo modo di «prospettiva della bellezza» potrebbe suonare un poco sentimentale. Ma ciò che intendo non è una immagine zuccherosa, da bigliettino di Natale della vita umana, quanto piuttosto i modi semplici in cui gl’ideali e il decoro entrano nel nostro mondo quotidiano facendosi conoscere. Il nostro mondo ha una gran sete di bellezza ed è una sete che l’arte popolare di oggi non riesce a riconoscere tanto quanto l’arte seria contemporanea spesso frustra. Ovviamente dico «spesso» giacché se in verità dicessi “sempre” significherebbe semplicemente che la battaglia per la bellezza è stata perduta. Solo grazie al fatto che vi sono stati artisti, scrittori e compositori i quali, durante il trascorso mezzo secolo di negatività, hanno dedicato le proprie fatiche a mantenere viva la bellezza si può sperare di emergere, un giorno, dalla tediosa cultura della trasgressione.
Si debbono sicuramente salutare come eroi dei nostri tempi scrittori quali Saul Bellow e Charles Tomlison, compositori come Henri Dutilleux e artisti come Tom Phillips e David Inshaw i quali non hanno rinunciato alla bellezza, permettendo a essa di splendere sopra il nostro mondo tormentato nonché d’indicare la via nell’oscurità che ci avvolge. Il culto della bruttezza e della dissacrazione si afferma oggi in un’epoca di prosperità senza precedenti. L’arte dei fratelli Chapman e la musica dei Meshuggah vengono prodotte dai figli viziati dello Stato assistenzialistico, persone che non hanno mai dovuto lottare per la sopravvivenza, che non hanno conosciuto la guerra e che sono finite giovanissime in braccio al lusso. Sono il prodotto della ricchezza materiale e dei valori materialistici; e lo stesso è vero di tutti gl’imbruttitori. Il contrasto con l’Akhmatova o con Henryk Górecki non potrebbe essere più eloquente. L’arte reale, l’arte bella, ha continuato a sorgere dal regno della sofferenza oltre la Cortina di ferro fino alla fine stessa di quel regime, rivolgendosi a noi con parole, tonalità e immagini che hanno parlato di amore di frammezzo alla desolazione. La grande reviviscenza della religione cristiana che abbiamo attraversato è venuta dalla Polonia, e mediante la missione di Papa Giovanni Paolo II, in una epoca in cui la Polonia soffriva il peso dell’oppressione. E nel corso di quegli anni di durezza, sia la bellezza sia il sacro hanno occupato i loro posti antichi e venerabili al cuore delle cose. Sembra, dunque, che la brama della dissacrazione cresca nell’abbondanza e nella pace, mentre la voglia della bellezza resista là dove vi sono oppressione, violenza e bisogno. Come regolarsi, allora? Com’è possibile contemplare questo fatto strano e non pensare a esso in termini religiosi? Non vi è dubbio, infatti, che in un mondo di abbondanza materiale, in cui la gente è vaccinata contro le difficoltà, la religione declina, proprio come essa sta declinando oggi in Polonia. Nella ricchezza sorge l’illusione di essere padroni del proprio fato e quindi di non avere più bisogno di un Dio che provvede per noi. S’inizia a perdere ogni senso della presenza divina, ogni senso del fatto che il mondo abbonda di momenti sacri, di luoghi sacri e di cose sacre. E così nasce in noi uno strano spirito di vendetta. Permettetemi di spiegarmi. Il termine «dissacrazione» è connesso, etimologicamente e semanticamente, al sacrilegio e quindi alle idee della santità e del sacro. Dissacrare significa depredare ciò che dovrebbe altrimenti essere posto altrove, nella sfera delle cose sacre.
Si può dissacrare una chiesa, un cimitero, una tomba; e anche una raffigurazione santa, un libro santo o una cerimonia santa. Si può pure dissacrare un cadavere, una immagine cara, persino un essere umano vivente, e ciò nella misura in cui queste cose contengono (come di fatto contengono) il presagio di una qualche sacralità originaria. La paura della dissacrazione è un elemento centrale di tutte le religioni. Anzi, ciò è esattamente quanto il vocabolo religio significava in principio: un culto o una cerimonia ideate per proteggere un certo luogo sacro dal sacrilegio.
Nel secolo XVIII, quando la religione organizzata e la regalità cerimoniale andavano perdendo autorevolezza, lo spirito democratico metteva in discussione le istituzioni tradizionali e si diffondeva l’idea che non è Dio bensì l’uomo a stabilire le legge per il mondo umano, il concetto del sacro si eclissò. Ai pensatori dell’Illuminismo credere che gli artefatti, le costruzioni, i luoghi e le cerimonie potessero avere carattere sacro parve poco più di una superstizione, stante che tutte queste cose sono prodotti della volontà umana. L’idea che il divino si riveli nel nostro mondo chiedendo la nostra adorazione sembrò sia implausibile in sé sia incompatibile con la scienza. Al tempo stesso filosofi come Shaftesbury, Edmund Burke, Adam Smith e Immanuel Kant riconobbero che non si guarda il mondo solamente con gli occhi della scienza. Vi è un altro atteggiamento – non occupa più d’indagine scientifica, ma di contemplazione disinteressata – che l’uomo rivolge al proprio mondo cercandone il significato. Assumendo questo atteggiamento, si mettono da parte i propri interessi; non ci si delle mete e dei progetti che ci fanno progredire nel tempo; non ci si ritrova più impegnati a spiegare le cose o ad accrescere il proprio potere. Si lascia invece che il mondo presenti se stesso e da quest’autopresentazione si trae conforto. Questa è l’origine dell’esperienza della bellezza. Potrebbe non esserci modo di spiegare quell’esperienza come parte della nostra ordinaria ricerca del potere e della conoscenza. Potrebbe essere impossibile assimilarla agli usi quotidiani che facciamo delle nostre facoltà. Ma è una esperienza che esiste in modo auto-evidente e che per coloro che la vivono è del valore massimo. Quando questa esperienza ha luogo e cosa essa significa? Ecco un esempio.
Supponete di trovarvi in cammino verso casa mentre piove, assorti con il pensiero nelle questioni del vostro lavoro.
Le strade e le case vi scorrono accanto senza che voi la notiate; anche le persone scorrono accanto; insomma, nulla invade i vostri pensieri eccetto i vostri interessi e le vostre ansietà. Poi, improvvisamente, il sole esce dalle nubi e un raggio di luce illumina tremulo un vecchio muro di pietra al bordo della strada. Voi date una occhiata al cielo e alle nuvole che si sparpagliano, e un uccello esplode nel canto in un giardino di là dal muro. Il vostro cuore si colma di gioia e i vostri pensieri egoistici si dissipano. Il mondo vi sta davanti, e voi siete contenti del solo guardarlo lasciandolo così come esso è. Avete fatto esperienza del mondo come dono. Forse questo tipo di esperienze sono più rare adesso di quanto lo fossero nel secolo XVIII, quando i poeti e i filosofi s’imbatterono in esse considerandole vie nuove alla religione. La fretta e il disordine della vita moderna, le forme alienanti dell’architettura moderna, il rumore e la spoliazione dell’industria moderna: sono queste le cose che hanno reso per noi più raro, più fragile e più imprevedibile l’incontro puro con la bellezza. Ciononostante, tutti sappiamo cosa è, cosa è l’essere improvvisamente trasportati dalle cose che vediamo, dal mondo ordinario dei nostri appetiti, alla sfera illuminata della contemplazione. Accade spesso durante la fanciullezza, ancorché a quell’età lo si riesca di rado a interpretare correttamente. Accade durante l’adolescenza, quando si presta ai nostri struggimenti erotici. E accade in versione attenuata nella vita adulta, plasmando segretamente i nostri progetti di vita, proponendoci una immagine di armonia che inseguiamo attraverso le vacanze, attraverso la costruzione delle nostre case e attraverso i nostri sogni personali. Ecco un altro esempio: è una occasione speciale, per la quale la famiglia si riunisce per una cena formale. Voi apparecchiate la tavola con una tovaglia ricamata e pulita, sistemate i piatti, i bicchieri, il pane nel cestino, qualche caraffa di acqua e di vino. Lo fate amorevolmente, dilettandovi di quella vista, sforzandovi per ottenere un effetto di pulizia, di semplicità, di simmetria e di calore. La tavola è divenuta così un simbolo del ritorno a casa, delle braccia aperte della madre di tutti che invita i propri figli ad entrare. E tutta questa abbondanza di significato e di buono spirito è in qualche modo contenuto nell’aspetto che ha assunto la tavola. Anche questa è una esperienza di bellezza. Ed è una di quelle che incontriamo, in una versione o in un’altra, ogni giorno delle nostre vite. Siamo creature bisognose, e il nostro bisogno maggiore è quello di casa: il luogo in cui siamo, dove troviamo protezione e amore.
Otteniamo questa casa attraverso le rappresentazioni del nostro stesso appartenere. La otteniamo non da soli, ma assieme ad altri. E tutti i nostri tentativi di far sì che ciò che ci circonda appaia in ordine – decorando, sistemando, creando – sono tentativi di dare il benvenuto a noi stessi e a coloro che amiamo. Questo secondo esempio è per me molto importante. Suggerisce, infatti, che il nostro bisogno umano di bellezza non è semplicemente un’aggiunta ridondante alla lista degli appetiti umani. Non è un qualcosa che possiamo non avere e sentirci lo stesso realizzati come persone. Si tratta di un bisogno che sorge dalla nostra condizione metafisica d’individui liberi i quali cercano il proprio posto in un mondo che continua. Possiamo vagare per questo mondo, alienati, risentiti, pieni di sospetto e di sfiducia. Oppure possiamo trovare la nostra casa qui, risposando in armonia con gli altri e con noi stessi. E l’esperienza della bellezza ci guida lungo questa seconda strada: ci dice che noi siamo a casa in questo mondo, che il mondo è già ordinato nelle nostre percezioni come un luogo adatto alle nostre esistenze di esseri fatti così come noi siamo fatti. La ricerca della bellezza continua la ricerca dell’amore. E ciò spiega l’importanza dell’arte in una epoca di violenza, di oppressione e di spodestamento. L’arte può tenere desta la memoria e la speranza di codesti momenti di riposo, di costruzione di una casa, di amore nella desolazione. E quando le persone voltano le spalle alla bellezza è perché non credono più in queste cose: esprimono la natura priva di casa, di speranza e di amore delle loro emozioni. Allo stesso tempo la bellezza ci ricorda che alle nostre esistenze qualcosa manca: che l’abbondanza materiale non è di per se stessa sufficiente per noi, che è possibile soddisfare i nostri appetiti senza soddisfare noi stessi. E ciò accade quando nasce il desiderio di vendetta. La dissacrazione è una sorta di difesa dal sacro, un tentativo di distruggerne le pretese. Davanti alle cose sacre le nostre vite vengono giudicate; e per sfuggire a quel giudizio, noi distruggiamo la cosa che sembra accusarci. E siccome la bellezza ci ricorda del sacro — e anzi di una forma speciale di esso —, anche la bellezza deve venire dissacrata. Se si guarda alle bruttezze coltivate nel nostro mondo attuale, si scopre che molte di esse includono la dissacrazione della forma umana mostrata dall’uomo che viene sopraffatto da forze esterne, dallo spirito umano presentato come eclissato e inefficace, nonché dal corpo umano considerato come mero oggetto fra oggetti piuttosto che come soggetto libero, vincolato dalla legge morale.
Ed è su queste cose che l’arte del nostro tempo sembra concentrarsi, offrendoci non solo la pornografia di carattere sessuale, ma anche una pornografia di violenza in cui l’essere umano è ridotto a grumo di carne sofferente, reso miserabile, impotente e disgustoso. Ed è esattamente in questa epoca di abbondanza materiale, di libertà sessuale e di regno della bramosia che questa vendetta contro la forma umana è prevalente. Perché queste cose dovrebbe essere diventate normali, perché, cioè, a parte il denaro che se ne ricava (e perché, comunque, se ne può tanto facilmente ricavare del denaro)? La risposta è che si tratta di tentazioni primarie. Tutti desideriamo sottrarci alle esigenze che impone una condotta di vita responsabile, in cui ci si tratta come persone degne di reverenza e di rispetto. Tutti siamo tentati dall’idea della carne e dal desiderio di rifare l’essere umano come pura carne: vale a dire un automa, obbediente a desideri meccanici. Per abbandonarci a queste tentazioni, però, dobbiamo anzitutto rimuovere il principale ostacolo che ci si frappone, e questo è la natura consacrata della forma umana. Dobbiamo insudiciare le esperienze — come la morte e il sesso —che altrimenti ci terrebbero lontani dalle tentazioni, indirizzandoci a una vita più elevata di amore. Questa dissacrazione ostinata è quindi una negazione dell’amore: un tentativo di rifare il mondo come se l’amore non ne facesse più parte. E questa, sicuramente, è la caratteristica più importante della cultura postmoderna: che è una cultura senza amore, decisa a ritrarre il mondo umano come non amabile. Non come un dono, ma come un fatto. Per costruire una risposta piena all’abitudine della dissacrazione, vi è bisogno di riunire l’intrapresa dell’arte alle finalità della bellezza e della creatività. Come hanno mostrato i primi modernisti, non è affatto un compito facile. Se si considerano gli apostoli veri della bellezza nel nostro tempo — penso a compositori come Dutilleux e Olivier Messiaen, a poeti come Derek Walcott e Tomlison, a prosatori come Italo Calvino e Aleksandr I. Solzenicyn —, si viene immediatamente colpiti dall’immenso lavoro duro, dall’isolamento studioso e dall’attenzione per i dettagli che ne ha caratterizzato le creazioni. Nell’arte, la bellezza dev’essere conquistata e l’impresa si presenta sempre più difficile in un tempo in cui il penetrante rumore della dissacrazione — amplificato ora da Internet— affoga le voci quiete che mormorano al cuore delle cose.
Un risposta è cercare la bellezza nelle sue forme altre e più quotidiane: la bellezza delle strade ordinate e dei visi gioiosi, delle forme naturali e dei paesaggi cordiali. Certo, è possibile sporcare anche queste cose, ed è il marchio di un artista di secondo piano il portare quella strada alla nostra attenzione, vale a dire la via negativa della dissacrazione. Ma è anche possibile ritornare alle cose ordinarie nello spirito di Wallace Stevens e di Samuel Barber (o diciamo, per gl’italiani, di Eugenio Montale e di Attilio Bertolucci) per mostrare quanto ci sentiamo a casa nostra con esse, e quanto esse magnifichino e giustifichino la nostra vita. È questo il sentiero ingombro che i primi modernisti hanno ripulito per noi, vale a dire la via positiva della bellezza. Non vi è ancora ragione per pensare di doverlo abbandonare. Perché, allora, così tanti artisti si rifiutano oggi di camminare lungo quel sentiero? Forse perché sanno che conduce a Dio.

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