Santi Pietro e Paolo – Omelia di P.Rocco Camillò

pietro e paoloLa stupenda omelia di Padre Rocco Camillò, preposito della Congregazione dell’Oratorio di Roma,  tenuta nella Messa Vespertina della Solennità dei Santi Pietro e Paolo in occasione della Prima Santa Messa celebrata dal Padre Ivan Quintavalle, novello sacerdote.

Carissimo P. Ivan, è ancora viva l’emozione in tutti noi per la bella cerimonia di ieri sera, in cui sei diventato sacerdote in eterno, la tua vita porta da ieri un nuovo carattere, impresso dal sacramento dell’Ordine. Il cammino che ti ha portato a questa meta è stato lungo, con il suo inevitabile carico di fatiche ma anche di gioia, ma è un falso arrivo, perché in realtà è un inizio, tutto comincia nuovamente da oggi per te. Un po’ come il matrimonio: due arrivano davanti all’altare sembra una meta raggiunta – e in un certo senso lo è – ma in realtà è solo l’inizio di una vita nuova. Nuovo: ravviso proprio in questo aggettivo il termine che meglio qualifica chi è chiamato da Cristo, perché Cristo è Colui che fa nuove tutte le cose, l’unico che può rendere nuova una vita, al di là delle età e delle esperienze.

Stasera, con la tua prima messa solenne, siamo entrati nella Solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, patroni di Roma e colonne della Chiesa Universale.

Ti invito a considerare le loro vite: vite rinnovate, vite rese nuove, completamente cambiate dall’incontro con Gesù. La loro e la nostra esperienza hanno perlomeno qualche punto in comune: tutti eravamo intenti dietro le nostre vite, i nostri lavori o i nostri studi, ma il Signore ci ha fatto sentire la sua voce, in modi diversi – perché la sua fantasia è infinita – ma a tutti noi che siamo al suo servizio il Signore un giorno ha parlato, chiamandoci a Sé.

La nostra vita è diventata una vita nuova, rispetto a quella precedente.

È stata una perdita mettersi al servizio di Cristo? Il mondo, dall’esterno, tante volte la giudica tale, non capendo cosa possa spingere un giovane uomo a rinunciare alla sua vita nel mondo per farsi prete. Ma se di perdita si tratta, benedetta perdita! È la perdita del buono per il meglio, è una perdita che non impoverisce ma arricchisce, e lo capisce pienamente solo colui che ne fa esperienza. Nel vangelo Gesù lo spiega con delle similitudini:

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. (Mt 13, 44-46)

La gente, che vede dall’esterno, pensa che un uomo che vende tutto quello che ha per comprare un pezzo di terra insignificante o una pietra sia diventato matto… ma la verità è che solo quell’uomo, che ha scoperto il valore riposto in quel campo o in quella pietra, sa quello che sta facendo, sa che sta facendo un investimento incredibile, sa che non è una perdita per la sua vita, ma una fortuna che ha avuto in sorte! E questo tesoro che ha ricevuto in sorte, paradossalmente non si perde donandolo, ma si incrementa.

Così, l’apostolo Pietro, conscio di questa ricchezza, l’abbiamo sentito nella prima lettura, può dire all’uomo che gli chiede un’elemosina: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do» e gli conferisce la grazia miracolosa di Gesù Cristo, capace di rinvigorire e di sanare quella vita accasciata dalla malattia e dagli stenti.

Così è la vita del sacerdote! Questo è il tesoro che ha da offrire agli uomini: la grazia meravigliosa di Gesù Cristo! E lo fa con la predicazione, con i sacramenti, soprattutto con la celebrazione della messa nella quale Cristo stesso si mette nelle sue mani, per donarsi attraverso il sacerdote a tutti coloro che vogliono far comunione con Lui. Il sacerdote benedice, unge, fortifica con quella grazia nuova che viene da Cristo. Ha il compito di rendere gli uomini nuovi in questo mondo in cui tutto, inesorabilmente, invecchia e muore.

Che squallore quando il prete viene ridotto alla figura di un assistente sociale! Tanti lo vorrebbero così, a tanti non interessa per niente Gesù Cristo, la fede o i sacramenti, per loro un prete è valido e buono solo se è capace di offrire soldi o aiuti del genere, altrimenti non serve a niente. Non dobbiamo permettere questa squalificazione del sacerdozio: il prete è anche un uomo buono, capace di aiutare un fratello in difficoltà, ma il suo valore va molto oltre. Ho visto recentemente in un video un’intervista a un monaco benedettino francese che diceva: “Spesso la gente ci dice: non servite a niente, che cosa fate? 5 o 6 ore al giorno a cantare a Dio, non servono a niente.. E’ il più bel complimento che possano farci: è vero che non serve a niente, noi non serviamo a qualcosa, ma serviamo Qualcuno, serviamo Dio!” .

Non solo dei monaci, ma anche dei preti, il mondo oggi comprende sempre meno il valore, e noi con la nostra vita dobbiamo dire esattamente questo al mondo: che non serviamo il mondo, ma serviamo Dio. Dobbiamo dire a chi ci incontra – non tanto con le parole, ma con la nostra stessa vita – : “se in me non cerchi Cristo, è vero, io non ti servo a niente, ma se cerchi Cristo, Egli ti ha detto che attraverso di me lo puoi trovare”.

Ecco il valore della tua nuova vita sacerdotale: tu sarai il luogo vivente in cui gli altri possono attingere Cristo e la sua grazia.

E al più grande dono corrisponde anche la più grande responsabilità. San Paolo, che aveva ben compreso quale fosse la sua responsabilità dopo l’incontro con il Signore e l’investitura che aveva ricevuto, dice: «annunciare il Vangelo non è per me un vanto, ma è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!».

Guai al sacerdote che annuncia se stesso, guai al sacerdote che esibisce se stesso, invece di essere uno strumento attraverso il quale traspare Cristo e il suo insegnamento.

Il prete sa che deve ben guardarsi dai “secondo me”, dall’annunciare una propria dottrina, discostandosi dal vangelo, perché egli araldo del vangelo, non di se stesso o delle dottrine del mondo. Ed è proprio questo il motivo per cui il mondo ha sempre combattuto la Chiesa: perché non si assoggetta alle sue mode. Alcuni dicono che siamo al Medioevo, ma non è vero: perché in realtà siamo molto più indietro del Medioevo: siamo a Gesù Cristo, e di là non ci muoviamo.

Abbiamo riconosciuto che Egli è la Via, la Verità e la Vita, e ciò che è vero lo è sempre, non è vero per un’epoca e non più per un’altra. Gesù Cristo è la verità immutabile di Dio, e la nostra vita di preti trova la sua gloria nell’annunciarlo senza vergogna al mondo. Ci irridono? lo hanno fatto con Gesù… Ci perseguitano? Lo hanno fatto con Gesù… l’importante è essere irrisi e perseguitati a motivo del vangelo, e non per le nostre colpe, con cui spesso possiamo invece rischiare di dar scandalo al vangelo.

Caro p. Ivan, ti conosco ormai da tanti anni, viviamo fianco a fianco nello stesso convento, e tante volte ho avuto modo di apprezzare il tuo essere ben fermo nella verità, ben consapevole della tua indegnità, ben cosciente del compito che ti attende. So che il Signore ti ha formato alla scuola della verità, ti ha fatto passare attraverso il crogiuolo della sofferenza, come fa con i suoi amici. Proprio quando eri prossimo alla tua ordinazione diaconale ha deciso di prendere con Sé la tua mamma, per la quale oggi giustamente offri questa tua prima messa, ma pur nel dolore, che è l’altra faccia dell’amore –come ci ricordava Mons. Gänswein ieri sera – tu ti sei mantenuto fedele. Hai amato il Signore e la Sua Volontà, anche quando ti ha presentato la croce e il dolore. Ti sei fidato di Lui, che tutto dispone e opera per un fine di bene.

Sia così per tutta la tua vita: fidati del Signore e procedi giorno per giorno con umiltà, che è la caratteristica dei santi. Possiamo avere tutta la scienza e le buone qualità ma senza umiltà non piacciamo a Dio. Questo, dunque l’augurio che ti rivolgo stasera: che la tua vita faccia trasparire la verità di Cristo nella mitezza e nell’umiltà con cui ti chiede di portarla ai fratelli; che tu possa essere, per questa comunità e per il mondo, un segno di Colui che, amandoci, fa nuove tutte le cose.

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