Un Passo fatto… Senza limiti e confini (13/11/2015)

Senza limiti e confiniUn Passo del 13 Novembre 2015 tutto dedicato al senso del limite.

Il titolo dell’incontro è quello della locandina, magistralmente illustrata per noi da Andrea Pucci. In “Senza limiti e confini. Senso e superamento del limite”, affronteremo un argomento difficile e appassionante, quello dell’uomo, dei suoi limiti e la sua aspirazione verso l’infinito. È un tema complesso, che ci interroga sulla natura dell’uomo e sulla sua naturale tendenza a superare se stesso. Tale aspirazione è naturale? È segno della superbia dell’uomo, oppure è la sua naturale vocazione a trascendere se stesso? Eppure, c’è una legge scritta nel nostro cuore. Ci sono dei limiti che, se superati, ci portano verso l’abisso. Quale rapporto c’è tra il nostro essere spirituali e la nostra voglia di esplorare ciò che non conosciamo?

Buon ascolto e buon approfondimento.

 

 

Audio Catechesi


Extra Catechesi

A Silvia

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi? 

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno. 

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno. 

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore. 

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.  

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