Un ginepraio ha sempre le sue radici (di Pier Paolo Bellini)

belliniUn ginepraio ha sempre le sue radici

Fra poco la legge 194 compie quarant’anni. Come gran parte delle quarantenni, vive la sua complessa esistenza postmoderna nello stress quotidiano di smussare le contraddizioni di un’identità incerta, liquida sì, ma solo fino a un certo punto (se Bauman fosse ancora vivo avrebbe forse indagato lo strano fenomeno dei “limiti” della liquidità). Perché un ginepraio non è qualcosa di risolvibile semplicemente “guardandolo” da prospettive diverse: un ginepraio è se non altro comprensibile e quindi affrontabile se siamo in grado di individuarne le radici. La 194 è un ginepraio.

Andiamo per ordine. Il governatore della Regione Lazio ha firmato un provvedimento che prevede l’assunzione di due ginecologi “non obiettori”. Le ragioni sono chiare: occorre garantire quello che è “diritto giuridico”, si sia d’accordo o meno. Quindi lo stato che ha varato la legge deve poi rendere praticabile il diritto che ne discende. Principio non contestabile.

Qui però comincia il ginepraio, perché la 194 si pone al crocevia di una serie di “diritti giuridici” tutti ugualmente legittimi che entrano inevitabilmente in conflitto. Ne elenco solo alcuni.

Se la donna ha il diritto di interrompere la gravidanza, il ginecologo ha il diritto di non essere costretto a farlo, ma lo stato ha il dovere di garantire i diritti di tutti. E allora, se il 78% dei ginecologi italiani fa obiezione di coscienza, dobbiamo assumere ginecologi non obiettori. Ma qui spunta un altro diritto, quello del Diritto stesso, che non prevede (come, un po’ imbarazzata, ha fatto intendere la ministra Lorenzin) la possibilità di fare concorsi pubblici “selettivi” (cioè, alla fine, discriminanti su base ideologica), mentre è prevista una forma di “prestito” di ginecologi non obiettori. D’altra parte, qualche tempo fa, il Tar della Puglia ha già rigettato per queste ragioni un bando regionale simile. C’è poi la stessa legge 194 a reclamare i suoi diritti: è lei a chiarire espressamente che un ginecologo possa maturare una decisione di obiezione “in ogni momento della propria carriera professionale”, mentre questo bando prevede che dopo i primi sei mesi, se il ginecologo fa obiezione di coscienza, può essere messo in mobilità o anche licenziato. C’è poi il diritto delle “cose come stanno”: “si sa” che il 22% dei ginecologi non obiettori copre abbondantemente il fabbisogno delle richieste nazionali di interruzione di gravidanza. C’è infine, per ultimo, il diritto della Ragion Pratica. Immaginiamo che domani gli obiettori diventino il 100%: come farà lo stato a garantire il diritto di tutti? Obbligherà qualche giovane medico, alla ricerca disperata di primo impiego, a fare gli aborti (magari come tirocinio obbligatorio)?

Un ginepraio dunque, che fa sorgere fondate e inevitabili domande sulle ragioni vere di questa iniziativa di Zingaretti come su quella analoga della denuncia fatta dalla CGIL al consiglio di Europa. Ma nessuno ne ha colpa: la 194 è un ginepraio.

Tentiamo un affondo. Quali sono le radici di questo ginepraio? Una strada interessante (che sarebbe utile andare a indagare con gli strumenti opportuni) è quella di capire la composizione di questo 78%. Non si può risolvere la questione pensando che si tratti di ginecologi conservatori o cattolici: in un paese in cui l’osservanza religiosa è ormai rappresentata da una minoranza assoluta, sarebbe ridicolo addossare la responsabilità di questa decisione principalmente a motivi ideologico/religiosi. Se poi in Italia la sinistra rappresenta il 40% degli elettori, anche i ginecologi progressisti di sinistra faranno parte di quel 78%, no? E quindi?

Un amico ginecologo, non credente e non di destra, mi ha detto che, nel retroscena, tutti sanno che in sostanza tratta di “un lavoro di merda”, perché chi accetta di farlo farà solo quello per tutta la vita, da mattina a sera.

E cosa c’è di male, mi chiedo io? In fondo ci sono lavori materialmente e letteralmente sporchi, più sporchi. Ad esempio la colonproctologia, che un chirurgo può fare per tutta la vita, da mattina a sera: perché i colonproctologi non fanno obiezione?

Penso che in ultima analisi questo fenomeno sia dovuto al fatto che tutti (ma in particolare i medici) sentiamo il richiamo naturale e inconfessato a fare un’azione che “faccia bene”, che faccia “il bene”, quello particolare e quello universale. Che cerchi, insomma, di non fare il male dell’uno per favorire l’altro (anche per un insegnante o per un commerciante è la stessa cosa). Non si tratta quindi di distinguere azioni più o meno “pulite” o “grandi”. Il punto è che non si può chiedere a un medico di venire meno a quella che è la “vocazione” stessa del suo operare: è solo il sentimento di corrispondere a questa vocazione che rende grande il piccolo, che rende dignitoso il putridume dell’esistenza.

Il problema, insomma, forse, è il riaffiorare di un richiamo recondito inevitabile, che diventa fastidio (per quanto possiamo essere liquidi), a non piegare la propria azione, o addirittura la propria professione, all’azzeramento di un “nascente” … ulteriore diritto … potenziale.

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