Un Passo fatto… Fai un po’ come ti pare! (15/11/2013)

manifesto_j_webFai un po’ come ti pare! Verso l’era del Bene fai da te.

Un Passo del 11 Novembre 2013  tutto dedicato al relativismo.

“Non mi puoi giudicare…”, “Chi l’ha detto che questa cosa è male?”, “ Che male c’è?”… Queste frasi si appoggiano più o meno consapevolmente su una convinzione oggi molto diffusa: la libertà del singolo è assoluta nello stabilire che cosa sia Bene e che cosa sia Male. Ma altri uomini in Occidente e in tutto il mondo credono fermamente esserci leggi morali eterne valide per ogni uomo. Che dire? Cosa si intende per coscienza? Cos’è la libertà di coscienza? Anche tra i credenti un Gesù in realtà poco conosciuto rischia di diventare il pupazzo che giustifica ogni decisione.

 

 


Audio Catechesi


Extra Catechesi

L’Abolizione dell’uomo di Clive Staples Lewis (pdf)

 


 

La legge naturale

 

[873]  La legge evangelica accoglie ed eleva a livello di rapporto filiale con Dio i precetti morali, che già nell’antica alleanza erano espressione della speciale appartenenza di Israele al Signore e rivelazione della sua santità nella storia. In se stessi, però, i comandamenti di Dio contengono una sapienza che può essere riconosciuta da tutti i popoli . Sono norme universali e si trovano formulati in modo analogo in altri codici antichi. Riflettono l’ordine della creazione, accessibile anche attraverso la ragione, se usata rettamente e non asservita agli istinti e ai pregiudizi: «Fin dalle origini, Dio radicò nel cuore degli uomini i precetti della legge naturale. Poi si limita a richiamarli alla loro mente: è il decalogo». Nella rivelazione storica, dice sant’Agostino, «Dio ha scritto sulle tavole quella legge che gli uomini non leggevano più nel loro cuore»

 

[874]  Gesù, quando enuncia la “regola aurea” o discute sulla purità legale o presenta il giudizio universale, suppone che il bene e il male siano qualcosa di oggettivo, che si può conoscere anche per esperienza e per riflessione. Le esortazioni di Paolo suppongono la stessa cosa ; anzi l’apostolo afferma esplicitamente che per i pagani la legge, scritta nella natura umana e conosciuta attraverso la coscienza, ha una funzione analoga a quella che ha in Israele la legge rivelata.

 

Norma morale e responsabilità

 

[918]  Gli atti propriamente umani, di cui siamo responsabili, sono quelli coscienti e liberi. Perché la responsabilità nel bene e nel male sia completa, sono necessari la piena avvertenza e il deliberato consenso. L’avvertenza non si riduce a un sapere teorico, facile da acquisire con una informazione nozionistica. Comporta che la norma sia compresa come espressione di un valore ed esigenza di un’autentica crescita. Presuppone una complessa educazione, fatta di ascolto, riflessione e verifica esperienziale. Certo, la legge di Dio vale per tutti. Non c’è «gradualità della legge», ma «legge della gradualità» . A nessuno è lecito assumere la propria debolezza come criterio per stabilire che cosa è bene e che cosa è male. Anzi sappiamo che Cristo «ci ha donato la possibilità di realizzare l’intera verità del nostro essere». Tuttavia di fatto c’è una progressività nel conoscere, nel desiderare e nel fare il bene: «L’uomo, chiamato a vivere responsabilmente il disegno sapiente e amoroso di Dio, è un essere storico, che si costruisce giorno per giorno, con le sue numerose libere scelte: per questo egli conosce, ama e compie il bene morale secondo tappe di crescita».

 

Cammino graduale

 

[919]  La responsabilità personale di ciascuno è proporzionata alla sua attuale capacità di apprezzare e volere il bene, in una situazione caratterizzata da molteplici condizionamenti psichici, culturali, sociali. Tendere alla pienezza della vita cristiana non significa fare ciò che astrattamente è più perfetto, ma ciò che concretamente è possibile. Non si tratta di abbassare la montagna, ma di camminare verso la vetta con il proprio passo. L’educatore deve proporre obiettivi proporzionati, senza debolezza e senza impazienza. Il primo impegno da esigere è la preghiera, che è possibile a tutti: «Dio non comanda cose impossibili, ma comandando ti impegna a fare quello che puoi, a chiedere quello che non puoi», «e ti aiuta perché tu possa».

 

[920] Disordine morale oggettivo e peccato personale non vanno confusi. Lo stesso grave disordine può essere peccato mortale in alcuni, veniale o inesistente in altri, secondo che la loro responsabilità sia piena, parziale o nulla. La Chiesa è maestra e madre: da una parte insegna con fermezza la verità; dall’altra cerca di comprendere la fragilità umana e la difficoltà di certe situazioni.

 

[921] La norma morale è uguale per tutti, ma la responsabilità è propria di ciascuno e proporzionata alla concreta capacità di riconoscere e volere il bene.

Articoli tratti dal Catechismo degli Adulti* della CEI, 1995

*questo eccellente Catechismo è consultabile online al sito: www.educat.it

 


 

Legge naturale, della sua evidenza  (consultabile integralmente on-line sul sito www.gliscritti.it)

So che alcuni giudicano errata l’idea di una «legge naturale», di una norma di comportamento nota a tutti gli uomini, perché, dicono, civiltà ed età differenti hanno avuto morali affatto diverse. Ma questo non è vero. Tra una morale e l’altra ci sono differenze, ma mai una diversità totale. Se ci prendiamo la briga di confrontare, per esempio, le dottrine morali degli antichi egizi, babilonesi, indù, cinesi, greci e romani, ciò che ci colpisce è quanto esse siano simili tra loro, e alle nostre. Ho raccolto alcune prove in proposito nell’appendice di un altro libro, The Abolition of Man; ma ai nostri fini mi basta qui chiedere al lettore di pensare che cosa vorrebbe dire una morale totalmente diversa. Provate a immaginare un paese dove si ammiri chi fugge in battaglia, o dove ci si senta fieri di ingannare chiunque ci ha fatto del bene. Tanto varrebbe immaginare un luogo dove due più due fa cinque. Gli uomini hanno avuto opinioni differenti su chi siano coloro verso i quali bisogna comportarsi in modo non egoistico: soltanto i familiari, oppure i compatrioti, oppure gli altri in generale; ma hanno sempre convenuto che non bisogna mettere se stessi avanti a tutti. L’egoismo non è mai stato ammirato. Hanno avuto opinioni differenti sul numero delle mogli, se sia lecito averne una oppure quattro; ma hanno sempre convenuto che non è lecito avere tutte le donne che vuoi.  Ma la cosa più singolare è questa. Quando troviamo qualcuno che dichiara di non credere alla realtà di ragione e torto, di giusto e ingiusto, lo vedremo sempre contraddirsi un attimo dopo. Costui, magari, mancherà a una promessa fatta a te, ma se tu non mantieni una promessa fatta a lui protesterà all’istante che “non è giusto”. Una nazione dirà che i trattati non contano nulla; ma un momento dopo eccola smentirsi, dicendo che quel certo trattato che essa intende violare è iniquo. Ma se i trattati non contano, se giusto e ingiusto non esistono – se, in altre parole, non esiste una legge naturale -, che differenza c’è fra un trattato equo e uno iniquo? Quella nazione non si dà la zappa sui piedi, e non dimostra, checché ne dica, di conoscere la legge naturale come tutti quanti? Sembra, dunque, che siamo costretti a credere che giusto e ingiusto, ragione e torto sono cose reali. A volte ci possiamo sbagliare nell’interpretarle, come a volte ci sbagliamo nel fare i conti; ma esse non sono una pura questione di gusto e di opinione più di quanto lo sia la tavola pitagorica.  Se siamo d’accordo su questo punto, passerò al successivo. Che è questo: nessuno osserva realmente la legge naturale. Se c’è tra voi qualcuno che fa eccezione, mi scuso con lui. Farebbe meglio a leggere un altro libro, perché niente di ciò che dirò lo riguarda.  E adesso, rivolgendomi ai comuni mortali che restano: spero che non fraintenderete quello che dirò. Io non sto predicando, e sa il cielo se pretendo di essere migliore di chicchessia. Voglio solo richiamare l’attenzione su un fatto: quest’anno, o questo mese, o più probabilmente oggi stesso, abbiamo mancato tutti di praticare il tipo di comportamento che ci attendiamo dagli altri.

Possiamo avere ogni sorta di scusanti. La volta che sei stato così ingiusto con i figlioli è perché eri molto stanco. Quella faccenda di soldi un po’ scabrosa – quella che hai quasi dimenticato – è capitata quando eri con l’acqua alla gola. E la promessa fatta all’amico Tal dei Tali, e mai mantenuta… be’, quando l’hai fatta non potevi sapere che saresti stato occupatissimo! E quanto al tuo comportamento verso tua moglie (o marito) o tua sorella (o fratello), se io sapessi come lei o lui possono essere irritanti, non me ne meraviglierei. E io, poi, chi diamine sono? Io faccio esattamente lo stesso.  Non riesco, cioè, a osservare sempre la legge naturale, e appena qualcuno mi fa notare che non la osservo, nella mia mente nasce una sfilza di scuse lunga da qui a lì. La questione non è se siano o meno scuse valide: è che queste scuse sono la riprova di quanto profondamente, ci piaccia o no, crediamo alla legge naturale. Se non crediamo che bisogna comportarsi bene, perché ci affanniamo tanto a scusarci per non averlo fatto?  La verità è che ne siamo talmente convinti, sentiamo talmente il pungolo della regola, o legge che dir si voglia, che non sopportiamo l’idea di averla violata, e quindi cerchiamo di scaricare la responsabilità su qualcos’altro. Noterete, infatti, che tutte queste spiegazioni le tiriamo in ballo soltanto per la nostra cattiva condotta. Solo le nostre mancanze le attribuiamo alla stanchezza, alle preoccupazioni o alla fame: se agiamo bene, il merito è tutto nostro. Questi, dunque, sono i due punti che volevo mettere in luce. Primo: gli esseri umani, in tutta la terra, hanno questa curiosa idea di doversi comportare in un certo modo, e non riescono a liberarsene. Secondo: all’atto pratico si comportano diversamente. Conoscono la legge naturale, e la violano. Questi due fatti sono la base di ogni chiara riflessione su noi stessi e sull’universo in cui viviamo.

da C.S.Lewis, Il cristianesimo così com’è, Adelphi, 1997, pp.25-31


Leggere oggi i “dieci comandamenti”, alla luce della coscienza morale e della rivelazione della nuova legge di Cristo

VI capitolo del volume di J.Ratzinger, Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio. In colloquio con Peter Seewald, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001, pagg.142-162. Tale capitolo porta il titolo “La legge”.

 

Le quattro leggi

La Chiesa ha elaborato la dottrina delle quattro leggi che devono mostrare l’ordine che struttura la nostra esistenza. Queste leggi sono in primo luogo la legge naturale; quindi la legge degli istinti e delle passioni; in terzo luogo la legge dell’Antica Alleanza mediata da Mosè; e infine la legge della Nuova Alleanza consegnataci da Gesù Cristo. Ho compreso correttamente?

In primo luogo dobbiamo tenere presente che queste leggi non sono tutte sullo stesso piano. La legge naturale ci rivela che anche la natura racchiude in sé un messaggio morale.

Il contenuto spirituale della creazione non è solamente di natura meccanico-matematica. Questa è la dimensione che le scienze naturali mettono in luce nelle leggi di natura.

Ma c’è un sovrappiù di spirito, di «leggi naturali» nel creato, che reca impresso in sé e ci rivela un ordine interiore. Nel creato possiamo leggere i pensieri di Dio e il modo in cui dobbiamo vivere. Secondo elemento: la legge delle passioni ci dice che il messaggio della creazione si è appannato. Vi si contrappone una specie di controspinta che ha fatto ingresso nel mondo con il peccato. Questa legge esprime, per così dire, la ribellione dell’uomo. Paolo lo esprime in questi termini: l’uomo avverte dentro di sé una legge che lo spinge a fare il contrario di quello che vorrebbe davvero. Questo è dunque un altro piano. Mentre la legge naturale esprime il messaggio interiore della creazione, la legge delle passioni significa che l’uomo si è costruito un proprio mondo e ha così introdotto nel mondo una controtendenza.

 

È stato innanzitutto Tommaso d’Aquino a formulare e approfondire questa riflessione.

Sì, Tommaso ha nel complesso il merito di aver sintetizzato, di aver elaborato la summa di questa teoria. Terzo elemento: la legge dell’Antica Alleanza. Anche questa legge ha un significato che comprende più strati. Il suo nucleo fondamentale è rappresentato dai Dieci Comandamenti del Sinai, a cui si aggiungono i cinque Libri di Mosè, che costituiscono l’ordinamento legislativo d’Israele e sono definiti come «la legge». Regolamentano l’esistenza, la liturgia, e insieme anche l’etica. Paolo ha analizzato criticamente quest’ordine e ha constatato che questa legge rappresenta sicuramente una forza regolamentatrice – e tale rimane per i nostri concittadini ebrei e sotto molti aspetti anche per noi, della qual cosa parleremo sicuramente in seguito – ma che d’altro canto non è in grado di liberare completamente l’uomo. E questo per una ragione molto semplice: quanto più esigente è la legge, tanto più forte è l’istinto trasgressivo. È Gesù Cristo, infine, a liberarci dalla legge, secondo Paolo, per introdurci nella libertà della fede e dell’amore. Tommaso d’Aquino si è ricollegato al pensiero di san Paolo quando ha parlato a sua volta di una legge, la legge di Cristo, che è però di tutt’altra natura. Tommaso dice che la nuova legge, la legge di Cristo, è lo Spirito Santo, cioè una forza che, lungi dall’essere imposta dall’esterno, prorompe dall’interno.

Da questo punto di vista i piani sono dunque quattro: in primo luogo il messaggio del creato. In secondo luogo la controspinta dell’uomo nella storia, in cui egli tenta in qualche modo di costruirsi un proprio mondo in contrapposizione con Dio. In terzo luogo il messaggio di Dio nell’Antico Testamento, che certo indica all’uomo il cammino, ma che, nel contrasto con la resistenza dell’uomo, rivela tutta la sua impotenza. La legge dell’Antico Testamento rimane così provvisoria, rimanda a qualcosa che la supera. E infine da ultimo c’è Cristo che ci tocca dall’interno, al di là delle leggi esteriori, e ci indica così la direzione verso cui volgere interiormente la nostra vita.

 

C’è un passo nel Vangelo che mi sconcerta, quello in cui Gesù dice: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia compiuto».

Cristo non viene a infrangere la legge, non viene a dichiararla superata o senza senso.

Del resto, questo non lo fa nemmeno Paolo, per quanto alcuni ritengano di trovare nelle posizioni paoline elementi di tensione con le parole di Gesù riportate da Matteo.

Cristo dice che la legge antica conserva il suo significato pedagogico essenziale fin nei dettagli. Cristo viene a darle compimento. Il che significa però anche innalzarla ad un piano più alto. Cristo le dà compimento nella sua sofferenza, nella sua vita, nel suo messaggio. E fa sì che in lui la legge intera trovi il suo senso. Tutto quello che nella legge si intende e si richiede all’uomo trova davvero realizzazione nella sua persona.

Questo è il motivo per cui non abbiamo più bisogno di osservare la lettera della legge, tutte le prescrizioni regolate fin nel dettaglio. La comunione con Cristo significa che siamo là dove la legge è portata a compimento; dove ha trovato la sua sede naturale; dove è stata insieme sussunta e trasformata.

Ci sono intere biblioteche piene di testi giuridici che regolano la convivenza e la correttezza di comportamento nei singoli stati. Cristo, al contrario, è stato evidentemente in grado di sintetizzare in poche frasi comprensibili e realizzabili per tutti, al di là di tutte le possibili differenze culturali, la legge fondamentale che regola il mondo.

Quando gli fu chiesto: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?», rispose in questo modo: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso». E poi aggiunge, a chiarificazione ulteriore: «Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti».

Questa è in effetti la grande frattura, la sintesi che ci offre Cristo. Il suo sguardo si solleva dalle diverse prospettive, dai particolari per abbracciare l’insieme e ci dice: In questo duplice comandamento è racchiuso tutto. Dio e il prossimo sono inseparabili. Gesù ha portato a termine un’enorme semplificazione, che però non è uno sconto o una banalizzazione ma evidenziazione dell’essenziale. Qui viene in primo piano il nucleo portante di tutto, attorno a cui tutto ruota e su cui tutto si gioca, come dice Paolo. Se non teniamo questo come comandamento principale, allora le nostre parole sono solo chiacchiere vuote o bronzo che risuona. Gli esercizi di devozione e le attività di qualsiasi tipo sono vane se non le anima il soffio vivificante dell’amore. Non aiutano l’uomo a entrare in contatto con Dio e non sono di alcuna utilità anche per il prossimo. Da questo punto di vista, questa essenzializzazione, questa semplificazione, che testimonia della semplicità e insieme della grandezza e della bellezza delle sue pretese, rappresenta davvero una sostanziale frattura.

Dobbiamo ovviamente tenere presente che nell’antico Israele l’ordinamento legislativo, le regole morali, e la regolamentazione del culto si intrecciavano. Con l’avvento di Cristo queste tre sfere si separano. La religione acquisisce per così dire sostanza autonoma. Anima lo stato e il diritto e fornisce loro parametri morali, ma il diritto statuale si distingue dai precetti della morale o dagli insegnamenti della Chiesa.

Da questo punto di vista negli stati dovranno continuare a esistere ordinamenti e norme legislative. Questi però affonderebbero le loro radici nel vuoto se non fossero internamente animati; se gli uomini non riconoscessero innanzitutto interiormente la legittimità delle pretese essenziali esercitate su di loro e non trasformassero in questo modo gli ordinamenti legislativi da meri regolamenti esteriori a fondamenta di una corretta convivenza.

 

È questo che intendeva quando diceva che la vera legge naturale è una legge morale?

Sì. La natura non ha soltanto leggi che regolano il decorso di fenomeni, quali quelle indagate dalla scienza, ma racchiude in sé anche un messaggio più profondo. Ci fornisce indicazioni. E quando la Chiesa parla di legge naturale, non si riferisce a leggi intese nell’accezione comune alle scienze naturali, ma quell’indicazione interiore che si riverbera a noi dalla creazione.

 

I Dieci Comandamenti

Nel deserto del Sinai Mosè tracciò una linea attorno al monte Horeb. Nessuno poteva oltrepassare questo confine, ad eccezione di lui. Il terzo giorno iniziarono a rimbombare tuoni e ad abbattersi fulmini, una spessa coltre di nubi avvolse la cima del monte, delle trombe squillarono. Dalla montagna, che incominciò a tremare, si levarono del fumo e delle fiamme, e solo Mosè scalò la cima del monte per ricevere da Dio i Dieci Comandamenti, la legge divina. Mosè scrisse ogni parola pronunciata dal Signore nel Libro dell’Alleanza.

Fin qui il mito. I Dieci Comandamenti sono considerati dalla Chiesa espressione della premura di Dio per l’uomo, devono indicarci la via per vivere meglio. Innanzitutto: queste leggi sono state davvero consegnate a Mosè da Dio quando gli apparve sul monte Sinai? Come tavole di pietra che si dice fossero «scritte dal dito di Dio»?

Forse dobbiamo a questo punto fare un po’ di chiarezza sulla parola «mito».

La Bibbia ricorre qui senza dubbio a un linguaggio figurato per esprimere cose che ben difficilmente possono essere descritte altrimenti. Che questi messaggi ci vengano comunicati tramite visioni simboliche, non significa ciò nondimeno che possano essere liquidati come sogni, saghe o favole.

Ci troviamo qui di fronte a un simbolo che rimanda a un evento reale, a un effettivo ingresso di Dio nella storia, a un incontro reale tra Dio e questo popolo – e tramite questo popolo con l’umanità intera. Questo simbolo viene mediato da un uomo che è vicino a Dio, a cui è dato di ascoltare veramente Dio, di parlargli – come dice la Bibbia – come a un amico e grazie a quest’intimo rapporto di amicizia può diventare mediatore e trasmettere il messaggio di Dio. Ci troviamo quindi di fronte a un nucleo di eventi rappresentato con un linguaggio metaforico e visionario.

 

Ma in che misura questi Comandamenti provengono davvero da Dio?

Oggi sappiamo che i Dieci Comandamenti, così come sono riportati dai libri mosaici, sono intrecciati con la storia dei popoli circonvicini. Tentativi analoghi, in cui si intuisce un duro confronto con la storia, si riscontrano anche in ambito assiro. Ciò nonostante, gli influssi reciproci non spiegano da soli la forma che questa legge ha assunto e che si è cristallizzata nella redazione scritta. Qui si scorge il profilo dell’uomo che, toccato da Dio, ispirato dal tocco dell’amicizia divina, riesce a dare forma alla volontà di Dio, che fino a quel momento era presente in altre tradizioni solo in maniera frammentaria, una forma in cui possiamo davvero percepire la parola di Dio. Se davvero sono mai esistite queste tavole di pietra, è un’altra questione. Lei sa che Mosè, secondo la narrazione biblica, in preda alla collera spezzò dapprima queste tavole e quindi ricevette delle tavole sostitutive. Quello che conta è che in questa vicenda Dio stesso si faccia riconoscere davvero, tramite il suo amico, in maniera vincolante. Da questo punto di vista questa mediazione è qualcosa di più che riflessione umana o anche sensibilità umana per il messaggio della creazione.

 

I Dieci Comandamenti sono ancora oggi validi – incondizionatamente?

Sono validi. Abbiamo già parlato di un comandamento che, grazie all’incontro con Cristo, assume, per così dire un volto nuovo e viene compreso diversamente: «Non ti farai idolo né immagine alcuna». Questo comandamento acquista un nuovo significato nel momento in cui Dio stesso propone una propria immagine di sé. Da questo punto di vista i Comandamenti non sono definiti una volta per tutte, solo con Cristo acquistano la loro forma definitiva.

Anche il comandamento relativo all’osservanza di shabbath, che rimanda al racconto della creazione, conserva validità sostanziale ma acquista una nuova forma nel momento in cui il giorno della Risurrezione di Cristo diventa il vero giorno dell’Alleanza. Lungo il percorso che si snoda da shabbath alla domenica, questo comandamento acquista anche un nuovo spessore, una nuova profondità. In questo senso, quelle dei Comandamenti non sono parole meccanicamente conchiuse ma, trasfigurate dalla luce di Cristo, vi acquistano la loro forma definitiva. Nel loro nucleo sostanziale, però, sono e rimangono valide.

 

I Dieci Comandamenti non hanno mai subito revisioni?

No. Ci sono due versioni, una nel libro dell’Esodo e l’altra nel Deuteronomio. Si distinguono per sottigliezze esteriori, ma in sostanza sono identiche – e ovviamente non sono “a disposizione” dell’uomo.

Quando Mosè torna dalla montagna sacra, sorprende il popolo mentre danza attorno al famoso vitello d’oro. Pieno di collera per l’atto idolatrico, Mosè distrugge le tavole. Solo i leviti, i discendenti di Levi, che costituiranno poi la casta sacerdotale, si schiereranno con lui e si metteranno dalla parte di Dio. «Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra», ordina Mosè, «uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente». La storia dei Dieci Comandamenti è quindi iniziata in sostanza con un enorme sacrilegio commesso in violazione del quinto comandamento: «Non uccidere». Mosè avrebbe dovuto saperlo.

Veramente è iniziata ancora prima, con la profanazione del primo comandamento, quello portante: Non adorerai dei stranieri. L’uomo trova il suo equilibrio se riconosce Dio come Dio e vive nella sua adorazione. Precipita nella distorsione, nella perversione della sua esistenza se riserva la sua adorazione a qualcosa che non è Dio. Se si costruisce degli idoli e quindi, in ultima analisi, adora se stesso. Nell’episodio del vitello d’oro, il popolo è consumato da questo sacrilegio di base e interiormente deformato. Si è consegnato alla morte. Perché allontanarsi da Dio, che è la fonte della vita, significa allontanarsi dalla vita stessa. La vicenda cui fa riferimento è di una crudeltà inaudita e stentiamo a comprenderla. Anche in questo caso dobbiamo spingere in avanti il nostro sguardo, fino a Cristo, che si comporta in maniera opposta. Lui non uccide gli altri, prende su di sé la morte. Ma nell’ora storica del Sinai Mosè porta per così dire a compimento ciò che è già nei fatti: sono gli altri ad avere pervertito la loro stessa esistenza. In che misura quest’episodio vada preso alla lettera, è un’altra questione.

Il popolo d’Israele continua ad esistere. L’episodio esprime simbolicamente la condizione di chi, alienandosi da Dio, abbandona non solo l’Alleanza ma anche la sfera della vita, distrugge la propria vita ed entra nella sfera della morte.

 

IL PRIMO COMANDAMENTO

«Io sono il Signore, tuo Dio: non avrai altri dei di fronte a me»

A ben guardare, la danza attorno al vitello d’oro forse non è mai stata, in tutta la storia dell’umanità, così selvaggia e orgiastica come oggi.

Oggi non ci sono dei che vengano esplicitamente definiti come tali, ci sono però forze davanti a cui l’uomo si inchina. Il capitale è una di queste forze, e la proprietà in generale. O anche l’ambizione. Il vitello d’oro è da molti punti di vista di grande attualità nel mondo occidentale. Il rischio esiste. Ma c’è dell’altro. Sempre più spesso si tende a cancellare il volto del Dio unico. Questo avviene ogni qualvolta diciamo che in sostanza tutti gli dei si riferiscono a un solo Dio. Ogni cultura ha le sue forme espressive particolari e non ha poi così grande importanza se si intende Dio come persona o se ci si riferisce a un Dio impersonale, se lo si chiama Giove, Shiva o in qualche altro modo. E si dimostra sempre più di non prendere sul serio Dio. Di essersi allontanati da Dio e di rivolgersi ormai soltanto ai riflessi di noi stessi.

Vediamo che, nel momento in cui l’uomo accantona Dio, le tentazioni dell’idolatria si fanno più forti. In questo momento il grosso rischio che ci sta di fronte consiste nel considerare Dio come superfluo. È così lontano, si dice, e adorarlo pare non sortire a nulla. Quello a cui prestiamo poca attenzione è che se demoliamo il pilastro su cui poggia l’ordine dell’esistenza umana, l’uomo si disintegrerà sempre più.

IL SECONDO COMANDAMENTO

«Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio»

Ci si chiede comunque: se Dio è così grande, perché non si dimostra superiore alle mie piccole bestemmie, all’empietà di un minuscolo verme terrestre?

Il punto non è se siamo in grado di arrecare in qualche modo un’offesa a Dio per cui lui si debba vendicare. Si tratta invece di preservare ordine ed equilibrio esistenziale. Nel momento in cui disonoriamo Dio, deformiamo il suo volto e lo rendiamo così inaccessibile al mondo da non essere più in grado di illuminarci, anche la luce dell’uomo si spegne. Martin Buber ha detto una volta che di nessuna parola si è mai abusato così tanto come del nome di Dio. Questa parola sarebbe stata così insozzata e stravolta da non essere più utilizzabile. Penso, così continuava, che non possiamo tuttavia evitare e ignorare questa parola, ma dobbiamo tentare di raccoglierla da terra con devozione e di ripulirla. Si pensi soltanto alla scritta «Gott mit uns» (Dio con noi) incisa sul cinturone dei militari tedeschi all’epoca della dittatura nazista. Mentre apparentemente si rendeva omaggio a Dio, in realtà se ne abusava per i propri scopi.

Ma ogni singolo abuso del nome di Dio, ogni contraffazione del volto di Dio tale da renderlo irriconoscibile lascia dietro di sé sporcizia e tracce enormi. La grande forza dell’ateismo o il rifiuto e l’indifferenza nei confronti di Dio sarebbero inspiegabili senza questi abusi del nome di Dio. Il suo volto è stato stravolto a tal punto che l’uomo è stato costretto a distogliere lo sguardo. Da questo punto di vista sono risultate evidenti da tempo le terribili conseguenze che comporta la violazione di questo comandamento.

 

IL TERZO COMANDAMENTO

«Ricordati del giorno di sabato per santificarlo»

Molti amano la domenica e godono della sua diversità, altri pensano solo a fare spese senza soste, a lavorare, e a inebetirsi nell’assordante fragore di una quotidianità superficiale e dispersiva. Ma forse abbiamo anche dimenticato la vera funzione e il vero significato della domenica.

Lo Shabbath è introdotto nel racconto della creazione come un tempo che l’uomo consacra a Dio. Nel contesto del Decalogo è inoltre il segno dell’Alleanza con il suo popolo. L’idea originaria di Shabbath è quindi un’anticipazione della libertà e dell’uguaglianza per tutti.

Di Shabbath anche lo schiavo non è più uno schiavo, anche per lui vale la legge del riposo. Nella tradizione ecclesiastica questo è sempre stato uno degli aspetti principali. Per quanto riguarda i liberi, la loro attività non era lavoro nel senso proprio del termine e poteva essere continuata. Un altro punto importante è che in questo giorno l’intera creazione deve poter riposare. In origine questo comandamento veniva fatto valere anche per gli animali.

Oggi l’uomo vorrebbe poter disporre completamente ed esclusivamente del suo tempo. Abbiamo in effetti dimenticato quanto sia importante permettere a Dio di entrare nel tempo e utilizzare il tempo non solo come materia di cui possiamo disporre per i nostri interessi. Si tratta di uscire dalla logica dell’utilitarismo e del pragmatismo per dedicarci agli altri e a noi stessi. Abbiamo già accennato alla nuova forma che lo Shabbath assume con la Risurrezione di Cristo. Si identifica ora con l’alba in cui il Risorto è apparso ai suoi, in cui noi ci raduniamo con lui, in cui lui ci invita a sé a farci partecipi del giorno dell’adorazione e dell’incontro con Dio, in cui lui si fa incontro a noi e ci cerca e noi possiamo cercarlo.

IL QUARTO COMANDAMENTO

«Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio»

Ci colpisce che questo sia l’unico comandamento collegato a una promessa. Gesù sottolinea ripetutamente quanto sia importante.

Vorrei raccontare un piccolo aneddoto. Eravamo in vacanza, ed ero molto contento dei miei ragazzi. Paul pescava per ore piccoli pesci e minuscole aragoste, Jakob scavava buche nella sabbia. Avevamo una piccola barca, e Paul nuotava a lungo accanto alla barca. A un certo punto non ebbe più paura, ed era orgoglioso di cavarsela bene e da solo. Una volta sedevo un tratto più avanti su una roccia e guardavo mia moglie e i bambini, ed erano tutti giovani e forti e belli. E pensavo, adesso iniziano gli anni migliori della mia vita e non voglio sprecarli inutilmente, ed è grandioso esserci e poterci essere. E improvvisamente mi sono ritrovato a pensare anche ai miei genitori e ai miei nonni e appunto anche a questo quarto comandamento.

Questo comandamento, in effetti, è la Magna Charta della famiglia. Qui viene codificato l’ordine fondamentale. La cellula essenziale della socialità e della società, ci dice quest’ordine, è la famiglia, sono i genitori e i figli. E solo in quest’ordinamento di base possono essere esercitate le virtù umane. Solo in questo contesto matura un rapporto corretto tra i generi e tra le generazioni. Il comandamento racchiude da un lato la missione educativa, che significa educare l’altro alla libertà perché possa imparare le sue leggi interne, perché impari ad essere un uomo. In questo contesto l’obbedienza è al servizio di questo training alla libertà. E viceversa dai ragazzi ci si aspetta naturalmente che accettino questa educazione.

Ma il quarto comandamento comprende anche un tacito capitolo sul rapporto con l’anziano, con la persona non più utile, debole. Viene attribuito un grande valore al rispetto dei genitori anziani. Non dovremmo orientarci in base a criteri utilitaristici, ma continuare a rendere omaggio negli anziani alle persone che ci hanno fatto dono della vita. In loro si può onorare anche la dignità dell’uomo proprio laddove questi non è più in grado di badare a se stesso. Questo rispetto basilare per l’uomo è un aspetto molto importante di questo comandamento. E qui è racchiusa anche la prospettiva del proprio futuro, la possibilità di guardare con fiducia alla propria vecchiaia.

 

IL QUINTO COMANDAMENTO

«Non uccidere»

Quasi nessuno metterebbe in discussione il senso di questo comandamento, salvo poi violarlo continuamente.

Indubbiamente nell’uomo é presente un’evidenza innata dell’obbligo di non uccidere. Pur dimenticando che solo Dio può disporre della vita dell’uomo, sappiamo almeno che l’uomo ha diritto alla vita proprio in quanto uomo, e che uccidendolo si attenta all’essenza dell’uomo in quanto tale. Nei casi limite però questa consapevolezza, come vediamo, si appanna sempre più. Questo vale in particolare per l’inizio dell’esistenza, quando la vita è ancora indifesa, manipolabile. Qui si affaccia la tentazione di procedere secondo parametri utilitaristici.

Si pretende di scegliere chi potrà sopravvivere e chi no perché ostacola la nostra libertà e autorealizzazione. Laddove l’essenza dell’uomo non si manifesta ancora nella sua forma esteriore e con la facoltà di parlare e interloquire, là si spegne facilmente anche la consapevolezza di questo comandamento. Lo stesso vale per la fase terminale della vita. Si concepisce il malato, colui che soffre, come un fastidio e ci si convince che la morte sarebbe un bene anche per lui. Questo costituisce un pretesto per spedirlo nell’al di là prima che, per così dire, diventi troppo «difficile». E da questo punto in avanti la coscienza del quinto comandamento si erode progressivamente. Oggi vengono rilanciati pensieri che abbiamo già conosciuto in tempi tristi e che, massificando l’uomo, non riconoscono la specificità della dignità umana. Ci si interroga se si possa ancora considerare uomini persone non più coscienti e non più in grado di adempiere ad una funzione sociale.

Ma la legittimazione dell’eutanasia innesca un processo inarrestabile. Subito si impone l’interrogativo quando una vita possa dirsi così segnata dal dolore, così penosa da autorizzare la sua soppressione. Ai confini della vita, quindi, questa coscienza morale innata dell’indisponibilità della vita umana si spegne fin troppo facilmente. A maggior ragione dobbiamo lottare oggi per l’osservanza del quinto comandamento per il diritto alla vita, dal concepimento fino alla morte, che ha il suo fondamento in Dio.

 

IL SESTO COMANDAMENTO

«Non commettere atti impuri»

Il nostro mondo ha fatto una virtù della costante disponibilità dell’Eros.

Non è comunque necessario essere un maniaco sessuale per chiedersi se l’impudicizia (lussuria) sia davvero un peccato.

La versione originaria di questo comandamento nell’Antico Testamento suona in questo modo: «Non commettere adulterio» (Es20,14; Dt5,18). Questo comandamento ha avuto quindi dapprima un significato molto specifico. Riguardava l’inviolabilità del rapporto di fedeltà tra marito e moglie, che non salvaguarda soltanto il futuro dell’uomo ma che integra anche la sessualità nella totalità della persona umana, conferendole solo cosi dignità e grandezza umana. Questo è il cuore del comandamento. Non in un contatto occasionale, ma nel contesto di un sì reciproco di due persone che così, implicitamente, pronunciano anche un sì ai figli, nel matrimonio, quindi, la sessualità può avere la sua dignità e grandezza umana. Solo lì lo spirito si fa corporeità e i sensi spiritualità. Qui si realizza quella che abbiamo definito l’essenza dell’uomo, la sua funzione di ponte, che fonde i due estremi della creazione, che solo così si possono reciprocamente conferire grandezza e dignità.

Se diciamo che il luogo in cui può esplicarsi la sessualità è il matrimonio, cioè un legame fondato su amore e fedeltà, che comporta premura reciproca e disponibilità per il futuro, e che si inserisce quindi nelle finalità complessive dell’umanità, ne consegue naturalmente che soltanto lì la sessualità si umanizza e acquista la propria specifica dignità.

Indubbiamente la forza istintuale, innanzitutto in un mondo segnato in maniera così totalizzante dall’erotismo, è così forte che il legame con questo luogo primario della fedeltà e dell’amore si fa quasi incomprensibile. La sessualità è diventata da tempo in grande stile merce da acquistare. Ma è anche evidente che così si è disumanizzata, che quando mi servo del sesso come di una merce, senza rispettare la persona umana, compio un abuso nei suoi confronti. Persone che si avviliscono a merce, o che vi sono costrette e messe in vendita, ne risultano distrutte. E intanto dal mercato del sesso si è sviluppato un nuovo mercato schiavistico. Quindi nell’istante in cui la sessualità non affonda più le sue radici in una libertà che si autovincola alla responsabilità reciproca, nel momento in cui non riconosce il proprio fondamento nella totalità della persona umana, ne scaturisce necessariamente una logica mercificante.

Torniamo un attimo al cuore del comandamento.

Questo comandamento riprende il messaggio della creazione: uomo e donna sono fatti l’uno per l’altra. Lasceranno padre e madre e diventeranno una sola carne, dice la Genesi. Potremmo anche dire, in prospettiva meramente biologica, che la natura ha inventato la sessualità al fine della conservazione del genere. Ma ciò che consideriamo dapprima come elemento puramente naturale, come mera realtà biologica, acquisisce forma umana nella comunione tra uomo e donna. Costituisce una modalità di apertura dell’uomo ai suoi simili. Una modalità che non consente soltanto lo sviluppo di legami e di fedeltà, ma che crea anche lo spazio in cui l’uomo può crescere dal concepimento fino alla pienezza della vita. In questo spazio ha inizio innanzitutto la convivenza umana. Ciò che corrisponde dapprincipio a una legge biologica, a un trucco della natura, se così si può dire, acquisisce una forma umana che consente la nascita di un legame d’amore e di fedeltà tra uomo e donna, il che a sua volta permette il formarsi della famiglia. Questo è il cuore di questo comandamento, che ci interpella dall’orizzonte della creazione in cui affonda le sue radici. Quanto più profondamente lo si vive e lo si approfondisce con la propria riflessione, tanto più evidente diventa il fatto che le altre forme della sessualità non raggiungono la vera grandezza della vocazione umana. Non corrispondono a ciò che vuole e deve essere la sessualità umanizzata.

In un capitolo successivo parleremo ancora di sesso. I Dieci Comandamenti, comunque, ci istillano il sospetto di costituire una legge contraria alle leggi di natura. Proprio per questo ci risulta così difficile osservarli, perché si contrappongono così spesso agli istinti umani, alle nostre tendenze.

Certo. Naturalmente proprio il sesto comandamento racchiude in sé il messaggio della natura. La natura regola l’esistenza di due generi che garantiscono la sopravvivenza della specie – e questo vale in maniera particolare per esseri viventi che, quando escono dal grembo materno, non sono affatto autosufficienti e abbisognano di lunghe cure. L’uomo non è un essere nidifugo, bensì nidicolo. Da un punto di vista meramente biologico, la razza umana è fatta in modo tale per cui quella versione allargata del grembo materno che è l’amore del padre e della madre si rende a lungo necessaria per consentire l’ulteriore crescita dell’uomo oltre lo stadio biologico primario. Il grembo materno della famiglia è quasi una condizione di possibilità dell’esistenza. Da questo punto di vista, il volto originario dell’uomo che qui si rivela ha un proprio fondamento nelle leggi di natura. C’è bisogno di un legame reciproco permanente.

Nel contesto di questo legame uomo e donna si fanno dapprima reciprocamente dono di sé e quindi fanno dono di sé ai figli, perché anche loro trovino un loro spazio nella legge dell’amore, del darsi, del perdersi. Gli esseri nidicoli hanno bisogno esattamente della fedeltà anche nel periodo posteriore al parto. Da questo punto di vista il messaggio del matrimonio e della famiglia è fino in fondo una legge intrinseca alla creazione e non entra in conflitto con la natura dell’uomo.

E tuttavia ci risulta estremamente difficile osservarla.

È vero che qui – come in tutti gli altri ambiti di cui abbiamo parlato – è presente una controtendenza. C’è un eccesso di forza biologica. Si può notare nella società moderna – anche nelle fasi più tarde di epoche precedenti, ad esempio la Roma imperiale – un’aperta erotizzazione che incoraggia ulteriormente l’eccesso istintuale e rende più difficile il suo ancoraggio nel matrimonio. Torniamo a quanto abbiamo detto sulle quattro leggi. Ci sono due diversi ordini nella natura. Il messaggio della natura ci rimanda a una tensione tra i due generi che li spinge l’uno verso l’altra quale dinamica radicata profondamente nella natura e suscettibile di umanizzarsi nella misura in cui crea uno spazio in cui l’uomo può crescere e dispiegare fino in fondo la propria essenza. L’altro messaggio è la relativa tendenza alla promiscuità, o in ogni caso a disporre arbitrariamente della sessualità senza ancorarla al contesto familiare. La differenza tra questi due piani in cui si manifesta il rapporto tra sessualità e natura è ben riconoscibile in una prospettiva di fede. L’uno costituisce davvero il messaggio della creazione. L’altro esprime l’aspirazione dell’uomo a disporre di se stesso. Per questa ragione l’ancoraggio nel matrimonio costituisce una lotta continua. Vediamo comunque che là ove si riesce a dominare l’istintualità, matura l’umanità e i bambini non temono il futuro. In una società in cui le separazioni sono divenute normali, i bambini sono i più danneggiati.

I bambini sono la dimostrazione del fatto che la convivenza fedele, il sostegno reciproco non sono solo giusti, ma rappresentano anche quanto più è rispondente alle esigenze dell’uomo.

 

IL SETTIMO COMANDAMENTO

«Non rubare»

La proprietà altrui va rispettata, è un principio banale, ma che altro si cela dietro a questo comandamento?

La dottrina della destinazione universale dei beni della creazione non è soltanto una bella idea, deve anche funzionare. A questo si ricollega perciò la constatazione che ognuno ha bisogno di una propria sfera di proprietà per poter soddisfare le esigenze fondamentali dell’esistenza e deve perciò esistere l’ordine della proprietà che ognuno deve rispettare. Da qui scaturisce naturalmente l’esigenza di una legislazione sociale che conseguentemente vegli e impedisca l’abuso della proprietà privata. Oggi vediamo più chiaramente che mai come ora gli uomini si autodistruggano vivendo solo in funzione di ciò che possiedono, come si perdano innalzando ciò che possiedono a idolo. Chi per esempio si sottomette totalmente alle leggi della borsa, non riesce più sostanzialmente a pensare ad altro. Vediamo il potere che il mondo del possesso esercita sugli uomini. Più hanno e più diventano schiavi perché devono badare incessantemente alla conservazione e alla crescita del loro capitale. La problematica della proprietà può essere chiaramente rintracciata anche nel rapporto distorto tra primo e terzo mondo. Qui la proprietà privata non è più correttamente subordinata alla destinazione universale dei beni. Anche qui devono essere individuate forme legislative che difendano o instaurino un equilibrio tra queste opposte esigenze. Vediamo quindi come dietro la lettera del comandamento che impone il rispetto della proprietà altrui emerga il riferimento a molti nodi reali. Comprende sia la salvaguardia del diritto di ognuno a ricevere ciò che gli serve per vivere (e che anche in questo deve essere rispettato), sia la responsabilità a fare uso della proprietà in modo tale da non contraddire la missione complessiva della creazione e dell’amore del prossimo.

 

L’OTTAVO COMANDAMENTO

«Non mentire» o «Non pronunziare falsa testimonianza»

Delle bugie stanno alla base dei racconti migliori, ma talvolta bugie anche piccole diventano così grosse da abbattere il Presidente di una superpotenza o anche partiti con responsabilità di governo, o magnati dei media. E la cosa singolare è che alla fine non si riesce a tenere nascosto nulla.

Credo che qui si sottolinei il significato della verità come bene fondamentale dell’uomo. Tutti i comandamenti sono comandamenti d’amore o risvolti di quell’unico comandamento.

Da questo punto di vista, hanno tutti molto esplicitamente a che vedere con il bene della verità. Se mi allontano dalla verità o stravolgo la verità, se cedo alla menzogna, danneggio spesso gli altri ma danneggio sempre anche me stesso.

E’ notorio che una piccola bugia si trasforma facilmente in un’abitudine, in un modo di sgusciare attraverso la vita, di ricorrere in ogni occasione alla menzogna fino a rimanere impigliato nella sua rete e a vivere in contrapposizione con la realtà. La menzogna implica inoltre che ogni colpo inferto alla dignità della verità non solo umilia l’uomo ma è anche una rozza offesa al comandamento dell’amore. Perché, se sottraggo agli altri la verità, sottraggo loro un bene essenziale e li indirizzo sul cammino sbagliato. Verità è amore, e un amore che si contrapponga alla verità, stravolgerebbe se stesso.

IL NONO E IL DECIMO COMANDAMENTO

«Non desiderare la donna d’altri» «Non desiderare la roba d’altri»

Questi due comandamenti, che sono strettamente legati, vanno al di là dell’esteriorità, della fattualità per toccare le disposizioni interiori. Qui ci viene detto che il peccato non ha inizio soltanto nell’istante in cui commetto adulterio o sottraggo ingiustamente la proprietà altrui, ma che i peccati scaturiscono dagli stati d’animo interiori. Non basta quindi fermarsi un attimo prima di aver commesso concretamente un fatto, perché allora non è nemmeno più possibile, se io non ho custodito dentro di me il rispetto per la persona altrui, per il suo matrimonio o per ciò che possiede. II peccato non ha quindi inizio con azioni esteriormente tangibili, ma già nel loro terreno di coltura, nel sentimento dell’invidia, nel rifiuto interiore del bene dell’altro e della sua stessa persona. Un’esistenza umana che non purifichi gli stati d’animo interiori non può conseguentemente conservare un ordine morale nemmeno sul piano della fattualità concreta. Questo comandamento fa direttamente appello al cuore dell’uomo. Perché il cuore è l’autentico luogo originario da cui si dispiegano i fatti. Anche solo per questo motivo deve rimanere per così dire puro e luminoso.

Quando Mosè, tra tuoni e fulmini, ha ricevuto in consegna sul Sinai le tavole della legge, è insieme scoccata l’ora di nascita del libero individuo. Questa è comunque la tesi del pubblicista ebreo-tedesco Hannes Stein. Ogni uomo, che sia signore o schiavo, uomo o donna, deve rispondere di sé e delle sue azioni direttamente davanti a Dio. Con l’Alleanza del Sinai nasce quasi il soggetto giuridico autonomo. È un’affermazione azzardata dire che le fondamenta delle società liberali e democratiche provengono non dall’antica Grecia ma dalla tradizione giudaico-cristiana?

Anch’io ho letto il libro di Hannes Stein e direi che offre spunti essenziali. Nella dignità di ognuno, che sta individualmente di fronte a Dio rispondendo di sé, che viene interpellato da Dio e viene indicato come persona nella formula dell’Alleanza, è racchiuso in effetti il nucleo centrale dei diritti umani – l’uguale dignità dell’uomo – e quindi l’autentico fondamento della democrazia. Nella stessa Israele, dapprincipio, non erano previsti re ma solo giudici che dovevano applicare la legge di Dio e vegliare perché rimanesse in vigore. Si mirava quindi fondamentalmente ad una società completamente egalitaria, una specie di anarchia intesa in senso positivo: nessuno domina se non Dio. E domina attraverso la sua legge, la sua parola, i suoi comandamenti. Quest’ordine sociale originario ha dovuto successivamente lasciare il posto a un riassetto dettato da ragioni pragmatiche, di cui abbiamo già parlato. Non vorrei però per questo sminuire il significato della democrazia greca, anche qui sono cresciuti elementi importanti e si è sviluppato un modello pratico a cui ci si è potuti successivamente riallacciare. Dobbiamo comunque mettere in chiaro che nella democrazia greca solo individui liberi di sesso maschile detenevano il diritto di voto. Le donne non erano un soggetto politico ed erano perciò escluse dal diritto di voto, come gli schiavi. Poiché la libertà è limitata, la Grecia ci offre un esempio di democrazia limitata. La parola biblica, al contrario, attribuisce pieno carattere di soggetto ad ogni persona, per il fatto di essere immagine di Dio. Reca così effettivamente in sé – è vero – le fondamenta delle costituzioni democratiche.

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