Conversione di San Paolo (25/01/2018)

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Vangelo  Mc 16,15-18

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, [ Gesù apparve agli Undici ] e disse loro:
«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.
Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». 


“Sono Paolo, il tarantolato di Gesù”
di Davide Rondoni

Mi chiamo Paolo, Paolo di Tarso.
E tutti pensate subito: la caduta da cavallo.
Si, quella caduta. Primo segno che c’è qualcosa in me di strano, si vede.
Gli altri si convertivano senza fare tutta questa scena.
Un colloquio, un miracolo e via, la fede…
Invece no, da subito per me fu una specie di trance, di possesso.
Fu Lui a mordermi, a farmi ossesso, e crollare a terra a farmi. No, non lo dico no…
Non adesso.
Ho perso la vista per un po’, mi curò il pio Ananìa, nella sua casa nella meravigliosa Damasco, sole basso sulla via.
Ripresi la vista e il mondo era nuovo. Il mondo era Lui, il senso del mondo il suo amore che io mordevo con morsi bui.
E che invece ora mi aveva morsicato e nell’estasi precipitato.
Da allora tutto fu di Lui mio inseguimento.
Ovunque, Gerusalemme, Corinto, Antiochia, fino in Grecia. Un vento.
Come uno morso da qualcosa. E ovunque parlavo di Lui. Arrivavo, la stoffa lavoravo e di Lui, morso di lui, parlavo.
Gli altri fratelli, a Gerusalemme, non capivano bene.
Avevo visioni, parlavo anche se la balbuzie mi bloccava, ero perfino ridicolo, quante pene.
Ma non avevo pace. La carità è un morso. Il Suo morso nel cuore.
Facevo come potevo, trovavo compagni, come fratelli. Timoteo, Tito…
Mi chiusero in carcere, ma ne uscii, ancora non so bene come. Fu sognare?
Non potevo fermarmi. Arrivai dove il Suo nome nessuno aveva pronunciato mai.
Lo mormorai per la prima volta in terra di Europa a una donna. Lei sorrise, curiosa.
Non sorrisero invece i sapienti di Atene, guardavano come si guarda un pazzo, un posseduto.
Ma che dici, un risorto, cosa…
Ma non mi fermai. Passai per mari e terre, per tempeste e per torride strade.
Fu una specie di danza. Per Lui. Avevo una spina nella carne. Tremito che invade.
Qualcosa che mi possedeva e mi ammalava.
E debole e però fortissimo mi rendeva.
Nella mia debolezza fu la mia forza. Mi gettava a terra, debolezza e forza.
Strana danza dentro la mia scorza.
Dentro il mio essere. Ero un niente, un aborto, ma Lui la mia carne aveva morso.
Mise il suo pungiglione divino che caccia ogni pungiglione della morte.
Ovunque sono corso.
Gridavo: morte dov’è la tua vittoria? Dov’è il tuo pungiglione?
Niente che mi pungeva poteva farmi male, né spada, né persecuzione, né fame o malattia. E nemmeno il serpente. A Malta, o forse Reggio Calabria, non ricordo bene mentre raccoglievo le fascine per fare un fuoco, un aspide velenoso si attaccò alla mia mano, ma il suo veleno fu niente.
Lo bruciai nel fuoco, come un nonnulla.
Da allora il mio nome è associato ai domatori di serpenti, a chi ne caccia la presenza e il veleno annulla.
A viandanti di villaggio in villaggio, nelle campagne, nelle feste popolari e nei luoghi di mille duri dolori.
Poi venne Colombano e altri santi evangelizzatori, molti santi di serpenti cacciatori.
La carità è un morso nel cuore che non fa temere più nulla.
Tutto addolcisce, tutto riscalda, tutto vince la carità dell’amore per il Nazareno.
Non ebbi paura mai. Nemmeno di fronte alle autorità.
Mi arrestarono. Fui sereno. Volevano giustiziarmi in terre di Giudea, traditore vero.
Ma io volli portare fino a Roma il morso del mio Dio, fino al cuore dell’impero.
Portatemi là. Nel cuore del serpente che pensa di avere dominio sul mondo.
Nel cuore del potere.
Portatemi là. Sono un niente, sono un aborto, ma portatemi là, ho un morso per il potere che lo atterra, e sempre lo atterrerà.
La carità è un morso. Portatemi là, tagliatemi pure la testa.
Portatemi a Roma, dove mio fratello Pietro muore a capo in giù umiliandosi anche lui fino alla morte di croce.
Volli danzare fino a Roma in catene e libero come l’aria, strana festa. Portatemi là, nel cuore freddo del serpe feroce.
La mia testa la farete tagliare, ma anche lei non starà ferma più, farà tre salti, una strana danza che apre fontane.
Ora guardatemi: sono un niente innamorato. Guardatemi bene: sono Paolo il tarantolato di Gesù.

 


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 3 settembre 2008

  

San Paolo (3)

La “conversione” di San Paolo

Cari fratelli e sorelle,

la catechesi di oggi sarà dedicata all’esperienza che san Paolo ebbe sulla via di Damasco e quindi a quella che comunemente si chiama la sua conversione. Proprio sulla strada di Damasco, nei primi anni 30 del secolo I°, e dopo un periodo in cui aveva perseguitato la Chiesa, si verificò il momento decisivo della vita di Paolo. Su di esso molto è stato scritto e naturalmente da diversi punti di vista. Certo è che là avvenne una svolta, anzi un capovolgimento di prospettiva. Allora egli, inaspettatamente, cominciò a considerare “perdita” e “spazzatura” tutto ciò che prima costituiva per lui il massimo ideale, quasi la ragion d’essere della sua esistenza (cfr Fil 3,7-8). Che cos’era successo?

Abbiamo a questo proposito due tipi di fonti. Il primo tipo, il più conosciuto, sono i racconti dovuti alla penna di Luca, che per ben tre volte narra l’evento negli Atti degli Apostoli (cfr 9,1-19; 22,3-21; 26,4-23). Il lettore medio è forse tentato di fermarsi troppo su alcuni dettagli, come la luce dal cielo, la caduta a terra, la voce che chiama, la nuova condizione di cecità, la guarigione come per la caduta di squame dagli occhi e il digiuno. Ma tutti questi dettagli si riferiscono al centro dell’avvenimento: il Cristo risorto appare come una luce splendida e parla a Saulo, trasforma il suo pensiero e la sua stessa vita. Lo splendore del Risorto lo rende cieco: appare così anche esteriormente ciò che era la sua realtà interiore, la sua cecità nei confronti della verità, della luce che è Cristo. E poi il suo definitivo “sì” a Cristo nel battesimo riapre di nuovo i suoi occhi, lo fa realmente vedere.

Nella Chiesa antica il battesimo era chiamato anche “illuminazione”, perché tale sacramento dà la luce, fa vedere realmente. Quanto così si indica teologicamente, in Paolo si realizza anche fisicamente: guarito dalla sua cecità interiore, vede bene. San Paolo, quindi, è stato trasformato non da un pensiero ma da un evento, dalla presenza irresistibile del Risorto, della quale mai potrà in seguito dubitare tanto era stata forte l’evidenza dell’evento, di questo incontro. Esso cambiò fondamentalmente la vita di Paolo; in questo senso si può e si deve parlare di una conversione. Questo incontro è il centro del racconto di san Luca, il quale è ben possibile che abbia utilizzato un racconto nato probabilmente nella comunità di Damasco. Lo fa pensare il colorito locale dato dalla presenza di Ananìa e dai nomi sia della via che del proprietario della casa in cui Paolo soggiornò (cfr At 9,11).

Il secondo tipo di fonti sulla conversione è costituito dalle stesse Lettere di san Paolo. Egli non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento, penso perché poteva supporre che tutti conoscessero l’essenziale di questa sua storia, tutti sapevano che da persecutore era stato trasformato in apostolo fervente di Cristo. E ciò era avvenuto non in seguito ad una propria riflessione, ma ad un evento forte, ad un incontro con il Risorto. Pur non parlando dei dettagli, egli accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù, della quale ha ricevuto immediatamente da Gesù stesso la rivelazione, insieme con la missione di apostolo. Il testo più chiaro su questo punto si trova nel suo racconto su ciò che costituisce il centro della storia della salvezza: la morte e la risurrezione di Gesù e le apparizioni ai testimoni (cfr. 1 Cor 15). Con parole della tradizione antichissima, che anch’egli ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, dice che Gesù morto crocifisso, sepolto, risorto apparve, dopo la risurrezione, prima a Cefa, cioè a Pietro, poi ai Dodici, poi a cinquecento fratelli che in gran parte in quel tempo vivevano ancora, poi a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli. E a questo racconto ricevuto dalla tradizione aggiunge: “Ultimo fra tutti apparve anche a me” (1 Cor 15,8). Così fa capire che questo è il fondamento del suo apostolato e della sua nuova vita. Vi sono pure altri testi nei quali appare la stessa cosa: “Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato” (cfr Rm 1,5); e ancora: “Non ho forse veduto Gesù, Signore nostro?” (1 Cor 9,1), parole con le quali egli allude ad una cosa che tutti sanno. E finalmente il testo più diffuso si legge in Gal 1,15-17: “Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco”. In questa “autoapologia” sottolinea decisamente che anche lui è vero testimone del Risorto, ha una propria missione ricevuta immediatamente dal Risorto.

Possiamo così vedere che le due fonti, gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo, convergono e convengono sul punto fondamentale: il Risorto ha parlato a Paolo, lo ha chiamato all’apostolato, ha fatto di lui un vero apostolo, testimone della risurrezione, con l’incarico specifico di annunciare il Vangelo ai pagani, al mondo greco-romano. E nello stesso tempo Paolo ha imparato che, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, egli deve entrare nella comunione della Chiesa, deve farsi battezzare, deve vivere in sintonia con gli altri apostoli. Solo in questa comunione con tutti egli potrà essere un vero apostolo, come scrive esplicitamente nella prima Lettera ai Corinti: “Sia io che loro così predichiamo e così avete creduto” (15, 11). C’è solo un annuncio del Risorto, perché Cristo è uno solo.

Come si vede, in tutti questi passi Paolo non interpreta mai questo momento come un fatto di conversione. Perché? Ci sono tante ipotesi, ma per me il motivo è molto evidente. Questa svolta della sua vita, questa trasformazione di tutto il suo essere non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù. In questo senso non fu semplicemente una conversione, una maturazione del suo “io”, ma fu morte e risurrezione per lui stesso: morì una sua esistenza e un’altra nuova ne nacque con il Cristo Risorto. In nessun altro modo si può spiegare questo rinnovamento di Paolo. Tutte le analisi psicologiche non possono chiarire e risolvere il problema. Solo l’avvenimento, l’incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione. Questo incontro è un reale rinnovamento che ha cambiato tutti i suoi parametri. Adesso può dire che ciò che prima era per lui essenziale e fondamentale, è diventato per lui “spazzatura”; non è più “guadagno”, ma perdita, perché ormai conta solo la vita in Cristo.

Non dobbiamo tuttavia pensare che Paolo sia stato così chiuso in un avvenimento cieco. È vero il contrario, perché il Cristo Risorto è la luce della verità, la luce di Dio stesso. Questo ha allargato il suo cuore, lo ha reso aperto a tutti. In questo momento non ha perso quanto c’era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n’è riappropriato in modo nuovo. Nello stesso tempo, la sua ragione si è aperta alla saggezza dei pagani; essendosi aperto a Cristo con tutto il cuore, è divenuto capace di un dialogo ampio con tutti, è divenuto capace di farsi tutto a tutti. Così realmente poteva essere l’apostolo dei pagani.

Venendo ora a noi stessi, ci chiediamo che cosa vuol dire questo per noi? Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l’apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani. E così si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità. Quindi preghiamo il Signore perché ci illumini, perché ci doni nel nostro mondo l’incontro con la sua presenza: e così ci dia una fede vivace, un cuore aperto, una grande carità per tutti, capace di rinnovare il mondo.

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