San Marco evangelista (25/04/2018)

Riportiamo, dal meraviglioso sito www.gliscritti.it, un approfondimento sul rapporto tra il Vangelo di Marco e Roma.

Indice

 

 

 

 


Introduzione all’incontro di Andrea Lonardo

Benvenuti per questo terzo incontro che ci aiuterà a leggere il vangelo di Marco e, attraverso di esso, ad approfondire il tema “Gesù è il Signore”. Il programma di oggi prevede una introduzione di don Marco Valenti che servirà a spiegarci perché siamo qui, in questa basilica: ci parlerà di papa Marco, eletto nel 336, che ha vissuto il suo pontificato nel penultimo anno dell’impero di Costantino (che muore nel 337), e ci introdurrà alla tradizione che vuole che l’evangelista Marco abbia vissuto qui e qui abbia scritto il suo vangelo. Come sempre in questi nostri incontri non ci scandalizzeremo se questa notizia tradizionale si rivelerà incerta, perché a noi interessa non tanto individuare i luoghi precisi, quanto piuttosto, se questo non è possibile, renderci conto che i personaggi del Nuovo Testamento debbono essere passati comunque per le strade e le case di Roma.

Se è vera la notizia più importante che collega il vangelo di Marco alla città di Roma, confermata dai latinismi del suo vangelo che ci rimandano ad un ambiente legato alla cultura romana, l’autore del vangelo più antico deve comunque aver abitato in una casa romana, se non precisamente qui almeno in qualche altro luogo della città. E, abitando a Roma, avrà comunque passeggiato e parlato del vangelo nelle vie di questa città, forse proprio qui vicino.

Alla breve introduzione sulla basilica seguirà una introduzione al vangelo di Marco secondo lo schema dei fogli che vi sono stati distribuiti. Seguirà poi, come sempre, la visita: scenderemo tutti nella cripta per visitarla, mentre non potremo entrare negli scavi sotterranei della domus sottostante; saliremo poi sul presbiterio per vedere gli affreschi dell’abside, quindi ci concentreremo sulla parte barocca della chiesa, subito dopo ci sposteremo verso l’ingresso per vedere la parte rinascimentale. L’incontro si concluderà con la visita della Colonna Traiana.

Introduzione alla basilica di San Marco di Marco Valenti

Iniziamo con alcuni elementi che ci servono per spiegare l’ambientazione scelta per questo incontro. Noi siamo in una chiesa situata nella zona centrale di Roma, legata al nome di san Marco, vuoi l’evangelista, vuoi il papa del tempo di Costantino, oggi vicino Piazza Venezia, quindi con un legame simbolico che si è rafforzato nel tempo con questa città lagunare. Noi romani abbiamo dedicato a Venezia la piazza principale di Roma. C’è un legame allora con Venezia -vedremo perché; vedete già qui nell’affresco centrale dell’abside raffigurato san Marco che scrive il suo vangelo, avendo sullo sfondo Venezia. Soprattutto c’è un legame con il centro storico di Roma, con i suoi monumenti più importanti.

Dico questo perché noi ci troviamo in una chiesa che vediamo riadattata nel XVI-XVII secolo, ma, se si guarda con più attenzione, ci si accorge di elementi precedenti all’età barocca: guardate le bifore, che sono gotiche, guardate le navate laterali che hanno i costoloni che sono anch’essi gotici, guardate soprattutto questo splendido mosaico absidale che è di epoca carolingia. L’impatto è comunque con una chiesa barocca; qui a Roma siamo abituati a questo. Dobbiamo pensare che questa chiesa però è di epoca carolingia e con il tempo è stata abbellita, risistemata. L’attuale chiesa è allora un rifacimento della chiesa che a sua volta Papa Adriano I aveva risistemato, poiché la chiesa carolingia ha a sua volta le sue fondazioni che poggiano su di un luogo di culto del tempo di Costantino, eretto da Papa Marco, che utilizza a sua volta due muri probabilmente appartenenti ad una domus, una casa romana.

La tradizione vuole che in questa casa san Marco abbia predicato, se poi è proprio questa o un’altra, non è così importante. Nella zona centrale di Roma, la più ricca di monumenti, ad un passo dai Fori imperiali, confinante con i Septa Iulia, che erano sette portici dove venivano eletti i magistrati, vicino al Porticus Divorum, che Diocleziano aveva costruito per il padre che aveva divinizzato, sorge questa basilica di San Marco Evangelista costruita nel 336 da Papa Marco che è sepolto sotto l’altare. Vedete l’altare a sarcofago che contiene le reliquie di questo Papa.

Ne abbiamo la certezza perché, oltre a diverse testimonianze, abbiamo il Liber Pontificalis, un testo antichissimo che racconta la storia, la biografia, le opere dei papi, dall’inizio fino al Basso Medioevo. Questo testo ci dice che negli otto/nove mesi nei quali Papa Marco è stato vescovo di Roma –è l’immediato successore di papa Silvestro- egli ha costruito una basilica sull’Ardeatina che forse oggi è stata ritrovata dagli archeologi, dove aveva costruito la sua sepoltura e dove è stato effettivamente sepolto. Vedete in alto in uno degli affreschi della navata centrale la rappresentazione della traslazione delle sue spoglie che vengono portate qui.

Poi si dice nel Liber: Hic fecit basilicam iuxta Pallacinis. Quindi costruisce qui un luogo di culto, una chiesa. Come hanno dimostrato gli scavi degli anni ’40, la chiesa primitiva fu costruita e poi ricostruita una seconda volta, sempre sui resti degli edifici precedenti.

Perché queste continue risistemazioni dell’edificio? La basilica di San Marco si trova in una posizione infelice -è ora sotto il livello stradale, quindi potete immaginare l’umidità ed i problemi relativi. Proprio per effettuare dei lavori di bonifica dall’umidità, negli anni 1947-1949, il Genio Civile fece smantellare tutto il pavimento e gli studiosi poterono così rendersi conto che sotto c’era un altro pavimento con delle basi di colonne, quindi c’era una chiesa precedente. Hanno scavato ancora ed hanno trovato un’altra chiesa che utilizzava questi muri di una domus del II secolo, con dei mosaici. Si sono resi conto così che questa chiesa ha avuto una evoluzione.

La cosa interessante è che tre campagne di scavi condotte tra l’ottobre 1988 e il febbraio 1990 hanno permesso di delineare una nuova storia delle fasi di questa basilica. Tutti pensavano che le chiese preesistenti localizzate sotto a questa avessero lo stesso orientamento, però negli anni ’40 non erano riusciti a trovare né la facciata, né l’abside della chiesa primitiva. Negli anni ’80, soprattutto grazie al lavoro di Margherita Cecchelli, è stato possibile rendersi conto che l’orientamento della chiesa era stato spostato nei secoli di 180° rispetto a quello iniziale. Sotto l’atrio c’è, infatti, l’abside della primitiva chiesa, quella fatta erigere da san Marco Papa; la sua facciata guardava verso il Corso.

Secondo il Liber Pontificalis nel 792 Adriano I restaurò questa chiesa. Papa Adriano fece eseguire durante il suo pontificato molti restauri di chiese e acquedotti. È questo il primo rifacimento della chiesa. Nel IX secolo, probabilmente nell’833, papa Gregorio IV ristrutturò la chiesa rialzandola e cambiando orientamento per un motivo importante: fu allagata durante l’inondazione del 791, quando il Tevere invase la città all’altezza di ponte Milvio, invase tutta la via Lata, fino a giungere fin qui. Il centro di Roma fu allagato per una settimana intera. L’onda del Tevere entrò così in San Marco proprio dalla porta principale. Per questo probabilmente si decise di invertirne l’orientamento, perché una nuova inondazione trovasse sul suo percorso l’abside, piuttosto che l’apertura anteriore.

Come che stiano le cose, negli scavi compiuti negli anni ’80 è emerso che la primitiva abside si trovava sotto l’attuale atrio e, sempre durante questi scavi, è stato trovato un vicolo, il Vicus Pallacinus. Il Liber Pontificalis diceva appunto che Papa Marco aveva costruito la chiesa iuxta Pallacinis, ed è questa la zona pallacina.

Voi immaginate a destra della chiesa la via Lata, l’odierna via del Corso, che passava fiancheggiando questa domus sulla quale Papa Marco costruì la prima chiesa. C’erano già due pareti pronte, occorreva solo fare una nuova facciata e costruire l’abside. Gli scavi hanno messo in evidenza che questa abside va a finire su una strada; il primitivo semicerchio absidale poggia, infatti, su un basolato che è via Pallacina del tempo, cioè una traversa di via Lata. Insisto su questo particolare per dire che Papa Marco costruisce questa chiesa riadattando e utilizzando strutture preesistenti, ma per fare l’abside (in direzione opposta all’attuale) invade una strada. Questo significa che c’è stato bisogno di un intervento dell’autorità, delle magistrature della città. L’abuso edilizio è stato possibile perché Papa Marco ha avuto l’appoggio dell’imperatore. Occupare una strada per costruire un luogo di culto era possibile perché l’autorità pubblica era d’accordo, anzi incoraggiava e sosteneva il cristianesimo. Ci sono altri esempi a Roma di chiese che occupano spazi pubblici e questo era possibile solo con la collaborazione delle autorità costituite. È un segno che siamo già, appunto, in età costantiniana.

Introduzione al vangelo di Marco di Andrea Lonardo

Sintesi degli incontri precedenti

Immaginiamo questo luogo prima di Papa Marco come una casa, e immaginiamo san Marco che ha abitato qui con san Pietro. Come si è già detto all’inizio -e vale sempre nei casi in cui faremo riferimento a queste tradizioni non verificabili- è importante sottolineare che, per il nostro corso, non è fondamentale accertare che questo sia il luogo esatto. Quello che preme piuttosto è riconquistare la consapevolezza che Marco è stato a Roma e che quando noi leggiamo il suo vangelo, leggiamo quasi sicuramente un vangelo romano, leggiamo il vangelo di Gesù, ma in quella precisa forma scritta o almeno preparata in una casa della nostra città. Ricorderete che quando il vangelo di Marco è stato portato a tutti i romani, nel corso della missione cittadina in preparazione al Giubileo, la lettera introduttoria del Papa Giovanni Paolo II richiamava proprio questa origine romana tradizionale del vangelo di Marco.

È utile ricostruire l’itinerario svolto fin qui, nei primi due incontri, per capire la tappa odierna. Il primo itinerario teologico lo abbiamo svolto a Santa Prisca, dove abbiamo visto come “la Chiesa è madre”, cioè come la fede che abbiamo ci è stata donata da duemila anni di generazioni che l’hanno trasmessa. Noi crediamo perché una serie ininterrotta di preti, laici, famiglie, papi, suore, monaci, diaconi, martiri, ha tramandata di generazione in generazione la fede cristiana. Noi siamo generati dalla Chiesa madre che nasce da Cristo e dagli apostoli. Potremmo tracciare una linea retta che da Pietro e dal Collegio apostolico arriva fino a noi e ai bambini ai quali noi doniamo a nostra volta la fede e i sacramenti. Gli Atti degli Apostoli e le figure di Aquila e Priscilla ci hanno ricordato questo.

Successivamente abbiamo visto, visitando la chiesa di Santa Maria in Ara Coeli “il primato di Dio”. La Chiesa è madre perché ci rimanda continuamente a riconoscere che in Dio noi troviamo ogni bene, ogni pace, ogni felicità. Ieri il Papa Benedetto XVI ha pubblicato la sua seconda enciclica, la Spe Salvi. Il Papa richiama una realtà di una essenzialità straordinaria, sulla quale si incentra tutta l’enciclica: l’uomo trova speranza solo in Dio, la speranza ha un nome che è il nome di Dio. Perché se Dio non esiste, se l’unica realtà è la natura, se l’unica speranza è nel progresso o nella politica, allora, nonostante ogni lodevole sforzo, tutto finirà nel nulla; facciamo nascere dei bambini che moriranno e tutto sarà dimenticato. La speranza porta il nome di Dio e non possiamo sostituire a quel nome nessun’altra speranza immanente, terrena, storica, naturalistica, perché solo in Dio ha senso tutto ciò che l’uomo fa. In questa riflessione sul primato di Dio ci siamo lasciati guidare in cima al Colle Capitolino dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani.

Dopo queste riflessioni dei primi due incontri, il terzo tema che affronteremo oggi è il riconoscimento che il vero volto di Dio noi lo troviamo in Gesù. Che cos’è il vangelo? Che cos’è il vangelo di Marco? Cosa dice essenzialmente l’esistenza stessa del testo evangelico? Dice che questo Dio di cui l’uomo ha bisogno è possibile trovarlo, incontrarlo, dentro la storia di Gesù. Conoscendo Gesù noi incontriamo Dio. Non è un Dio che sta chissà dove, ma è presente, ama e salva nella persona di Gesù. È il tema che quest’anno è stato scelto dalla nostra Diocesi nel suo programma pastorale: “Gesù è il Signore”.

Oltre ai temi teologici che ho sintetizzato abbiamo cominciato a familiarizzarci con le date importanti per la storia del cristianesimo in Roma. Il primo dato storico certo –ricorderete- è che nel 49 d.C. l’imperatore Claudio caccia gli Ebrei da Roma perché il cristianesimo fa già tanto scalpore che nelle sinagoghe si litiga a motivo del vangelo; tra gli Ebrei espulsi ci sono Aquila e Priscilla.

Il secondo dato storico lo abbiamo individuato tra il 57 e il 58 quando san Paolo scrive la Lettera ai Romani, probabilmente da Corinto. La terza data certa è quella che riguarda l’arrivo di Paolo a Roma, tra il 59 e il 60; secondo gli Atti degli Apostoli Paolo giunge nell’Urbe accompagnato dall’autore stesso degli Atti, cioè insieme a Luca.

Prima del 70: Marco e Pietro

Oggi aggiungiamo altre date che sarà utile ricordare. Il 64 d.C. è l’anno della prima persecuzione dei cristiani fatta per mano imperiale, ad opera di Nerone, nella quale moriranno coloro che sono detti i Protomartiri romani e, fra questi, Pietro e probabilmente Paolo. Marco è legato alla figura di Pietro ed è stato a Roma probabilmente negli anni fra il 60 e il 64. Nella prima lettera di Pietro che leggeremo la prossima volta nella chiesa di San Pietro in Vincoli, si dice proprio di Marco che è presente insieme a Pietro a Babilonia, che è il nome con il quale, in questa lettera di Pietro, si designa Roma.

L’ultima data importante per l’incontro di oggi è l’anno 70, l’anno in cui Gerusalemme viene distrutta dai Romani, ad opera di Tito che conclude la I guerra giudaica durante l’impero del padre Vespasiano: è l’anno nel quale Tito distrugge il Tempio. Il vangelo di Marco è stato sicuramente scritto prima dell’anno 70. Egli ricorda la profezia che Gesù ha fatto della fine del Tempio (Mc 13,1-2):

Mentre usciva dal tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta».

Marco però non aggiunge alcun commento a questo come di un fatto realizzatosi, come invece fa, per esempio, Lc 19,43:

Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte.

Da questo gli esegeti deducono che all’epoca della composizione del vangelo di Marco Gerusalemme non fosse ancora stata distrutta. Il vangelo è così anteriore all’anno 70 e successivo alla venuta di Pietro a Roma; si indica generalmente una data intorno all’anno 68 d.C.

Il 70, anno è l’anno nel quale si verifica questo importantissimo evento, la distruzione del Tempio, a seguito del quale l’ebraismo si modifica radicalmente. Non si faranno più sacrifici di animali perché non ci sarà più il Tempio. È l’inizio di quello che viene chiamato il giudaismo. Al Tempio si andrà solo per “piangere” la sua distruzione; ricorderete l’espressione “Muro del Pianto”, il muro di fondazione del Tempio, vicino al quale ci si reca a ricordare questo drammatico evento. Dopo la fondazione dello Stato d’Israele si preferisce chiamarlo, invece, “Muro occidentale”.

È costante, in tutti i documenti antichi, il legame tra Marco e Pietro. È interessante perché Marco non è un personaggio importante; secondo la tradizione non ha conosciuto direttamente Gesù. Attribuire un vangelo a Marco fa pensare che questo sia il vero nome dell’autore, anche se i vangeli non riportano mai il nome di chi li ha scritti, perché non ci sarebbe stato nessun motivo di inventarselo, visto appunto che non si tratta di un nome importante.

Un personaggio di nome Marco, detto anche Giovanni, è citato in alcuni passaggi del Nuovo Testamento[1].

Il testo più antico che parla del vangelo di Marco è un frammento di Papia, vescovo di Gerapoli in Asia Minore, del 130 d.C., in cui si dice:

Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse senza un ordine, ma con esattezza, ciò che ricordava delle cose dette e fatte da Gesù. Egli non aveva udito il Signore, né l’aveva seguito, più tardi seguì Pietro.

Questa affermazione è concorde in tutti i Padri della Chiesa: leggendo il vangelo di Marco noi risaliamo alla predicazione di Pietro. Marco è legato, sempre secondo la tradizione, a due luoghi: Roma ed Alessandria d’Egitto si contendono la sua presenza.

Veniamo al testo stesso. Noi sappiamo che i destinatari del vangelo di Marco sono sicuramente pagani. È evidente se leggiamo, per esempio, Mc 7,3-4:

I farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame.

Marco spiega le usanze dei farisei a persone che non sanno cos’è l’ebraismo, che non hanno idea di cosa facciano gli ebrei. Marco spiega in cosa Gesù si differenzia dall’ebraismo. I cristiani non si lavano più le mani, non ritengono più cose come queste impure. C’è un altro testo veramente bello che dice (Mc 7,18-19):

E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?». Dichiarava così mondi tutti gli alimenti.

È il cuore che rende impuro l’uomo, non ciò che l’uomo mangia. È bello ricordarlo sempre: noi cristiani possiamo mangiare e bere tutto, non c’è nessun cibo che ci è vietato come accade in altre religioni, proprio perché Gesù ha annunziato che è dal cuore che viene il male. La cattiveria nasce dal peccato che è dentro di noi. Per guarire la cattiveria l’uomo deve trovare Dio, deve trovare la conversione del cuore. Il cristianesimo è l’unica religione nella quale non ci sono alimenti o bevande proibite in assoluto, perché questo contrasterebbe con l’affermazione che Dio creatore ha fatto tutto come cosa buona.

Nel vangelo di Marco troviamo dei latinismi, alcuni sono comuni agli altri vangeli, ma altri sono propri. Ci fanno capire che Marco frequentava il mondo latino; secondo molti studiosi è questo l’indizio decisivo del fatto che Marco è stato veramente a Roma.

Nei fogli che sono stati distribuiti potete vedere tutti i latinismi, quelli comuni agli altri vangeli e quelli propri di Marco. Gli studiosi sottolineano in particolare l’evidente latinismo dell’espressione hikanon poiein (letteralmente “dare soddisfazione”) che non esiste in greco. Per chi non conosce bene il greco è evidente l’esempio di kodrantes, che vuol dire spicciolo, in latino quadrante, che è la moneta che la vedova mette nel tesoro del Tempio; il testo greco dice che la donna possiede solo un “quadrante”, ed utilizza così una parola latina. Marco non utilizza il termine di una moneta ebraica o greca; l’unica moneta che la vedova che non ha nulla dona per onorare Dio è una moneta romana. È probabile che Marco scrivendo a dei Romani, a delle persone di ambiente italico, usasse parole che i Romani conoscevano bene.

Il vangelo di Marco

Marco ha inventato il genere letterario “vangelo”. Prima di lui non esisteva alcun vangelo come stesura continuata della vita di Gesù: Marco ha avuto l’intuizione che bisognasse scrivere la storia di Gesù. Marco è il vangelo più antico; sappiamo con certezza, infatti, attraverso i moderni studi storico-critici, che Marco è il primo evangelista.

Il fatto che presto –siamo prima del 70- si arrivi a scrivere un vangelo ci fa capire subito cosa è il cristianesimo. Marco ha ricevuto l’annunzio che il cristianesimo è la storia di Gesù e decide di metterla per iscritto. Se si vuole raccontare ad un’altra persona cosa vuol dire essere cristiani, bisogna raccontare la vita di Gesù. Marco non fa un trattato filosofico, non scrive un romanzo, ma incentra tutto su questa storia. L’essenza del cristianesimo è Gesù stesso; noi cristiani non crediamo semplicemente in Dio, ma crediamo che Gesù è il Cristo, il Signore. Marco capisce che intorno a questa affermazione si radica e si sviluppa tutta la fede.

All’epoca esistevano romanzi, biografie, trattati filosofici, libri storici. Marco non si rifà a nessuno di questi generi letterari, sebbene autori moderni sostengano con buone ragioni che il vangelo conserva dei tratti delle cosiddette “vite”, in greco bioi, di uomini illustri. Il vangelo è l’unico libro che, raccontandoci la storia di una persona, Gesù, ci dice al contempo che bisogna seguirlo per avere la salvezza, la vita, la felicità: tutte queste cose si raggiungono solo nel diventare suoi discepoli. Il vangelo nella sua forma scritta è così un’invenzione di Marco, ma egli mette per iscritto quella che è la fede degli apostoli che annunciavano fin dall’inizio che solo in Gesù, nella sua persona, si trova la salvezza.

L’inizio del vangelo di Marco, il primo versetto, è importantissimo (Mc 1,1):

Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Qui abbiamo un genitivo epesegetico. Cerco di spiegare cosa vuol dire questo. Quando diciamo vangelo di Gesù, bisogna capire cosa vuol dire questo genitivo: “di Gesù”.

La prima possibilità grammaticale è che si tratti di un genitivo soggettivo; per esempio “l’amore di Dio”, può voler dire che il soggetto di questo amore è Dio. L’ “amore di Dio” vuol dire, in questo caso, che Dio mi ama, ed io credo nell’amore di Dio, credo cioè che Dio mi vuole bene.

La seconda possibilità grammaticale è che si tratti di un genitivo oggettivo, cioè che il genitivo indichi l’oggetto dell’azione; l’ “amore di Dio”, vuol dire in questo caso che io amo Dio, che è importante amare Dio. In questo caso parlare dell’ “amore di Dio” vuole dire che qui si sta trattando dell’amore che si rivolge all’oggetto espresso in forma genitivale, si sta parlando cioè dell’amore verso Dio.

Esiste poi il genitivo epesegetico in cui c’è un’identità dei due termini: il primo precisa l’identità del secondo. Ed è questo il caso –dicono gli esegeti- del vangelo di Marco: ”Inizio del vangelo che è Gesù Cristo”. Possiamo capirlo più facilmente con un esempio: pensate a quando in una famiglia si aspetta la nascita di un bambino e i genitori hanno deciso che quel bambino si chiamerà Andrea. Allora tutti i parenti sono in attesa, improvvisamente squilla il telefono e ti dicono: “Ti do la buona notizia di Andrea”. Vuol dire che Andrea è lui stesso la buona notizia, è nato finalmente Andrea!

Marco ci dice: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”. Cosa ci racconta? Che il vangelo, la grande notizia, la speranza, il cambiamento della vita, la libertà dal male, dalla schiavitù del peccato, il senso di quello che facciamo è Gesù, la sua vita, la sua persona. Già in questo versetto si descrive tutto ciò che si svilupperà poi nel corso del testo. Il vangelo sarà tutto uno sviluppo di questo fatto semplicissimo; la grande notizia, la grande novità, la cosa che cambia lo sguardo sul mondo è questa persona. L’uomo aveva bisogno di Dio, perché senza Dio non c’è speranza, senza Dio l’uomo non sa a cosa serva vivere. Il vangelo è che ora in Gesù Cristo, nella sua persona e nella sua vita, tutto ci è donato. È lui in persona il vangelo, la notizia nuova e bella e lieta.

Nell’enciclica Spe salvi il papa dice: “Solamente una grande meta rende sensata la fatica del cammino”. Io posso camminare, accettare la fatica della vita, per qualcosa per cui vale la pena faticare. Marco ci dice con il suo vangelo –rifacendosi a tutta la predicazione orale di Pietro e degli altri apostoli che a loro volta riferiscono quello che Gesù è stato ed ha annunziato- che Gesù è il lieto annunzio per la vita degli uomini.

La prima parte del vangelo di Marco

Possiamo dividere il vangelo di Marco in tre grandi blocchi e possiamo, per orientarci, indicare tre grandi questioni che le tre parti affrontano. Il primo blocco affronta la domanda: “Chi è Gesù?”. Il secondo si chiede: “Come si fa a seguirlo?”. Il terzo ci porta a questo grande problema: “È impossibile in realtà seguire Cristo con le sole forze umane; solamente la morte e la resurrezione di Gesù ci aprono la strada”.

La prima parte del vangelo di Marco va dall’inizio fino a Mc 8,27-30. Quest’ultima pericope consiste nei versetti nei quali Gesù domanda: “Voi chi dite che io sia?”. In tutto sono otto capitoli nei quali qualsiasi cosa succeda, qualsiasi cosa Gesù dica, si giunge sempre ad una domanda fatta dai differenti interlocutori -i diavoli, gli uomini, gli apostoli- finché è Gesù stesso a porla: “Chi è costui?”. Chi è quest’uomo che può rimettere i peccati? Chi è quest’uomo che seda la tempesta? Chi è quest’uomo che guarisce il paralitico? Perché dice delle cose che nessuno ha mai detto?

I primi otto capitoli ci fanno capire che la grande domanda è “Chi è Gesù?”. Capiamo subito che qui è in gioco un primo aspetto fondamentale della fede, quello che potremmo chiamare il contenuto della fede -in latino, a partire dal medioevo, si utilizza l’espressione fides quae creditur, cioè la fede che io credo.

La fede cioè non consiste semplicemente nel dire che si crede, ma piuttosto nel dire che cosa si crede. Non è qui sufficiente dire “Io credo”, ma è necessario dire “Io credo che Gesù è il Signore”. Dopo la parola “credo”, devo mettere qualcos’altro, altrimenti non so a chi credo, sono un uomo che, pur dicendo di credere, vaga nelle tenebre perché non sa chi è colui a cui crede, sono cioè un cieco che guida altri ciechi. Per avere la luce bisogna sapere chi si sta seguendo.

Un immagine chiarissima che mi piace utilizzare per mostrarvi cosa questo vuol dire lo possiamo trarre dall’esperienza dell’amore. Quando una ragazza dice: “Io mi fido di questo ragazzo, perché lo amo”, ma questo ragazzo è inaffidabile, sbaglia a fidarsi di lui! Ci sono donne che amano solo uomini inaffidabili. Più sono traditori, meno hanno voglia di lavorare e più piacciono. Poi, deluse, concludono che “tutti gli uomini sono mentitori e scansafatiche”. In realtà il problema è loro. Prima di fidarsi di qualcuno lo si deve conoscere, non ci si può sposare con qualcuno che è inaffidabile. Mettere la propria vita nelle mani dell’altro dipende necessariamente dal fatto che quell’uomo sia affidabile. Io mi fido, ti conosco, so chi sei, per questo dico che ti amo e mi metto nelle tue braccia.

Questo è ancora più vero per Dio. Io non posso dire: “Io credo, sia fatta la sua volontà”, se io non so che Dio è affidabile. Per questo noi dobbiamo sapere chi è Dio per fidarci di Lui. Come l’amore, la fede sarebbe altrimenti cieca, pazza, sarebbe follia. L’amore di Dio passa dal fatto che Dio si è rivelato, ci ha amato.

Marco ci mostra così l’importanza della questione dell’identità di Gesù. Vuole farci comprendere che per seguirlo, bisogna avere ben chiaro chi è e perché lo seguiamo. Nei primi otto capitoli leggiamo di questo travaglio per cui gli apostoli camminando per la Galilea o in Samaria, continuano a porsi questa domanda: “Ma chi è quest’uomo? Noi lo stiamo seguendo; ma stiamo facendo bene? Perché lo seguiamo, perché ci conquista, perché le sue parole sono straordinarie? Perché perdona? Solo Dio perdona, perché questo Gesù perdona? Come fa a perdonare? Come fa a guarire? Come fa a dire che il Regno è vicino se la storia sta andando avanti come sempre? Perché lui è il Regno?”

Ad un certo punto, in Marco, alle domande seguono anche le risposte: le domande non restano irrisolte. In particolare ci sono tre parole enormi, che dicono la risposta che il vangelo di Marco ci dà. La prima affermazione segna proprio il culmine di questa prima parte, in Mc 8, 27-30, la seconda e la terza sono già nella seconda parte nella quale si parla della sequela, di modo che la prima e la seconda parte del vangelo si intrecciano insieme.

La prima risposta alla domanda chi sia Gesù è questa: “Tu sei il Cristo”. Sarà pronunciata da Pietro in Mc 8,27-30 –ma già l’abbiamo vista nel primo versetto del vangelo. Cosa vuol dire “il Cristo”? Gesù Cristo non sono nome e cognome di questa persona, ma Cristo dal greco χριστὸς, christòs, che significa letteralmente “unto”, è la traduzione greca della parola ebraica mashìach, messia. Pietro riconosce che quel Gesù, quell’uomo che gli sta dinanzi, è realmente l’ “atteso” di Israele. Israele ha atteso un Salvatore e ora costui è presente, è finalmente giunto.

In Israele ci sono delle comunità ebraiche cristiane nelle quali si celebra la messa in ebraico. Sono composte da ebrei che hanno riconosciuto che in Gesù è arrivato il Messia di Israele, si sono battezzati e sono divenuti cattolici. Quando ho abitato in Israele per studi, ogni tanto celebravo la messa per loro ed in ogni liturgia mi colpiva quell’espressione a noi così abituale ed invece così parlante in quel contesto: “Te lo chiediamo per mezzo di Gesù Cristo”. Nella messa in ebraico questa espressione suona precisamente “derek yeshuah hammashiach”, cioè “per mezzo di Gesù che è il Messia”. Pensate cosa vuol dire per un ebreo che attende da secoli il Messia -da secoli lo hanno atteso suo padre, i suoi nonni, i suoi bisnonni e così via- arrivare a dire: “È lui, è arrivato!”.

Ma la fede ci fa capire che questa attesa non è stata solo l’attesa di Israele, è stata anche l’attesa del mondo. Gesù è veramente Colui che l’umanità attende. Dire che Gesù è il Messia è proprio dire la scoperta che questa attesa, che fin lì si era sempre arrestata come di fronte ad un muro senza spiragli, si è ora conclusa. Noi sappiamo che l’uomo attende sempre qualcosa, poiché niente di ciò che esiste lo soddisfa pienamente, fino a quando arriva a comprendere che è il Cristo quello che cerca, è Lui lo sposo che manca, è Lui l’atteso, il Messia, colui che manca al suo cuore. E questo atteso è Gesù. Questa è la professione di fede di Pietro.

Se io sono sempre in ansia, se non ho speranza, non ho pace, sono depresso, quello che mi manca è Lui. Mi manca il senso della vita. Io non sono depresso perché mi hanno criticato, perché mi è andato male il lavoro -certo queste cose mi fanno male e sono problemi che devo affrontare- ma quello che radicalmente mi manca è il senso di quello che faccio, il perché della mia fatica, della mia vita. Marco ci ricorda che quel senso della vita si trova in quella persona. Pietro, dicendo “Tu sei il Cristo”, afferma questo.

La seconda grande risposta del vangelo di Marco alla domanda chi sia Gesù viene solo un versetto dopo, in Mc 8, 31. Questa volta è Gesù stesso a pronunciarla ed a dire di sé che è “il Figlio dell’Uomo”. Questa è l’espressione che Gesù userà continuamente nel vangelo, spesso alla terza persona singolare: “Il Figlio dell’uomo dovrà soffrire”, “Quando il Figlio dell’Uomo tornerà”, ecc. Il Figlio dell’Uomo è Lui stesso.

Questa espressione Gesù la riprende dal profeta Daniele. Tutti i moderni studi storici riconoscono, fra l’altro, come indubitabile che qui si sia dinanzi ad una espressione che Gesù sicuramente ha utilizzato, uno di quei punti certi del modo con cui Gesù amava auto-definirsi. Daniele aveva raccontato che sarebbe venuto dall’Antico di giorni, cioè da Dio stesso, un Figlio dell’Uomo, che sarebbe disceso sulle nubi del cielo (Dn 7, 13).

Gesù comincia a dire che colui che viene dal cielo, da Dio, da queste nubi, dalla presenza stessa di Dio, dovrà soffrire e morire e offrirà la sua vita per il perdono dei peccati. La seconda grande realtà che il vangelo di Marco annunzia è che veramente Gesù è colui che viene da Dio, proprio come aveva profetizzato Daniele. Gesù si riconosce in quelle parole, afferma che la sua venuta è il compimento di quell’annunzio. Ma vi inserisce subito una grandissima novità. Mentre in Daniele questo Figlio dell’Uomo sarebbe disceso da Dio come trionfatore, Gesù comincia subito a spiegare che egli viene da Dio per perdere se stesso, per morire sulla croce. È il mistero del crocifisso. Colui che viene da Dio, colui che realmente viene da queste nubi, colui che realmente è il Signore glorioso, è anche colui che paga soffrendo per tutti gli uomini sulla croce. E gli apostoli, da subito, cominciano ad aver paura di questo. Gesù parla di se stesso come di colui che realizza la profezia di Daniele ed, insieme, quelle dei canti del servo sofferente.

Pochi versetti dopo troviamo la terza affermazione sull’identità di Gesù nel vangelo di Marco. Questa volta è il Padre stesso a pronunciarla, nel contesto della Trasfigurazione: “Questi è il mio Figlio prediletto” (Mc 9,7). Gesù è il Figlio: questa è la terza grande affermazione del vangelo, già presente in Mc 1,1 ed anche nell’episodio del battesimo.

Non è, però, solo il Padre ad indicarlo come Figlio. È Gesù stesso che continuamente parla di se stesso come colui che conosce il Padre e che nel nome del Padre opera e parla e compie tutto ciò che viene raccontato nel vangelo.

In Marco l’episodio nel quale questo viene affermato più chiaramente è nella predicazione di Gesù a Gerusalemme, quando, entrato nel Tempio, racconta la parabola degli inviati della vigna (Mc 12,1-12). Parla di questa vigna, che è Israele, che è il popolo, che è il mondo. Dio ha affidata tutto ai vignaioli, perché fosse una vigna carica di buoni frutti. Dio chiede i frutti, poiché questa vigna non è fatta per morirci dentro, ma perché da essa tutti potessero ricavare il vino, potessero gioirne, perché era loro data la vita. E manda degli operai a chiedere questi frutti, ma uno viene bastonato, uno viene picchiato, altri vengono uccisi. Gesù dice allora, in Mc 12,6-8:

Aveva ancora uno, il figlio prediletto: lo inviò loro per ultimo, dicendo: Avranno rispetto per mio figlio! Ma quei vignaioli dissero tra di loro: Questi è l’erede; su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra. E afferratolo, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Che cosa farà dunque il padrone della vigna?

Gesù non sta raccontando una storiella. Gli ascoltatori sentono del padrone che aveva ancora un’ultima possibilità, aveva un “unico” che gli era rimasto, aveva ancora il suo figlio prediletto. Egli è l’ultimo inviato per convincere il cuore di quelli che abitavano nella vigna: mandò allora il figlio. Non è una fiaba che inizia con “C’era una volta”! Gesù sta dicendo che questo figlio è lui, che lui è veramente l’ultimo l’inviato di Dio, che è il figlio del padrone della vigna, che è veramente il figlio prediletto.

Nella Bibbia l’espressione “il figlio prediletto” viene usata anche per Isacco: il figlio prediletto è quel figlio che Abramo ha ricevuto dopo averlo atteso per infiniti giorni e che gli viene chiesto di sacrificare. Dio gli dice:

Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò (Gen 22,2).

Gesù è questo figlio, è l’unico figlio di Dio, il figlio che Dio ama, il figlio prediletto. Non è uno dei tanti servi, dei tanti profeti, che Dio ha inviato. Egli è di una qualità diversa. E Gesù nel vangelo di Marco è chiaramente “il Figlio”, colui che è stato mandato dal Padre, che dice le parole del Padre, che porta il perdono del Padre al mondo.

La seconda parte del vangelo di Marco

Dopo Mc 8,27-30, nella seconda parte del vangelo ci si comincia a domandare: ma come si fa ad essere cristiani? Nei primi otto capitoli del vangelo di Marco non si spiega ancora come debbano vivere i discepoli, perché ancora non è stato detto che Gesù è il Messia, che Gesù è il Figlio dell’Uomo che deve morire e che è il Figlio. Quello è il cuore del discepolato, l’amore e la conoscenza di quel Gesù. Certo alcuni demoni cominciano a dire chi è Gesù nella prima parte di Marco, ma per tutti gli altri questo non è ancora evidente, anzi è la grande questione.

Dopo Mc 8,27-30 Gesù comincia a parlare della sua passione: “Il Figlio dell’Uomo dovrà molto soffrire”. E subito aggiungerà: “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà” (Mc 8,35). Parla della sua passione, ma comincia parlare della vita dei discepoli. Nella Trasfigurazione Dio, oltre ad annunciare che Gesù è il Figlio prediletto, aggiungerà il comando: “Ascoltatelo!” (Mc 9,7). Nuovamente entra in gioco la sequela, questa volta per la voce stessa di Dio.

Gesù, insomma, comincia a spiegare cosa voglia dire camminare con Lui. La domanda degli apostoli comincia ad essere questa: “Ma noi come facciamo a seguirti? Come è possibile camminare con te?”. Per utilizzare la terminologia medioevale, molto pregnante, alla quale abbiamo già accennato, potremmo dire che qui si tratta della fides qua creditur, cioè della fede con la quale si crede, della fede che chiede un abbandono alla volontà del Signore. Credere vuol dire certamente credere che Gesù è il Cristo, che è il Figlio, che è il Figlio dell’Uomo, ma credere è, allora, anche seguirlo e camminare con Lui.

Nei capitoli successivi si trovano così gli insegnamenti di Gesù sulla vita cristiana. Si ripete il grande tema del perdere la vita. Lo troviamo nell’episodio della domanda dei figli di Zebedeo:

E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» (Mc 10,35-37).

Domanda alla quale Gesù risponde annunziando di essere venuto per servire:

Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,42-45).

C’è una sola via per avere la vera autorità. La vera via è quella di porsi a servizio di tutti quanti.

Un altro tema che emerge, fra le caratteristiche della sequela, è quello dell’indissolubilità del matrimonio. Solo dopo averci detto che Gesù è il Signore, solo allora, quando questo è chiaro, viene detto che il matrimonio è indissolubile. In Mc 10,7-9 Gesù dice:

L’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto.

Anche questa esigenza è espressione di quel “perdere la vita”, tipico dell’ascolto del Signore e della sua sequela. La Mishnah ci informa che nell’ebraismo dell’epoca era vivo il dibattito sul matrimonio. Troviamo, infatti, due rabbini contemporanei di Gesù che ne discutevano. R.Shammai, più rigorista, affermava che la donna poteva essere mandata via solo se colta in flagrante adulterio. R.Hillel, più lassista, ammetteva il ripudio per cause molto più banali. Era sufficiente che la donna cucinasse male (nella Mishnah si fa riferimento all’arrosto bruciato) per concludere che non era capace di aiutare la famiglia e quindi poteva essere mandata via dal marito. Gesù, evidentemente a conoscenza di queste discussioni, assume un punto di vista totalmente diverso, richiamandosi al disegno originario di Dio che, nel creare, aveva voluto che l’amore fosse per sempre.

In questo brano, fra l’altro, un piccolo particolare ci aiuta a capire come il vangelo di Marco sia quasi sicuramente romano. Marco, infatti, è l’unico dei sinottici nel quale non si parla solo dell’uomo che può ripudiare la moglie, ma anche della possibilità contraria. Nel mondo ebraico era solamente l’uomo a poter divorziare, con i diversi motivi che abbiamo visto. Marco aggiunge, invece, anche: “Se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10,12). Solo nel diritto romano erano previsti casi in cui era la donna a poter divorziare dal marito; l’ambientazione di Marco si presenta così, ulteriormente, latina.

Non è possibile entrare qui nella discussione che il tema del matrimonio e del divorzio meriterebbe. Mi interessava solo sottolineare che è affrontato proprio nel contesto del cammino della sequela e della croce e non prima. Leggendo di seguito il vangelo di Marco, potrete voi stessi notare tutte le altre esigenze del discepolato di Gesù che si susseguono dopo il capitolo ottavo. Sono tutte nell’ottica della sequela che giunge fino alla croce.

L’umanità di Gesù nel vangelo di Marco

Mentre Marco ci racconta chi è il Cristo e quali siano le condizioni della sequela, non trascura, però, di sottolineare che questo Cristo, questo Figlio dell’Uomo, questo Figlio è, allo stesso tempo, veramente e profondamente uomo. In queste due parti del vangelo di Marco di cui abbiamo parlato, un tratto bellissimo è che proprio questo Gesù è, insieme, profondamente uomo.
Ci sono dei tratti che Marco, unico fra i vangeli, ci ricorda –fra l’altro, questi tratti ci riconciliano anche con tanti aspetti della nostra vita!

Ve ne sottolineo quattro, ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo.
In Mc 4,38, nell’episodio della tempesta sedata, si dice che Gesù “se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva”. Il cuscino è un particolare ricordato solo da Marco. Quando noi dormiamo non stiamo perdendo tempo, ma stiamo facendo ciò che ha fatto il Figlio di Dio! Marco ci insegna che anche il dormire è così bello, se può essere riempito di Dio. Gesù, infatti, ha dormito. C’era la tempesta, c’era confusione perché gli altri erano agitati per la situazione… e Gesù dormiva. Pensate quanto a volte nelle nostre famiglie abbiamo problemi, drammi, cose da affrontare e ci sentiamo in colpa se non riusciamo a fare tutto. Gesù tranquillamente, durante la tempesta, dormiva e dormiva con la testa su un cuscino. Non è indegno del Dio fatto uomo dormire, non è indegno del cristiano dormire perché questo Gesù è veramente uomo.

Un secondo tratto che sottolinea l’umanità di Gesù è ciò che Marco ci dice sul suo lavoro. Gesù era tekton, cioè carpentiere (Mc 6,3 Non è costui il carpentiere”). Marco è l’unico vangelo che afferma esplicitamente che Gesù ha lavorato con le proprie mani. Mentre gli altri evangelisti ci dicono che Giuseppe era tekton e che Gesù era “il figlio del carpentiere”, dal vangelo di Marco apprendiamo che anche Gesù stesso ha adoperato le mani per costruire delle cose (riconosciamo questo termine nel nostro “architetto”, archi-tekton).

Mio fratello Giovanni che è liutaio e falegname, sostiene che un uomo che non lavora con le proprie mani non è un vero uomo. Una persona che non fa qualcosa di concreto è uno spiritualoide che non sa cosa sia la vita. È una non troppo velata critica che fa anche a me, perché talvolta i preti si occupano solo di cose astratte e non fanno in genere lavori manuali! Al di là di queste battute, Gesù realmente ha vissuto il lavoro, ha lavorato probabilmente per lunghi anni. Non è indegno di Dio che noi lavoriamo. Qualche settimana fa ero in Puglia e ho incontrato una signora anziana che mi raccontava una bellissima espressione popolare: “Il lavoro è il monte dell’adorazione di Dio”, cioè “Chi lavora con le sue mani sta adorando il Signore”.

Un altro passo del vangelo di Marco che ci aiuta a comprendere la profonda realtà dell’umanità di Gesù è Mc 8,12:

Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione».

Gesù è seccato, non riesce a capire perché non credono; è colpito dall’incredulità perché le persone continuano a chiedere un segno dal quale far dipendere la loro fede in lui. “Trarre un profondo sospiro” vuol dire sbuffare, manifestare il proprio disappunto non con odio, ma facendo capire all’altro che la deve smettere, che deve cambiare atteggiamento, che è il momento di una svolta. Gesù, proprio lui che è Figlio e Messia, è al contempo talmente uomo da esprimere la sua parola di giudizio e di salvezza, traendo profondi sospiri, sbuffando.

L’ultima sottolineatura tipicamente marciana che voglio presentarvi, fra le tante che mostrano la piena umanità del Cristo, la troviamo in Mc 10,21. Marco è l’unico evangelista che, raccontando del famoso incontro con l’uomo che ha osservato tutti i comandamenti e al quale Gesù chiede di lasciare tutto e seguirlo, usa questa espressione: “Allora Gesù, fissatolo, lo amò”.

Marco ricorda che questo dialogo tra Gesù e quest’uomo è passato tramite lo sguardo. Gesù lo guardò negli occhi, lo fissò, mise i suoi occhi in quelli dell’altro, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Pensate quando un padre parla con un figlio, una donna con il fidanzato, e lo guarda negli occhi; pensate a questo dire delle cose non solo attraverso le parole, ma anche attraverso degli sguardi che si incontrano.

Gesù in Marco è così profondamente uomo, ma, insieme, è colui che viene da Dio. È realmente il Cristo, il Figlio, il Figlio dell’Uomo, ma è anche totalmente uomo. In Gesù –ed in Marco che ce ne parla- la compresenza di questi due aspetti non è impossibile;per la prima volta nella storia dell’uomo, stanno insieme.

La terza parte del vangelo di Marco

La terza e ultima parte del vangelo di Marco ci racconta il processo, la morte e la resurrezione. Qui troviamo un episodio, caratteristico di Marco, che possiamo prendere ad emblema di questa terza parte. Siamo nell’orto del Getsemani quando, mentre gli apostoli scappano al sopraggiungere di Giuda con le guardie, l’ultimo ad allontanarsi è un fanciullo avvolto solo da un lenzuolo. Questo lenzuolo gli viene tolto ed anche lui fugge via nudo.

Un recente studio[2] dice che in questo fanciullo siamo rappresentati tutti noi; perché, in realtà, nessuno di noi riesce veramente a seguire Gesù. Quando Gesù ci dice che è arrivato il momento di morire, il momento in cui non si parla più solamente del dare la vita, ma la si deve dare veramente, quando si tratta di morire per amore di Dio, di avere una fiducia ed un amore che arrivano fino alla croce, tutti tagliano la corda, si fanno togliere anche l’ultima cosa che hanno indosso, ma scappano via, abbandonando Gesù. Gesù sulla croce e noi da un’altra parte; noi sulla croce non ci andiamo, non ce la facciamo.

Il vangelo di Marco fa capire che la sequela è apparentemente impossibile; nessun uomo riesce da solo a fidarsi talmente di Cristo da seguirlo.

La passione comincia con Giuda e con il Sinedrio; si decide di uccidere Gesù, ma si decide di non farlo subito, di aspettare che sia solo, di scegliere con furbizia il momento propizio:

Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo» (Mc 14,1-2).

C’è qui un male che è un male studiato, pensato, preparato. Se rapportiamo questo alla nostra vita ci rendiamo subito conto di come riusciamo ad accettare più facilmente, forse, un male improvviso, non voluto, un incidente. Ma se scopriamo che un parente ha tramato per rovinarci, che nostro marito o nostra moglie ci sta scavando lentamente la terra sotto i piedi, se scopriamo il tradimento, il dolore è molto più grande. Pensate a Bin Laden che ha mandato degli uomini ad imparare a pilotare degli aerei per anni, per progettare qualcosa come l’11 settembre. Ha preso dei ragazzi e li ha fatti studiare, li ha fatti preparare per tanto tempo perché questi alla fine usassero le nozioni apprese solo per uccidersi, uccidendo contemporaneamente tante persone. Una lunga preparazione al male. Mentre la catechesi prepara il bene, il volontariato prepara le persone ad aiutare, ad accogliere gli stranieri, c’è qualcuno, anche adesso che sta imparando ad usare le bombe, che studia i percorsi da compiere. Pensate agli attentati delle Brigate rosse, al tempo impiegato per esempio per studiare dove sarebbe passato l’On.Aldo Moro per rapirlo.

Giuda e il Sinedrio preparano il male; il loro è un male studiato, pianificato a tavolino, progettato, non l’emozione di un momento. Ma è Gesù, invece, nell’ultima cena che offre la vita. Il mistero che Marco ci annunzia è che Gesù veramente ha offerto la vita. Gli altri preparavano la sua morte, mentre Gesù preparava il suo dono di amore. Certo è stato Giuda a farlo morire, certo la responsabilità è del Sinedrio, ecc. ecc. Ma la responsabilità ultima si manifesta nel vero protagonista della croce, che è Gesù stesso. Lui dice: “Questo è il mio corpo, prendetelo… questo è il mio sangue che è dato per voi”.

Il vangelo indica chiaramente che Gesù è il Signore, che solo lui è veramente il padrone della sua vita, è lui che la offre. Il libro Gesù di Nazaret che il papa ha scritto richiama un aspetto fondamentale della fede cristiana che è la sua verità storica, almeno nei suoi lineamenti fondamentali. Se Gesù non avesse scelto liberamente di morire per noi, il vangelo sarebbe da abbandonare. Se fossero stati gli apostoli ad inventarsi tutto questo, se Gesù fosse morto in realtà come qualunque altro malvivente, come un perseguitato politico, noi saremmo dei folli a credergli. Noi crediamo in Gesù e nella sua misericordia, nel suo perdono dei peccati, perché egli ha coscientemente saputo di dare la vita per noi, perché l’ultima cena l’ha fatta veramente. Se il racconto dell’ultima cena fosse una invenzione, il cristianesimo sarebbe una grande menzogna, sarebbe un’illusione, e l’uomo non sarebbe salvato.

Marco ci restituisce alla realtà storica: veramente Gesù, in piena coscienza, ha offerto la propria vita, veramente ha donato tutto se stesso, anticipando nell’eucarestia il dono che si sarebbe compiuto sulla croce.

Nella passione di Marco c’è il racconto straordinario di una donna che usa un unguento profumato per ungere il corpo di Gesù:

Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo (Mc 14,3).

Gesù risponde a coloro che criticano questo gesto:

Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto (Mc 14,8-9).

Gesù sta già annunziando che la sua morte non è la fine di tutto, ma sarà seguita da un “vangelo” che sarà annunziato a tutti. C’è un “vangelo” nascosto in quella morte, prefigurata dall’unzione della donna. La morte non vince Dio, la morte non vince Cristo. Si racconterà, dopo la croce e la resurrezione, di Cristo e dell’amore che quella donna ha avuto nell’accompagnarlo al dono di sé fino alla morte.

Allora la sequela sarà possibile solo quando Gesù morirà e risorgerà. Solo allora la chiesa riprenderà la sequela. La riprenderanno Pietro e tutti gli altri che erano scappati. Essi sono già discepoli, hanno già compreso chi è il Cristo, nella prima parte del vangelo di Marco, hanno già compreso le esigenze della sequela, nella seconda parte di Marco, ma ora scapperanno e si disperderanno. La sequela diverrà possibile e reale in pienezza solo dopo la morte e la resurrezione di Cristo, solo quando sarà accolta in pieno la grazia che nasce dalla Pasqua.

Come si dice negli ultimi versetti di Marco, prima della finale che per ispirazione divina è stata poi aggiunta da una mano differente da quella dello stesso evangelista:

Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto (Mc 16,7).

Mons.Ermenegildo Manicardi, esegeta e studioso di Marco, spiega come questo “vi precede in Galilea” significa che per la sequela è necessario che Gesù torni a precedere gli apostoli, perché la sequela è possibile solo se egli cammina davanti. Tutti sono scappati, la sequela si è interrotta. Ora, per grazia, può riprendere, perché il cristiano è colui che segue un altro, colui che segue il Cristo. Sequela vuol dire che Gesù cammina avanti a noi. Tutti sono scappati, ma quando Gesù avrà attraversato la morte e la resurrezione, ricomincerà la sequela.

I versetti della cosiddetta “finale lunga”, Mc 16,9-20, sono canonici, ma non sono della stessa mano di Marco. Sono stati aggiunti al suo racconto, come una sintesi di tutti i racconti della resurrezione presenti negli altri tre vangeli. Alla fine di questi versetti Gesù dice:

Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno (Mc 16,15-18).

Dall’annunzio e dal sacramento nasce la possibilità per il mondo intero di diventare discepoli. Noi siamo in questa chiesa di San Marco proprio a ricordare che Pietro e Marco sono venuti qui a Roma. E tutto questo è avvenuto proprio in forza delle parole dette da Gesù: “Andate in tutto il mondo, raccontate tutto ciò che vi ho insegnato, battezzate”, perché la salvezza è donata da me, Gesù, vero uomo, Figlio dell’Uomo, Figlio, Cristo.

L’origine apostolica dei vangeli

In conclusione, vorrei dire una parola sull’origine dei vangeli, anche per darvi una chiave di lettura per capire ciò che abbiamo appena detto sulla finale di Marco che è stata aggiunta al vangelo da una mano diversa da quella di Marco, ma che è la finale accolta dal Canone come ispirata da Dio.

La Chiesa quando afferma la sua convinzione sull’affidabilità storica dei vangeli, si serve di una espressione semplicissima, che è stata indicata dal Concilio Vaticano II: “l’origine apostolica dei vangeli”. Cosa si vuol dire con questa espressione? Affermando l’origine apostolica dei vangeli non si vuole dire che i singoli autori dei vangeli sono gli apostoli e, quindi, che Matteo e Giovanni sono necessariamente due degli apostoli e così via. Le domande sulla paternità degli scritti neotestamentari, infatti, restano aperte, come ci insegna la critica storica sui vangeli.

Noi non possiamo dire con certezza chi ha scritto i quattro vangeli e le singole parti di essi. La finale di Marco l’ha scritta lui o un discepolo? E chi è questo discepolo? Il vangelo di Giovanni da chi è stato veramente scritto? Chi è l’autore dell’ultima redazione e quali sono i passaggi che hanno portato a questa? Ci sono posizioni diverse tra gli studiosi e ognuno è libero di aderire alla versione che gli sembra più credibile. La Chiesa chiede però di credere che i vangeli hanno origine dagli apostoli.

Forse Marco è scritto poco prima del 70, quando Pietro era già morto. Ma quello che Marco ha scritto è veramente quello che gli apostoli hanno detto ed il suo vangelo è comunque stato scritto quando la comunità cristiana, che si ricordava quello che gli apostoli avevano detto, avrebbe subito corretto un racconto dissonante essenzialmente dal Gesù predicato dagli apostoli. La Chiesa ha subito riconosciuto che le parole scritte nel vangelo erano in piena consonanza con quelle che gli apostoli avevano pronunciato oralmente e che la sostanza del racconto marciano, così come del racconto degli altri evangelisti, coincideva con ciò che da sempre avevano conosciuto della storia di Gesù, tramite la predicazione apostolica. I vangeli, insomma, derivavano da quella predicazione in maniera fedele e questo è estremamente significativo prima di discutere chi sia precisamente l’autore di un particolare racconto sulla vita di Gesù.

Così si esprime precisamente la Dei Verbum:

La Chiesa ha sempre e in ogni luogo ritenuto e ritiene che i quattro Vangeli sono di origine apostolica. Infatti, ciò che gli apostoli per mandato di Cristo predicarono, in seguito, per ispirazione dello Spirito Santo, fu dagli stessi e da uomini della loro cerchia tramandato in scritti che sono il fondamento della fede, cioè l’Evangelo quadriforme secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni (DV 18).

I vangeli sono affidabili perché la loro origine è nella predicazione apostolica. Nel capitolo successivo, la DV racconta i tre stadi della formazione dei vangeli: prima Cristo, poi gli apostoli ed infine la redazione dei vangeli ad opera degli apostoli o dei discepoli o di uomini della loro cerchia.

Qui il Concilio accetta tutta la riflessione storica che vede questi passaggi fra Gesù ed i testi evangelici. Ed è importantissimo notare che, anche qui, il Concilio non vede questo triplice passaggio come una possibile ombra sulla affidabilità storica dei vangeli. Fu Paolo VI in persona a volere, attraverso una lettera che scrisse il 17 ottobre 1965, l’inserimento di una frase che affermasse esplicitamente la fiducia che la Chiesa ha nella serietà storica dei vangeli. I Padri conciliari accolsero la sua richiesta e si giunse alla formulazione di DV 19 dove si dice che la Chiesa “afferma senza esitazione la storicità” dei vangeli.

Di modo che il Concilio Vaticano II, all’unanimità, afferma che questo triplice passaggio non ci fa perdere, nella sostanza, la realtà certa degli eventi e delle parole fondamentali che Gesù ha donato a tutti quanti noi. Questo è il testo della Dei Verbum, per esteso:

La santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e con la più grande costanza che i quattro suindicati Vangeli, di cui afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza, fino al giorno in cui fu assunto in cielo (cfr At 1,1-2). Gli apostoli poi, dopo l’Ascensione del Signore, trasmisero ai loro ascoltatori ciò che egli aveva detto e fatto, con quella più completa intelligenza delle cose, di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dallo Spirito di verità, godevano. E gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce o già per iscritto, redigendo un riassunto di altre, o spiegandole con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere. Essi infatti, attingendo sia ai propri ricordi sia alla testimonianza di coloro i quali «fin dal principio furono testimoni oculari e ministri della parola», scrissero con l’intenzione di farci conoscere la «verità» (cfr. Lc 1,2-4) degli insegnamenti che abbiamo ricevuto (DV 19).


 

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