Giovedì della XIX settimana del Tempo Ordinario

Gesù sposta l’attenzione, cambia il soggetto. Dall’uomo che perdona un altro uomo, a Dio che perdona l’uomo. Gesù presenta il perdono umano come conseguenza di un perdono immenso sperimentato. Il Regno dei cieli è sperimentare su di sé un perdono mostruosamente smisurato. Diecimila talenti equivalgono a 60.000.000 denari, dove il denaro era la paga giornaliera di un operaio. Quindi 60.000.000 di giorni di lavoro che corrispondono a circa 2055 vite da 80 anni l’una. Gesù mette in guardia dal valutare poco il perdono ricevuto da Dio. A chi lo prega e riconosce sinceramente il suo debito, e questo è il nostro problema moderno sia nel pregare sia nel sinceramente, Dio perdona tutto. Allora dopo, solo a questo punto, viene il problema di Pietro. Il perdono tra fratelli nella fede è una semplice conseguenza, un comportamento evidente. Se non lo vivi susciti la costernazione di chi ti circonda.  Gli altri fratelli si accorgono scandalizzati del perdono che tu non concedi. Dio perdona tutto perché tu scelga di perdonare tutto a chi ti chiede sinceramente perdono.

Dietro tantissimi strazi c’è questo non-perdono. Un perdono divino relativizzato, banalizzato, prezzato poco e come conseguenza un perdono non concesso a uomini e donne come noi che sinceramente piangendo vorrebbero riconciliarsi. Concederci attenuanti per non obbedire alle parole di Gesù di oggi è la spiegazione di dolori strazianti, da tortura. Mi sembra che dietro a strazi che sembrano vere e proprie torture inferte da aguzzini sadici ci sia moltissime volte un perdono non concesso di cuore a un uomo o una donna in carne ed ossa come noi che ci chiede pazienza con sincerità.

di Padre Maurizio Botta C.O.

 

Vangelo Mt 18,21-19,1

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.

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