Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1 Agosto)

 

Audio Udienza sulla figura di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 30 marzo 2011

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei presentarvi la figura di un santo Dottore della Chiesa a cui siamo molto debitori, perché è stato un insigne teologo moralista e un maestro di vita spirituale per tutti, soprattutto per la gente semplice. E’ l’autore delle parole e della musica di uno dei canti natalizi più popolari in Italia e non solo: Tu scendi dalle stelle.

Appartenente a una nobile e ricca famiglia napoletana, Alfonso Maria de’ Liguori nacque nel 1696. Dotato di spiccate qualità intellettuali, a soli 16 anni conseguì la laurea in diritto civile e canonico. Era l’avvocato più brillante del foro di Napoli: per otto anni vinse tutte le cause che difese. Tuttavia, nella sua anima assetata di Dio e desiderosa di perfezione, il Signore lo conduceva a comprendere che un’altra era la vocazione a cui lo chiamava. Infatti, nel 1723, indignato per la corruzione e l’ingiustizia che viziavano l’ambiente forense, abbandonò la sua professione – e con essa la ricchezza e il successo – e decise di diventare sacerdote, nonostante l’opposizione del padre. Ebbe degli ottimi maestri, che lo introdussero allo studio della Sacra Scrittura, della Storia della Chiesa e della mistica. Acquisì una vasta cultura teologica, che mise a frutto quando, dopo qualche anno, intraprese la sua opera di scrittore. Fu ordinato sacerdote nel 1726 e si legò, per l’esercizio del ministero, alla Congregazione diocesana delle Missioni Apostoliche. Alfonso iniziò un’azione di evangelizzazione e di catechesi tra gli strati più umili della società napoletana, a cui amava predicare, e che istruiva sulle verità basilari della fede. Non poche di queste persone, povere e modeste, a cui egli si rivolgeva, molto spesso erano dedite ai vizi e compivano azioni criminali. Con pazienza insegnava loro a pregare, incoraggiandole a migliorare il loro modo di vivere. Alfonso ottenne ottimi risultati: nei quartieri più miseri della città si moltiplicavano gruppi di persone che, alla sera, si riunivano nelle case private e nelle botteghe, per pregare e per meditare la Parola di Dio, sotto la guida di alcuni catechisti formati da Alfonso e da altri sacerdoti, che visitavano regolarmente questi gruppi di fedeli. Quando, per desiderio dell’arcivescovo di Napoli, queste riunioni vennero tenute nelle cappelle della città, presero il nome di “cappelle serotine”. Esse furono una vera e propria fonte di educazione morale, di risanamento sociale, di aiuto reciproco tra i poveri: furti, duelli, prostituzione finirono quasi per scomparire.

Anche se il contesto sociale e religioso dell’epoca di sant’Alfonso era ben diverso dal nostro, le “cappelle serotine” appaiono un modello di azione missionaria a cui possiamo ispirarci anche oggi per una “nuova evangelizzazione”, particolarmente dei più poveri, e per costruire una convivenza umana più giusta, fraterna e solidale. Ai sacerdoti è affidato un compito di ministero spirituale, mentre laici ben formati possono essere efficaci animatori cristiani, autentico lievito evangelico in seno alla società.

Dopo aver pensato di partire per evangelizzare i popoli pagani, Alfonso, all’età di 35 anni, entrò in contatto con i contadini e i pastori delle regioni interne del Regno di Napoli e, colpito dalla loro ignoranza religiosa e dallo stato di abbandono in cui versavano, decise di lasciare la capitale e di dedicarsi a queste persone, che erano povere spiritualmente e materialmente. Nel 1732 fondò la Congregazione religiosa del Santissimo Redentore, che pose sotto la tutela del vescovo Tommaso Falcoia, e di cui successivamente egli stesso divenne il superiore. Questi religiosi, guidati da Alfonso, furono degli autentici missionari itineranti, che raggiungevano anche i villaggi più remoti esortando alla conversione e alla perseveranza nella vita cristiana soprattutto per mezzo della preghiera. Ancor oggi i Redentoristi, sparsi in tanti Paesi del mondo, con nuove forme di apostolato, continuano questa missione di evangelizzazione. A loro penso con riconoscenza, esortandoli ad essere sempre fedeli all’esempio del loro santo Fondatore.

Stimato per la sua bontà e per il suo zelo pastorale, nel 1762 Alfonso fu nominato Vescovo di Sant’Agata dei Goti, ministero che, in seguito alle malattie da cui era afflitto, lasciò nel 1775, per concessione del Papa Pio VI. Lo stesso Pontefice, nel 1787, apprendendo la notizia della sua morte, avvenuta dopo molte sofferenze, esclamò: “Era un santo!”. E non si sbagliava: Alfonso fu canonizzato nel 1839, e nel 1871 venne dichiarato Dottore della Chiesa. Questo titolo gli si addice per molteplici ragioni. Anzitutto, perché ha proposto un ricco insegnamento di teologia morale, che esprime adeguatamente la dottrina cattolica, al punto che fu proclamato dal Papa Pio XII “Patrono di tutti i confessori e i moralisti”. Ai suoi tempi, si era diffusa un’interpretazione molto rigorista della vita morale anche a motivo della mentalità giansenista che, anziché alimentare la fiducia e la speranza nella misericordia di Dio, fomentava la paura e presentava un volto di Dio arcigno e severo, ben lontano da quello rivelatoci da Gesù. Sant’Alfonso, soprattutto nella sua opera principale intitolata Teologia Morale, propone una sintesi equilibrata e convincente tra le esigenze della legge di Dio, scolpita nei nostri cuori, rivelata pienamente da Cristo e interpretata autorevolmente dalla Chiesa, e i dinamismi della coscienza e della libertà dell’uomo, che proprio nell’adesione alla verità e al bene permettono la maturazione e la realizzazione della persona. Ai pastori d’anime e ai confessori Alfonso raccomandava di essere fedeli alla dottrina morale cattolica, assumendo, nel contempo, un atteggiamento caritatevole, comprensivo, dolce perché i penitenti potessero sentirsi accompagnati, sostenuti, incoraggiati nel loro cammino di fede e di vita cristiana. Sant’Alfonso non si stancava mai di ripetere che i sacerdoti sono un segno visibile dell’infinita misericordia di Dio, che perdona e illumina la mente e il cuore del peccatore affinché si converta e cambi vita. Nella nostra epoca, in cui vi sono chiari segni di smarrimento della coscienza morale e – occorre riconoscerlo – di una certa mancanza di stima verso il Sacramento della Confessione, l’insegnamento di sant’Alfonso è ancora di grande attualità.

Insieme alle opere di teologia, sant’Alfonso compose moltissimi altri scritti, destinati alla formazione religiosa del popolo. Lo stile è semplice e piacevole. Lette e tradotte in numerose lingue, le opere di sant’Alfonso hanno contribuito a plasmare la spiritualità popolare degli ultimi due secoli. Alcune di esse sono testi da leggere con grande profitto ancor oggi, come Le Massime eterne, Le glorie di Maria, La pratica d’amare Gesù Cristo, opera – quest’ultima – che rappresenta la sintesi del suo pensiero e il suo capolavoro. Egli insiste molto sulla necessità della preghiera, che consente di aprirsi alla Grazia divina per compiere quotidianamente la volontà di Dio e conseguire la propria santificazione. Riguardo alla preghiera egli scrive: “Dio non nega ad alcuno la grazia della preghiera, con la quale si ottiene l’aiuto a vincere ogni concupiscenza e ogni tentazione. E dico, e replico e replicherò sempre, sino a che avrò vita, che tutta la nostra salvezza sta nel pregare”. Di qui il suo famoso assioma: “Chi prega si salva” (Del gran mezzo della preghiera e opuscoli affini. Opere ascetiche II, Roma 1962, p. 171). Mi torna in mente, a questo proposito, l’esortazione del mio predecessore, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II: “Le nostre comunità cristiane devono diventare «scuole di preghiera»… Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi un punto qualificante di ogni programmazione pastorale” (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, 33,34).

Tra le forme di preghiera consigliate fervidamente da sant’Alfonso spicca la visita al Santissimo Sacramento o, come diremmo oggi, l’adorazione, breve o prolungata, personale o comunitaria, dinanzi all’Eucaristia. “Certamente – scrive Alfonso – fra tutte le devozioni questa di adorare Gesù sacramentato è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi… Oh, che bella delizia starsene avanti ad un altare con fede… e presentargli i propri bisogni, come fa un amico a un altro amico con cui si abbia tutta la confidenza!” (Visite al SS. Sacramento ed a Maria SS. per ciascun giorno del mese. Introduzione). La spiritualità alfonsiana è infatti eminentemente cristologica, centrata su Cristo e il Suo Vangelo. La meditazione del mistero dell’Incarnazione e della Passione del Signore sono frequentemente oggetto della sua predicazione. In questi eventi, infatti, la Redenzione viene offerta a tutti gli uomini “copiosamente”. E proprio perché cristologica, la pietà alfonsiana è anche squisitamente mariana. Devotissimo di Maria, egli ne illustra il ruolo nella storia della salvezza: socia della Redenzione e Mediatrice di grazia, Madre, Avvocata e Regina. Inoltre, sant’Alfonso afferma che la devozione a Maria ci sarà di grande conforto nel momento della nostra morte. Egli era convinto che la meditazione sul nostro destino eterno, sulla nostra chiamata a partecipare per sempre alla beatitudine di Dio, come pure sulla tragica possibilità della dannazione, contribuisce a vivere con serenità ed impegno, e ad affrontare la realtà della morte conservando sempre piena fiducia nella bontà di Dio.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è un esempio di pastore zelante, che ha conquistato le anime predicando il Vangelo e amministrando i Sacramenti, unito ad un modo di agire improntato a una soave e mite bontà, che nasceva dall’intenso rapporto con Dio, che è la Bontà infinita. Ha avuto una visione realisticamente ottimista delle risorse di bene che il Signore dona ad ogni uomo e ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare Dio e il prossimo.

In conclusione, vorrei ricordare che il nostro Santo, analogamente a san Francesco di Sales – di cui ho parlato qualche settimana fa – insiste nel dire che la santità è accessibile ad ogni cristiano: “Il religioso da religioso, il secolare da secolare, il sacerdote da sacerdote, il maritato da maritato, il mercante da mercante, il soldato da soldato, e così parlando d’ogni altro stato” (Pratica di amare Gesù Cristo. Opere ascetiche I, Roma 1933, p. 79). Ringraziamo il Signore che, con la sua Provvidenza, suscita santi e dottori in luoghi e tempi diversi, che parlano lo stesso linguaggio per invitarci a crescere nella fede e a vivere con amore e con gioia il nostro essere cristiani nelle semplici azioni di ogni giorno, per camminare sulla strada della santità, sulla strada strada verso Dio e verso la vera gioia. Grazie.


 

Audio Udienza – Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la preghiera

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza della Libertà – Castel Gandolfo
Mercoledì, 1° agosto 2012

 

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la preghiera

Cari fratelli e sorelle!

Ricorre oggi la memoria liturgica di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa, fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore, Redentoristi, patrono degli studiosi di teologia morale e dei confessori. sant’Alfonso è uno dei santi più popolari del XVIII secolo, per il suo stile semplice e immediato e per la sua dottrina sul sacramento della Penitenza: in un periodo di grande rigorismo, frutto dell’influsso giansenista, egli raccomandava ai confessori di amministrare questo Sacramento manifestando l’abbraccio gioioso di Dio Padre, che nella sua misericordia infinita non si stanca di accogliere il figlio pentito. L’odierna ricorrenza ci offre l’occasione di soffermarci sugli insegnamenti di sant’Alfonso riguardo alla preghiera, quanto mai preziosi e pieni di afflato spirituale. Risale all’anno 1759 il suo trattato Del gran mezzo della Preghiera, che egli considerava il più utile tra tutti i suoi scritti. Infatti, descrive la preghiera come «il mezzo necessario e sicuro per ottenere la salvezza e tutte le grazie di cui abbiamo bisogno per conseguirla» (Introduzione). In questa frase è sintetizzato il modo alfonsiano di intendere la preghiera.

Innanzitutto, dicendo che è un mezzo, ci richiama al fine da raggiungere: Dio ha creato per amore, per poterci donare la vita in pienezza; ma questa meta, questa vita in pienezza, a causa del peccato si è, per così dire, allontanata – lo sappiamo tutti – e solo la grazia di Dio la può rendere accessibile. Per spiegare questa verità basilare e far capire con immediatezza come sia reale per l’uomo il rischio di «perdersi», sant’Alfonso aveva coniato una famosa massima, molto elementare, che dice: «Chi prega si salva, chi non prega si danna!». A commento di tale frase lapidaria, aggiungeva: «Il salvarsi insomma senza pregare è difficilissimo, anzi impossibile … ma pregando il salvarsi è cosa sicura e facilissima» (II, Conclusione). E ancora egli dice: «Se non preghiamo, per noi non v’è scusa, perché la grazia di pregare è data ad ognuno … se non ci salveremo, tutta la colpa sarà nostra, perché non avremo pregato» (ibid.). Dicendo quindi che la preghiera è un mezzo necessario, sant’Alfonso voleva far comprendere che in ogni situazione della vita non si può fare a meno di pregare, specie nel momento della prova e nelle difficoltà. Sempre dobbiamo bussare con fiducia alla porta del Signore, sapendo che in tutto Egli si prende cura dei suoi figli, di noi. Per questo, siamo invitati a non temere di ricorrere a Lui e di presentargli con fiducia le nostre richieste, nella certezza di ottenere ciò di cui abbiamo bisogno.

Cari amici, questa è la questione centrale: che cosa è davvero necessario nella mia vita? Rispondo con sant’Alfonso: «La salute e tutte le grazie che per quella ci bisognano» (ibid.); naturalmente, egli intende non solo la salute del corpo, ma anzitutto anche quella dell’anima, che Gesù ci dona. Più che di ogni altra cosa abbiamo bisogno della sua presenza liberatrice che rende davvero pienamente umano, e perciò ricolmo di gioia, il nostro esistere. E solo attraverso la preghiera possiamo accogliere Lui, la sua Grazia, che, illuminandoci in ogni situazione, ci fa discernere il vero bene e, fortificandoci, rende efficace anche la nostra volontà, cioè la rende capace di attuare il bene conosciuto. Spesso riconosciamo il bene, ma non siamo capaci di farlo. Con la preghiera arriviamo a compierlo. Il discepolo del Signore sa di essere sempre esposto alla tentazione e non manca di chiedere aiuto a Dio nella preghiera, per vincerla.

Sant’Alfonso riporta l’esempio di san Filippo Neri – molto interessante –, il quale «dal primo momento in cui si svegliava la mattina, diceva a Dio: “Signore, tenete oggi le mani sopra Filippo, perché se no, Filippo vi tradisce”» (III, 3) Grande realista! Egli chiede a Dio di tenere la sua mano su di lui. Anche noi, consapevoli della nostra debolezza, dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio con umiltà, confidando sulla ricchezza della sua misericordia. In un altro passo, dice sant’Alfonso che: «Noi siamo poveri di tutto, ma se domandiamo non siamo più poveri. Se noi siamo poveri, Dio è ricco» (II, 4). E, sulla scia di sant’Agostino, invita ogni cristiano a non aver timore di procurarsi da Dio, con le preghiere, quella forza che non ha, e che gli è necessaria per fare il bene, nella certezza che il Signore non nega il suo aiuto a chi lo prega con umiltà (cfr III, 3). Cari amici, sant’Alfonso ci ricorda che il rapporto con Dio è essenziale nella nostra vita. Senza il rapporto con Dio manca la relazione fondamentale e la relazione con Dio si realizza nel parlare con Dio, nella preghiera personale quotidiana e con la partecipazione ai Sacramenti, e così questa relazione può crescere in noi, può crescere in noi la presenza divina che indirizza il nostro cammino, lo illumina e lo rende sicuro e sereno, anche in mezzo a difficoltà e pericoli. Grazie.


 

 

Quanno nascette Ninno a Bettlemme
Era nott’e pareva miezo juorno.
Maje le Stelle – lustre e belle Se vedetteno accossí:
E a cchiù lucente
Jett’a chiammà li Magge all’Uriente.

De pressa se scetajeno l’aucielle
Cantanno de na forma tutta nova:
Pe ‘nsí agrille – co li strille,
E zombanno a ccà e a llà;
È nato, è nato,
Decevano, lo Dio, che nc’à criato.

Co tutto ch’era vierno, Ninno bello,
Nascetteno a migliara rose e sciure.
Pe ‘nsí o ffieno sicco e tuosto
Che fuje puosto – sott’a Te,
Se ‘nfigliulette,
E de frunnelle e sciure se vestette.

A no paese che se chiamma Ngadde,
Sciurettero le bigne e ascette l’uva.
Ninno mio sapuritiello,
Rappusciello – d’uva -sì Tu;
Ca tutt’amore
Faje doce a vocca, e po ‘mbriache o core.

No ‘nc’erano nnemmice pe la terra,
La pecora pasceva co lione;
Co’ o caprette – se vedette
O liupardo pazzeà;
L’urzo e o vitiello
E co’ lo lupo ‘npace o pecoriello.

Se rrevotaje nsomma tutt’o Munno,
Lu cielo, a terra, o mare, e tutt’i gente.
Chi dormeva – se senteva
‘Npiett’o core pazzeà
Pe la priezza;
E se sonnava pace e contentezza.

Guardavano le ppecore i Pasturi,
E n’Angelo sbrannente cchiù d’o sole
Comparette – e le dicette:
No ve spaventate no;
Contento e riso
La terra è arreventata Paraviso.

A buie è nato ogge a Bettalemme
Du Munno l’aspettato Sarvatore.
Dint’i panni o trovarrite,
Nu potite – maje sgarrà,
Arravugliato,
E dinto a lo Presebbio curcato.

A meliune l’Angiule calate
Co chiste se mettetten’a cantare:
Gloria a Dio, pace’n terra,
Nu cchiù guerra – è nato già
Lo Rre d’amore,
Che dà priezza e pace a ogni core.

Sbatteva o core mpietto a ssi Pasture;
E l’uno ‘nfaccia all’auto diceva:
Che tardammo? – Priesto, jammo,
Ca mme sento scevolí
Pe lo golìo
Che tengo de vedé sso Ninno Dio.

Zombanno, comm’a ciereve ferute,
Correttero i Pasture a la Capanna;
Là trovajeno Maria
Co Giuseppe e a Gioja mia;
E ‘n chillo Viso
Provajeno no muorzo e Paraviso.

Restajeno ‘ncantate e boccapierte
Pe tanto tiempo senza dì parola;
Po jettanno – lacremanno
Nu suspiro pe sfocà,
Da dint’o core
Cacciajeno a migliara atte d’amore.

Co a scusa de donare li presiente
Se jetteno azzeccanno chiano chiano.
Ninno no li refiutaje,
L’azzettaje – comm’a ddí,
Ca lle mettette
Le Mmane ‘n capo e li benedicette.

Piglianno confedenzia a poco a poco,
Cercajeno licenzia a la Mamma:
Se mangiajeno li Pedille
Coi vasille – mprimmo, e po
Chelle Manelle,
All’urtemo lo Musso e i Mascarielle.

Po assieme se mettetteno a sonare
E a cantà cu l’Angiule e Maria,
Co na voce – ccossí doce,
Che Gesù facette: ah aah…
E po chiudette
Chill’uocchie aggraziate e s’addormette.

La ninna che cantajeno mme pare
Ch’avette a esse chesta che mò dico.
Ma nfrattanto – o la canto,
Mmacenateve de stà
Co li Pasture
Vecíno a Ninno bello vuje pure.

“Viene suonno da lo Cielo,
Vien’e adduorme sso Nennillo;
Pe pietà, ca è peccerillo,
Viene suonno e non tardà.

Gioia bella de sto core,
Vorria suonno arreventare,
Doce, doce pe te fare
Ss’uocchie bell’addormentà.

Ma si Tu p’esser’amato
Te si fatto Bammeniello,
Sulo amore è o sonnariello
Che dormire te po fa.

Ment’è chesto può fa nonna,
Pe Te st’arma è arza e bona.
T’amo, t’a… Uh sta canzona
Già t’ha fatto addobeà!
T’amo Dio – Bello mio,
T’amo Gíoja, t’amo, t’a…

Cantanno po e sonanno li Pasture
Tornajeno a le mantre nata vota:
Ma che buò ca cchiù arrecietto
Non trovajeno int’a lu pietto:
A o caro Bene
Facevan’ ogni poco ò va e biene.

Lo ‘nfierno sulamente e i peccature
Ncocciuse comm’a isso e ostinate
Se mettetteno appaura,
Pecchè a scura – vonno stà
Li spurtegliune,
Fujenno da lo sole li briccune.

Io pure songo niro peccatore,
Ma non boglio esse cuoccio e ostinato.
Io non boglio cchiù peccare,
Voglio amare – voglio stà
Co Ninno bello
Comme nce sta lo voje e l’aseniello.

Nennillo mio, Tu si sole d’amore,
Faje luce e scarfe pure o peccatore
Quanno è tutto – niro e brutto
Comm’a pece, tanno cchiù
Lo tiene mente,
E o faje arreventà bello e sbrannente.

Ma Tu mme diciarraje ca chiagniste,
Acciò chiíagnesse pure o peccatore.
Agg o tuorto – haje fosse muorto
N’ora primmo de peccà!
Tu m’aje amato,
E io pe paga t’aggio maltrattato!

A buje, uocchie mieje, doje fontane
Avrite a fa de lagreme chiagnenno
Pe llavare – pe’ scarfare
Li pedilli di Giesù;
Chi sa pracato
Decesse: via, ca t’aggio perdonato.

Viato me si aggio sta fortuna!
Che maje pozzo cchiù desiderare?
O Maria – Speranza mia,
Ment’io chiango, prega Tu:
Penza ca pure
Si fatta Mamma de li peccature.


 

Quando nacque il Bambino a Betlemme
Era notte e pareva mezzogiorno.
Mai le Stelle luccicanti e belle
Si videro così:
E la più lucente
andò a chiamare i Magi ad Oríente.

Subito si svegliarono gli uccelli
Cantando in una forma tutta nuova:
Persino i grilli con gli strilli,
saltando di qua e di là;
È nato, è nato,
Dicevano, il Dio, che ci ha creato.

Nonostante fosse inverno, Bambino bello,
Spuntarono migliaia di rose e di fiori.
Persino il fieno secco e tosto
Che fu posto sotto di Te,
S’ingemmò,
E di fronde di fiori si rivestì.

In un paese che si chiama Engaddi,
Fiorirono le vigne e spuntò l’uva.
Bambino mio, così saporito,
Grappolino d’uva sei Tu;
Che tutto amore
Fai dolce la bocca, e poi ubriachi il cuore.

Non c’erano nemici per la terra,
La pecora pascolava con il leone;
Con le caprette si vide
Il leopardo giocare;
L’orso e il vitello
E con il lupo in pace l’agnellino.

Si rivoltò insomma tutto il Mondo,
Il cielo, la terra, il mare, e tutte le genti.
Chi dormiva si sentiva
Nel petto il cuore saltare
Per l’allegria;
E si sognava pace e contentezza.

Guardavano le pecore i Pastori,
E un Angelo splendente più del sole
Comparve e disse loro:
Non vi spaventate, no!
C’è felicità e riso:
La terra è divenuta Paradiso.

Per voi oggi a Betlemme è nato
L’atteso Salvatore del Mondo.
Lo troverete, non potete sbagliarvi,
Avvolto nelle fasce
E adagiato nella mangiatoia

Milioni gli Angeli calarono
Con questi si misero a cantare:
Gloria a Dio e pace in terra,
Non più guerra – è nato già
Il Re d’amore,
Che dà allegrezza e pace a ogni cuore.

Sbatteva il cuore in petto ai Pastori;
E l’uno all’altro diceva:
Perché aspettiamo? – Presto, andiamo
, Ché me sento venir meno
Il desiderio
Che ho di vedere il Dio fattosi bimbo.

Saltando, come cervi feriti,
Corsero i Pastori alla Capanna;
Là trovarono Maria
Con Giuseppe e la Gioia mia;
E in quel Viso
ebbero un assaggio del Paradiso.

Rimasero incantati a bocca aperta,
Per tanto tempo senza dire parola;
Poi fecero – lacrimando –
Un sospiro per dare sfogo ai loro sentimenti.
Dal profondo del cuore
con mille gesti emisero il loro amore.

Con la scusa di offrire doni
Iniziarono ad accostarsi piano piano
Il Bambino non li rifiutò,
Li accettò e mostrò il suo gradimento,
mettendogli loro
Le Mani sul capo e li benedisse.

Prendendo confidenza a poco a poco,
Chiesero il permesso alla Mamma:
Si mangiarono i Piedini
Coi bacetti – prima, e poi
Quelle Manine,
E all’ultimo il Musetto e le Guancine.

Poi assieme si misero a suonare
E a cantare con l’Angelo e Maria,
Con una voce – così dolce,
Che Gesù fece: ah aah…
E poi chiuse
Quegli occhi aggraziati e s’addormentò.

La ninna nanna che cantarono mi pare
Dovesse essere quella che ora dico.
Ma intanto – che io la canto,
Immaginatevi di stare
Coi Pastori
Vicino al Bambino bello.

“Vieni sonno dal Cielo,
Vieni e addormenta questo Bambinello;
Per pietà, ché è piccino,
Vieni sonno e non tardare.

Gioia bella di questo cuore,
Vorrei diventare sonno,
Per farti, dolce, dolce
Addormentare quest’occhi belli.

Ma se Tu per esser amato
Ti sei fatto Bambinello,
Solo amore è quel dolce sonnellino
Che può farti addormentare.

Se è così, puoi fare la nanna,
Per Te quest’anima è bella e arsa.
Ti amo, ti a… uh! questa canzone
Già ti ha fatto addormentare.
Ti amo, Dio, bello mio,
Gioia mia, Ti amo, Ti amo.

Cantando poi e suonando i Pastori
Tornarono alle mandrie un’altra vota:
Ma cosa vuoi? non trovarono
Più riposo nel petto:
Al caro Bene
Facevano ogni poco va e víeni.

L’inferno solamente e i peccatori
Testardi come esso e ostinati
Si misero paura,
Perché nella tenebra vogliono stare
I pipistrelli,
Fuggendo dal sole i bricconi.

Io pure sono un nero peccatore,
Ma non voglio essere duro e ostinato.
Io non voglio più peccare,
Voglio amare voglio stare
Con il Bambino bello
Come ci stanno il bue e l’asinello.

Bambinello mio, Tu sei sole d’amore,
Fai luce e scaldi pure il peccatore
Quando è tutto nero e brutto
Come la pece, tanto più
Lo tieni a mente,
E lo fai diventare bello e splendente.

Ma Tu mi dirai che hai pianto,
Affinché piangesse pure il peccatore.
Ho torto, ahi! fossi morto
un’ora prima di peccare!
Tu m’hai amato,
E io come ringraziamento t’ho maltrattato!

A voi, occhi miei, due fontane
Avrete da fare di lacrime piangendo
Per lavare – per scaldare
i piedini di Gesù;
Chissà che placato
Non mi dica: via, che t’ho perdonato.

Beato me se ho questa fortuna!
Che mai posso più desiderare?
O Maria – Speranza mia,
Mentr’io piango, prega Tu:
pensa che sei pure
divenuta madre anche dei peccatori!

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