Venerdì della XXX settimana del Tempo Ordinario

betfair-get-in-the-hole02Audio Omelie

3 Novembre 2017


Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.

A casa di uno dei capi dei farisei di sabato. Da tremare. Una situazione capace di intimidire. Guardano e aspettano. Non dicono nulla. Sono temuti e rispettati.  “Vogliono proprio vedere se ha il coraggio di…”. E lui ha il coraggio di….  Agisce. Guarisce senza parlare.

Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.

Ma questa volta Gesù non tace. Non bofonchia. Non ha paura. È lui questa volta, a differenza di tante volte nel passato, a fare le sue domande. Loro hanno paura dell’evidenza della loro coscienza. Sapevano perfettamente quale fosse la volontà di Dio. Digrignano i denti perché non possono rispondere, ma sanno che cosa dovrebbero rispondere. Questi uomini non sono innocenti. La loro non è semplice ignoranza. Sanno e tacciono per paura. Sanno e tacciono colpevolmente. È bene ricordarci quindi che non tutti i silenzi sono buoni.

Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?».

Gesù continua a incalzarli senza un briciolo di timore reverenziale. La legge sui loro volti l’obiezione perché l’avevano scritta in faccia. Avevano le rughe del volto che dicevano: “ma oggi è sabato!”. Pone una seconda domanda. E non potevano rispondere nulla a queste parole. Li ammutolisce. Gesù ci rende oggi così. Lo Spirito di Cristo ci rende oggi capaci di questa forza di fronte a ogni deformazione del vero volto di Dio da parte di chiunque.

di Padre Maurizio Botta


Una lettura provvidenziale degli eventi

 Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia[1]. Esiste qualcosa di più insignificante della caduta di un nostro capello? Eppure, Dio ci pensa. A maggior ragione: ho fame? Dio ci pensa; ho sete? Dio ci pensa; comincio un lavoro? Dio ci pensa; devo scegliere uno stato di vita? Dio ci pensa; in questo stato, incontro determinate difficoltà? Dio ci pensa; per resistere a tale tentazione o compiere tale dovere, ho bisogno di tale grazia? Dio ci pensa; nel corso del mio viaggio verso l’eternità, mi occorre il pane quotidiano dell’anima e del corpo? Dio ci pensa; quando arriveranno i miei ultimi giorni, mi sarà necessario il doppio delle grazie? Dio ci penserà; mi trovo sul letto di morte, ad esalare il mio ultimo respiro, e se nessuno viene in mio aiuto sono perduto? Dio ci pensa. E così, io che non sono che un atomo insignificante nel mondo occupo giorno e notte, senza limiti di tempo e di spazio, il pensiero e il cuore del Padre mio che è nei cieli. Oh, quanto questa verità di fede è profondamente toccante e piena di consolazione.

Ora, la Provvidenza stessa dispone i suoi disegni su di me, ma perché la maggior parte di questi si realizzino si affida alle contingenze secondarie: impiega il sole, il vento, la pioggia; mette in moto il cielo e la terra, gli elementi sensibili e le cause intellegibili. Nondimeno, dato che le creature non agiscono su di me se non dal momento in cui Dio dà loro di agire, io devo vedere in ciascuna di esse un ricettacolo della Provvidenza e lo strumento dei suoi disegni. Di conseguenza, nel freddo pungente, scoprirò la Provvidenza; nel caldo opprimente, la Provvidenza; nel vento che soffia e spinge la mia barca lontano o vicino al porto, la Provvidenza; nel successo che mi incoraggia, la Provvidenza; nell’avversità che mi mette alla prova, la Provvidenza; nella persona che mi dà dei dispiaceri, la Provvidenza; in un’altra che invece mi rende felice, la Provvidenza; in quella malattia, in quella guarigione, in quella piega che prendono le vicende pubbliche, in quelle persecuzioni, in quei trionfi, la Provvidenza; sempre la Provvidenza. Niente è più giusto del vedere così Dio in tutte le cose, e quanto questo modo di vivere è rilassante e santificante!

Il santo abbandono, II, cap. 2

 

Vital Lehodey (1818-1892)

Nato nella diocesi di Coutances, in Normandia, Vital Lehodey viene ordinato sacerdote prima di entrare nell’Abbazia trappista di Bricquebec, nel 1890, di cui diverrà poi priore e successivamente abate nel 1895. In seguito, si rifugerà Inghilterra con i suoi monaci negli anni dell’espulsione dei religiosi dalla Francia. Grande contemplativo, spiritualmente legatissimo a una sua famosa conterranea, ovvero Santa Teresa di Gesù Bambino, le sue opere hanno avuto grande successo negli anni Cinquanta. Il santo abbandono, vera e propria antologia di testi di San Francesco di Sales e dei suoi discepoli, ci invita a entrare proprio in quella che è l’attitudine salesiana di base.

[1] Mt 10, 30.

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