Sabato della XXX settimana del Tempo Ordinario

480-sagrada-familia-apsisAudio Omelie

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31 Ottobre 2015


Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato

Gesù descrive con il racconto di oggi il nostro intimo. Dio rivelandosi rivela anche l’uomo a sé stesso. Gesù, oggi, pone sotto il riflettore la nostra istintiva ricerca del primo posto partendo da una alta valutazione di noi stessi. Questa attitudine la definisce esaltazione. Gesù definisce anche cosa intenda per umiliazione. Umiliazione significa lasciare agli altri, in questo caso al padrone di casa che ha fatto l’invito, il compito di manifestare pubblicamente l’amicizia che ci lega, invitandoci a sedere più vicino a lui. Umiliazione è quindi, per quel che ci riguarda, sempre un’azione non un sentimento. Gesù non ci chiede di avere stati d’animo particolari. Gesù ci chiede di scegliere sempre in concreto come se noi fossimo veramente gli ultimi e lasciare a Dio e agli uomini l’eventuale compito di portarci in alto. A questo proposito vorrei regalarvi questa mattina un brano stupendo tratto dalle Lettere di Berlicche di Clive Staples Lewis (Lettera XIV pag.57 Ed. Oscar Mondadori) che, a mio avviso, andrebbe incorniciato. Anzi, consigliato a molti. Ogni frase è di una chiarezza e potenza straordinarie.

di Padre Maurizio Botta C.O.

Mio caro Malacoda,

Il tuo paziente è diventato umile; glielo hai fatto notare? Tutte le virtù sono per noi meno formidabili una volta che l’uomo è consapevole di possederle, ma ciò è vero in modo particolare dell’umiltà. Sorprendilo nel momento che ha lo spirito veramente abbassato, e contrabbanda nella sua mente la riflessione consolante: « Per Giove! ma io sono umile! » e quasi immediatamente l’orgoglio -l’orgoglio della sua stessa umiltà – farà la sua apparizione. Se s’accorge del pericolo e tenta di soffocare codesta nuova forma d’orgoglio, fallo inorgoglire del suo tentativo — e così di seguito, per tutte le fasi che vorrai. Ma non tentare ciò per troppo lungo tempo, perché c’è pericolo di svegliare in lui il senso dell’umorismo e della proporzione. Nel qual caso ti riderà in faccia, e se ne andrà a dormire. Bisogna perciò che tu nasconda al paziente il vero scopo dell’Umiltà. Non deve ritenerla dimenticanza di sé, ma una certa opinione (cioè una bassa opinione) dei suoi talenti e del suo carattere. Mi pare che alcuni talenti li abbia davvero. Piantagli in mente l’idea che l’umiltà consiste nello sforzarsi di credere che quei talenti valgono meno di quanto egli crede che valgano. Senza dubbio è vero che di fatto valgono meno di quanto crede, ma ciò non ha importanza. … Con questo metodo migliaia di uomini sono stati indotti a pensare che l’umiltà significa donne carine che si sforzano di credersi brutte e uomini intelligenti che si sforzano di credersi sciocchi. E poiché quanto si sforzano di credere può essere, in qualche caso, una lampante assurdità, essi non possono riuscire a crederlo e noi abbiamo l’occasione di far girar la loro mente in un continuo giro su se stessa nello sforzo di raggiungere l’impossibile. Al fine di prevenire la strategia del Nemico dobbiamo considerare i suoi scopi. Ciò che il Nemico vuole è di portare l’uomo a uno stato mentale nel quale egli possa concepire la miglior cattedrale del mondo, e sapere che si tratta della migliore, e goderne, senza essere più (o meno) o altrimenti contento di averla fatta lui, che se fosse stata fatta da un altro. Il Nemico vuole che, alla fine, egli sia libero da ogni pregiudizio in suo favore, talmente libero da saper godere dei suoi propri talenti con la stessa franchezza e la stessa gratitudine che dei talenti del suo prossimo o della levata del sole, o di un elefante, o di una cascata. Vuole che, in fin dei conti, ogni uomo sia in grado di riconoscere tutte le creature (perfino se stesso) come cose gloriose ed eccellenti. Vuole distruggere al più presto il loro amor proprio naturale; ma la Sua lungimirante politica consiste nel fatto, temo, di ridonare loro un nuovo genere di amor proprio — una Carità e una gratitudine per tutte le persone, compresa la propria. Quando avranno veramente imparato ad amare il prossimo come se stessi, sarà loro permesso di amare se stessi come il prossimo. Non dobbiamo mai dimenticare ciò che è il tratto repellente e inesplicabile del nostro Nemico: Egli ama veramente quei bipedi spelati che ha creato e sempre restituisce con la destra ciò che ha tolto con la sinistra.

Tuo affezionatissimo zio Berlicche


Alcuni testi di autori spirituali, sull’ “ultimo posto” di cui oggi Gesù parla nel Vangelo.

 

(L’uomo spirituale) preferisca dunque sempre gli altri a se stesso. Si consideri il più vile e il meno degno di tutti e desideri che tutti abbiano di lui questa opinione. Pensi che se i peggiori scellerati e depravati avessero ricevuto tante grazie quante lui ha ricevuto dal Signore, la loro vita sarebbe ben migliore della sua. Non cerchi di farsi un nome o una reputazione, né di ricever lodi, né di essere considerato umile o santo. Ami essere nascosto piuttosto che conosciuto, essere inferiore piuttosto che superiore, e anche essere istruito piuttosto che insegnare. Si accontenti dell’ultimo posto. Non abbia vergogna di un aspetto umile. Non attribuisca grande valore alle sue pratiche, preferendo ad esse quelle degli altri. Più si sentirà di progredire e più riceverà i doni di Dio, più dovrà umiliarsi e disprezzarsi ai suoi stessi occhi; poiché se pensa di essere qualcuno è perché è ancora molto lontano da Dio. Pensi dunque e confessi di non essere niente da se stesso, di non possedere niente e di non potere niente. In effetti come ogni creatura è tratto dal nulla, essa dunque è nulla di sua natura; quanto all’uomo, è anche con il peccare che si riduce a niente; e similmente ogni creatura paragonata al suo Creatore è niente. È per questo che cosciente dell’abisso del suo nulla e immergendosi in esso l’asceta dimora nella profondissima valle dell’umiltà e dice a Dio : “Signore mio Dio, io sono povero e miserabile; io non sono niente, io non posso niente: abbi pietà di me!” Da questa santa conoscenza e considerazione del proprio niente, dipende tutta la salvezza dell’uomo.

Louis de Blois, Istituzione Spirituale II – 4 – 5

 

Una disponibilità sistematica

Francesco di Sales sa di cosa parla: scegliere l´ultimo posto, quello del servizio, fu sua regola di comportamento per tutta la vita.

[San Paolo] ci insegna che adoperarsi, cercare di dare la propria vita per il prossimo, non vale tanto quanto lasciarsi utilizzare a piacimento dagli altri, o da essi o per essi; ed è questo che imparò dal nostro dolce Salvatore sulla croce. È a questo supremo livello dell´amore del prossimo che i religiosi e le religiose, e noi che siamo consacrati al servizio di Dio siamo chiamati. Dal momento che non è sufficiente assistere il prossimo con i nostri beni temporali, non è ancora sufficiente, dice San Bernardo, impiegare la nostra persona a soffrire per questo Amore: ma bisogna andare oltre, lasciandoci utilizzare da Lui attraverso la santissima obbedienza e esattamente come Egli vorrà, senza mai opporgli resistenza. Quando ci prodighiamo da soli, e attraverso la scelta della nostra volontà propria o della nostra elezione, questo dona sempre molta soddisfazione al nostro amor proprio; invece, lasciarci impiegare nelle cose che gli altri vogliono e che noi non vogliamo, cioè che non scegliamo  noi, ecco dove si esercita il grado supremo dell´abnegazione. …Ha sempre incomparabilmente  più valore quello che ci viene chiesto di fare (ben inteso che non sia contrario a Dio e che non l´offenda in nulla) rispetto a ciò che facciamo scegliendo noi stessi di farlo.

Veri colloqui spirituali, IV, sulla Cordialità (VI, pagg. 64-65)

La vita nascosta di Gesù

Ecco alcune righe delle riflessioni di un ben noto contemplativo, Charles de Foucauld, sulla vita nascosta di Gesù: “Scese con loro e andò a Nazaret, ed era loro sottomesso. Scese, sprofondò, si umiliò… fu una vita di umiltà: Dio, apparivi uomo; uomo, costituivi l’ultimo degli uomini: fu una vita di abiezione, scendesti fino all’ultimo tra gli ultimi posti” (Ritiro a Nazaret, 6 novembre 1897). È subito riconoscibile quell’ultimo posto, così caro a de Foucauld, perché nessuno glielo toglierà mai, perché sfuggendo inosservato e rimanendo quasi sconosciuto agli uomini, vi si consuma una grande storia d’amore. Solo in tale nascondimento trova la pace e la serenità necessarie per intrattenere indisturbato il dialogo dell’amore. Ecco infatti come il grande amico di Gesù si esprime nel cuore di quella stessa notte: “Mio Dio, eccomi ai tuoi piedi nella mia cella; è notte, tutto tace, tutto dorme; sono il solo forse in questo momento a Nazaret che veglia ai tuoi piedi!… Che ho fatto per meritare questa grazia? Grazie, grazie, grazie! Come sono felice! Ti adoro profondamente, mio Dio, ti adoro con tutta la mia anima e ti amo con tutte le forze del mio cuore; sono tuo: solo tuo; tutto il mio essere è tuo: è tuo necessariamente, nonostante me, ed è tuo volontariamente , con tutto il mio cuore: fa’ di me ciò che ti piacerà.”

 

 

 

 

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