San Paolo Miki e compagni (06/02/2019)

Audio Omelie

6 Febbraio 2019


I cristiani giapponesi “riemersi” dal nulla. Storia di un popolo fedele sopravvissuto a due secoli di persecuzione.

di Michela Emmanuele

Erano increduli i padri missionari francesi quando nel 1865 entrarono nel porto di Nagasaki, e per le celebrazioni del Venerdì Santo si trovarono circondati da migliaia di fedeli con gli occhi a mandorla. Era da almeno due secoli che il Giappone non conosceva preti, una dura repressione aveva decimato la comunità cattolica fiorita a partire dall’arrivo di Francesco Saverio, nel 1549. Eppure qualcosa si era conservato: i “Kakure Kirishitan”, i cristiani nascosti, avevano difeso la loro fede dalle persecuzioni, e quando il paese fu riaperto agli stranieri, i credenti presero coraggio e uscirono dalla clandestinità.

«Possiamo salutare Gesù e santa Maria?», chiesero alcuni contadini a uno stupito padre Petitjean, missionario raccolto in preghiera presso la chiesa di Oura: quegli agricoltori erano soltanto i primi fedeli a farsi riconoscere dai nuovi padri. Le cronache dell’epoca raccontano che per le celebrazioni pasquali di quell’anno, solo a Nagasaki c’erano 10 mila fedeli in attesa dei sacerdoti europei.

La storia della Chiesa giapponese è fatta di dolore e sangue, quello dei tantissimi martiri che furono trapassati dalle spade del governo locale: gli shogun temevano che il cristianesimo potesse essere un braccio occidentale per sfondare nelle città nipponiche e quindi lo osteggiarono non appena iniziò a diffondersi. Le prime repressioni iniziarono a fine Cinquecento, quando nel paese si contava che i seguaci di Cristo fossero già 300 mila, ma l’ostracizzazione più terribile arrivò sotto lo shogunato Tokugawa, a inizio Seicento: ogni opera di evangelizzazione dei sacerdoti stranieri venne bloccata e i missionari espulsi, il culto cristiano venne dichiarato fuorilegge, alcune chiese vennero demolite.

Iniziò lì l’epoca dei “kakure kirishitan”: qualcuno fuggì nelle isole nel sud del paese, i preti vennero uccisi, numerosi credenti iniziarono a vivere la fede in segreto. In alcuni santuari sono ancora visibili i cartelli che venivano affissi agli incroci delle strade, dove si assegnavano ricompense diverse a chi avesse denunciato un sacerdote o un cristiano. A questo faceva seguito la pratica del “fumi-e”: un credente veniva messo davanti a un’immagine sacra ed era costretto a calpestarla per aver salva la vita.

Lo scorso gennaio papa Francesco, durante una catechesi sul battesimo, ha preso come esempio proprio la storia della comunità cristiana del Giappone: l’immersione nell’acqua santa era per loro il primo passo per trasmettere il legame con Cristo di padre in figlio, in un’epoca in cui non c’erano più sacerdoti. «Il popolo di Dio trasmette la fede, battezza i suoi figli e va avanti», diceva il Pontefice: i giapponesi «avevano mantenuto, pur nel segreto, un forte spirito comunitario, perché il battesimo li aveva fatti diventare un solo corpo in Cristo: erano isolati e nascosti, ma erano sempre membra del popolo di Dio, membra della Chiesa».

C’erano anche altri gesti con cui la fede veniva alimentata nella segretezza: anzitutto il “kontatzu”, il rosario, officiato dal capofamiglia. Poi la preghiera di fronte ad alcune figure sacre: per non farsi scoprire, le croci venivano nascoste dietro alle effigi di Buddha, mentre tanti fedeli tenevano in casa una statuetta della dea Kannon, un simbolo del Buddha misericordioso dalle sembianze femminili sotto cui si celava la figura della Madonna.

La fede, insomma, si tramandava anche attraverso gesti piccoli e silenziosi, perpetuati in segretezza. Ma le testimonianze più profonde arrivarono da coloro che divennero martiri, in una persecuzione che per efferatezza ricorda quella che colpì le prime comunità cristiane sotto l’Impero Romano. Il primo episodio particolarmente cruento avvenne nel 1597, quando 26 cristiani vennero crocifissi sulla collina di Tateyama: erano francescani e gesuiti, europei e giapponesi. Sono stati proclamati santi da Pio IX, nel 1862: secondo la Passio uno di loro, Paolo Miki, continuava a predicare anche quando era in croce. Qualche anno dopo la persecuzione s’avvicinò alla sua fase più dura e uno degli episodi che più spesso si racconta è quanto accadde nel 1603, anno in cui venne decapitato Simone Takeda, samurai convertito al servizio di un feudatario cristiano. La moglie, Agnese, fu costretta ad assistere alla scena e non abiurò, ma piena di amore raccolse la testa dell’uomo e l’abbracciò: la commozione che suscitò la scena non impedì però alla donna di essere martirizzata poco dopo.

Per seguire invece la sua vocazione a entrare nella Compagnia di Gesù, Pietro Kibe intraprese un lunghissimo viaggio verso Roma, passando per Gerusalemme: una volta ordinato, tornò clandestinamente in Giappone, ma nel 1639 venne catturato e condannato a morte «perché non voleva rinnegare la propria fede e incoraggiava i catechisti martoriati accanto a lui», recitano le cronache. Tra i 188 beati che nel 2008 vennero proclamati da Benedetto XVI, stupisce trovare tanto intere famiglie quanto esponenti della nobiltà, samurai che accettarono di morire pur di rimanere fedeli al Vangelo.

L’avversione del Giappone verso i cristiani è proseguita fino al Novecento: solo con la riforma costituzionale successiva alla Seconda Guerra mondiale è caduto del tutto l’editto. Il prossimo anno si ricorderanno i 150 anni dalla “riemersione” dei “kakure kirishitan” e nella città di Nagasaki nascerà un museo per raccontare le loro storie: sorgerà non lontano da un altro museo, quello che ricorda il bombardamento del 1945, scelta non casuale poiché tantissimi furono i cattolici morti a causa dell’atomica. E mentre i vescovi nipponici sperano che l’interesse di papa Francesco per l’Oriente lo porti presto anche in visita in Giappone, oggi il paese guarda ai cattolici con un occhio di riguardo: c’è un progetto per far riconoscere come “patrimonio dell’umanità” alcune delle chiese edificate tra il 16esimo e il 19esimo secolo, tra cui anche la cattedrale di Oura, quella della “riemersione”.

E se lo scopo può essere prevalentemente turistico, inequivocabile è stata invece la visita del premier Abe in Vaticano. In dono al Santo Padre, il presidente ha portato uno “specchio magico”, copia di quelli in uso tra i cristiani perseguitati: dietro alla superficie lucida si nascondeva una croce e un’immagine di Gesù, visibile soltanto in controluce.


Il samurai con la croce. Dagli atti dei martiri del Giappone

Il 24 novembre ne sono stati proclamati beati altri 188, tutti uccisi per la fede. Il mistero del cristianesimo nel paese del sol levante, più volte perseguitato ma sempre rinato, anche dalle prove più dure

di Sandro Magister

 

ROMA, 26 novembre 2008 – Un samurai che porta la croce non è un’immagine consueta. Ma vi furono anche questi fra i 188 martiri giapponesi del XVII secolo che due giorni fa sono stati proclamati beati a Nagasaki. Vi furono dei nobili, dei sacerdoti, quattro, e un religioso. La maggior parte erano però cristiani comuni: contadini, donne, ragazzi sotto i vent’anni, bambini anche piccoli, intere famiglie. Tutti uccisi per non aver abiurato la fede cristiana.

La beatificazione “padre Pietro Kibe e i suoi 187 compagni” – come detto nel titolo della cerimonia – è la prima mai celebrata in Giappone. I nuovi beati si aggiungono ai 42 santi e ai 395 beati giapponesi, tutti martiri, già elevati agli altari da Pio IX in poi.

I nuovi beati furono martirizzati tra il 1603 e il 1639. A quell’epoca in Giappone si contavano circa 300 mila cattolici, evangelizzati prima dai gesuiti, con san Francesco Saverio, e poi anche dai francescani.

All’iniziale fioritura del cristianesimo seguirono terribili persecuzioni. Molti furono uccisi con inaudite crudeltà che non risparmiarono donne e bambini. Oltre che dalle uccisioni, la comunità cattolica fu falcidiata dalle apostasie di quelli che abiuravano per paura. Eppure non fu annientata. Una parte si celò nella clandestinità e mantenne viva la fede trasmettendola dai genitori ai figli per due secoli, pur senza vescovi, preti e sacramenti. Si racconta che il venerdì santo del 1865 ben diecimila di questi “kakure kirisitan”, cristiani nascosti, sbucarono dai villaggi e si presentarono a Nagasaki agli stupiti missionari che avevano da poco riavuto accesso in Giappone.

Come già tre secoli prima, ai primi del Novecento Nagasaki tornò ad essere la città a più forte presenza cattolica del Giappone. Alla vigilia della seconda guerra mondiale due su tre dei cattolici giapponesi vivevano a Nagasaki. Ma nel 1945 subirono una nuova, terribile falcidia. Questa volta non per una persecuzione, ma per la bomba atomica che fu sganciata proprio sulla loro città.

Oggi i cattolici giapponesi sono poco più di mezzo milione. Una piccola porzione in rapporto a una popolazione di 126 milioni. Ma rispettati e influenti, anche grazie a una fitta rete di loro scuole e università. E se ai giapponesi di nascita si sommano gli immigrati da altri paesi dell’Asia, il numero dei cattolici raddoppia e supera il milione.

“Non credo però che il criterio delle statistiche sia il migliore per giudicare il valore di una Chiesa”, ha detto il cardinale Pietro Seichi Shirayanagi, arcivescovo emerito di Tokyo, in un’intervista ad “Asia News” alla vigilia della beatificazione dei 188 martiri.

Quello della difficile penetrazione del cattolicesimo non solo in Giappone ma nell’intera Asia è un problema che preoccupa da molto tempo la Chiesa.

Tra i gesuiti, ad esempio, all’indomani della seconda guerra mondiale c’era la convinzione che il Giappone fosse terreno fertile di una grande espansione missionaria. Per questo inviarono in quel paese persone di prim’ordine. L’attuale superiore generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolás, 71 anni, ha vissuto in Estremo Oriente dal 1964, prevalentemente a Tokyo, come insegnante di teologia alla Sophia University, come provinciale dei gesuiti del Giappone e da ultimo, tra il 2004 e il 2007, come moderatore della conferenza dei gesuiti dell’Asia Orientale e Oceania. Oltre allo spagnolo, all’italiano, all’inglese e al francese, parla correntemente il giapponese. Anche padre Pedro Arrupe, generale dei gesuiti tra il 1965 e il 1983, passò molti anni in Giappone. E così padre Giuseppe Pittau, che fu reggente della Compagnia.

La beatificazione dei 188 martiri ha comunque richiamato l’attenzione dell’intero Giappone sulla presenza in esso di quel “piccolo gregge” che è la Chiesa cattolica. La vicenda del loro martirio per la fede in Cristo è stata conosciuta da un pubblico molto ampio. Ed è una vicenda che per molti aspetti ricorda gli atti dei martiri dei primi secoli cristiani, nella Roma imperiale.

“Semen est sanguis christianorum”, il sangue dei martiri è una semina efficace, scrisse Tertulliano all’inizio del III secolo. Ecco qui di seguito come un missionario del Pontificio Istituto delle Missioni Estere, padre Mark Tardiff, ha raccordato il martirio dei 188 nuovi beati giapponesi a quello dei martiri della prima cristianità, in una nota scritta per “Asia News”.


Come i martiri dei primi secoli

di Mark Tardiff

Le storie dei martiri giapponesi che sono stati beatificati il 24 novembre risalgono a un periodo di 400 anni fa. A leggere però le loro storie sembra di ritornare ancora più indietro, agli atti dei martiri della prima Chiesa.

Il samurai Zaisho Shichiemon fu battezzato il 22 luglio del 1608. Egli prese il nome di Leone, quello del grande papa che fermò le invasioni dei barbari. La sua storia, però ricorda molto più da vicino il percorso di san Giustino, il martire che dopo aver trovato la Verità, non volle più rinnegarla. Hangou Mitsuhisa, il signore feudale sotto di cui Zaisho serviva, aveva proibito ai suoi di diventare cristiani. Il sacerdote a cui Zaisho chiese il battesimo glielo fece presente, ricordandogli che egli avrebbe potuto essere punito o perfino ucciso. “Lo so – egli rispose – ma io ho compreso che la salvezza sta nell’insegnamento di Gesù e nessuno potrà separarmi da Lui”.

Come nel caso di molti martiri, non si trattava solo di una convinzione mentale, ma di un rapporto mistico. Un giorno Zaisho confessò a un suo amico: “Non capisco come, ma ormai io mi scopro sempre a pensare a Dio”. Arrestato, gli fu ordinato di rinunciare alla fede. La sua risposta fu: “In qualunque altra cosa io obbedirei, ma non posso accettare alcun ordine che si opponga alla mia salvezza eterna”. Al mattino del 17 novembre 1608, quattro mesi dopo il suo battesimo, fu giustiziato nella strada davanti alla sua casa.

San Francesco Saverio giunse in Giappone nel 1549, iniziando la predicazione di Cristo nel paese del sol levante. Dopo 60 anni lo Shogun, il capo militare del Giappone, scatenò una persecuzione contro la giovane Chiesa che può rivaleggiare in furia con quella dell’imperatore Diocleziano, agli inizi del IV secolo. Donne e bambini furono presi nel turbine. Le loro storie ricordano quelle di Perpetua e Felicita, o di sant’Agnese.

Il 9 dicembre 1603, Agnese Takeda assistette alla decapitazione di suo marito. Piena di riverenza e amore, raccolse la sua testa e la strinse al petto. Le cronache dicono che a quella vista, non solo la folla, ma perfino i carnefici si commossero. La separazione della coppia fu breve perché Agnese fu martirizzata poco dopo, lo stesso giorno.

Nel 1619 Tecla Hashimoto, che aspettava il suo quarto figlio, fu legata a una croce assieme alle altre figlie, di cui una aveva solo 3 anni, e tutte furono bruciate vive. Mentre le fiamme si alzavano attorno a loro, la sua figlia di 13 anni gridò: “Mamma, non riesco a vedere più nulla!”. La madre rispose: “Non temere. Fra poco vedrai tutto con chiarezza”.

Pietro Kibe, che dà il titolo liturgico a questo gruppo di martiri, ha una storia avventurosa, che ricorda quella di san Cipriano. Da seminarista, nel 1614 fu esiliato a Macao, come tutti i missionari stranieri presenti in Giappone. Il suo ardente desiderio fu quello di diventare prete e tornare fra il suo popolo. Così nel 1618 egli lasciò Macao su una nave e arrivò fino a Goa, in India. Da lì egli viaggiò da solo attraversando quelli che oggi sono il Pakistan, l’Iran, l’Iraq, la Giordania e arrivò fino in Terra Santa. Dopo uan visita ai luoghi santi, giunse nel 1620 a Roma. Ordinato sacerdote, si preparò al ritorno in Giappone. Intanto però lo Shogun aveva chiuso l’ingresso nel paese a tutti, con l’eccezione di pochi olandesi strettamente controllati..

Padre Pietro riuscì ugualmente a rientrare in segreto in Giappone, vivendo come clandestino e celebrando i sacramenti con i cristiani di nascosto. Nel 1633, avendo saputo che un missionario, padre Fereira, aveva ceduto all’apostasia, scese dalle montagne e andò a incontrarlo. “Padre – gli disse – andiamo insieme alla stazione della polizia militare. Lei ritratta la sua apostasia e poi moriremo insieme”. Padre Fereira rifiutò. Dopo di che padre Pietro si spostò nel nordest di Honshu, l’isola maggiore del Giappone. La polizia riuscì a catturarlo nel 1639 e lo trascinò a Edo, l’attuale Tokyo, dove per farlo rinunciare alla fede venne torturato con crudeltà, e infine fu ucciso.

Nei martiri giapponesi del XVII secolo e in quelli dei primi secoli brilla lo stesso potere di Cristo: vi è la stessa chiara coscienza, la stessa indomabile convinzione nel rifiutare di rinunciare alla fede, lo stesso spirito gioioso in mezzo alle crudeli sofferenze, la stessa forza sovrumana, segno che un Altro soffriva in loro. I tormenti e la morte non li hanno travolti. Essi sono stati uccisi, ma hanno vinto.

 

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