Martedì della III settimana di Quaresima

Audio Omelie

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Rileggiamo con attenzione due versetti del Vangelo di oggi.

Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

“Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”

Frutto atteso dal Padre è il perdono completo e donato ogni volta che qualcuno ce lo chiede con sincerità. Un perdono che nasce dalla consapevolezza di essere perdonati in modo smisurato da Dio. Da questo Vangelo sono troppo spesso omessi questi due particolari fondamentali. Si parla di una richiesta di perdono e di una richiesta sincera, drammatica e accorata. Non è qualcosa di mentale o di sentimentale il perdono. L’innesco è sempre esterno un creditore che presenta al debitore il conto e un debitore che ammette e riconosce il suo debito e chiede pazienza. È donato a chi lo chiede perché sinceramente non ha da dare indietro quello che veramente per giustizia dovrebbe restituire. Qualcuno, quindi, che non chiede che si dica che il debito non c’è. A spegnere ogni possibilità di perdono non è solo il cuore duro dell’offeso, ma anche l’atteggiamento di chi pur colpevole afferma di non avere nulla da farsi perdonare oppure di chi non è sincero in questa richiesta di perdono. Troppe volte il perdono subisce un’odiosa caricatura, quasi fosse un atto unilaterale a prescindere da ogni giustizia. Fuori dal perdono è l’atteggiamento di chi non riconosce mai le sue mancanze. Di chi è attore è recita la parte, ma in realtà non pensa che il suo debito sia mai così grave.

di Padre Maurizio Botta C.O.

Vangelo Mt 18, 21-35
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

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