Sant’Ignazio di Loyola (31/07/2019)

SANT’IGNAZIO DI LOYOLA  (1491-1556)

Tratto da: “Il grande libro dei RITRATTI DEI SANTI” di Antonio Maria SICARI – Ed. Jaca Book

Audio Vita di San Ignazio di Loyola (Biografie e vite di santi, di Antonio Sicari)

Nel  1555 tutti i  professori dell’università di Barcellona scrissero a Ignazio di  Loyola  –  già  celebre  fondatore  della  Compagnia  di  Gesù  –  la  seguente  lettera: «Reverendo Padre, quando consideriamo le tue opere e le confrontiamo con quelle dell’antichità,  tu  ci  appari  davvero  beatissimo,  perché  Cristo  ti  ha  eletto  (…)  per sostenere  con  vigore  i  vecchi  edifici  ecclesiastici  che  minacciano  di  rovinare  per vecchiezza e per incuria dei loro architetti, e per costruirne di nuovi. È  quanto  han  fatto  in  altri  tempi  Antonio  e  Basilio,  Benedetto,  Bernardo, Francesco e Domenico e molti altri illustri personaggi che veneriamo come santi e nominiamo con onore. Verrà un tempo – lo speriamo e lo desideriamo – nel quale tu sarai  invocato  nello  stesso  modo  per  le  tue  grandi opere,  e  la  tua  memoria  sarà sacrosanta in tutto il mondo».

Ignazio aveva allora sessantaquattro anni; sarebbe morto l’anno dopo. Proprio  nello Studium  Generale di  Barcellona  egli,  a  trentatré  anni,  era tornato sui banchi di scuola, lasciati ai tempi dell’adolescenza. La  difficoltà  più  grande  nel  riprendere  in  mano  la grammatica  latina  non era  l’età  piuttosto  avanzata,  ma  il  fatto  che  aveva  la  mente  tutta  assorbita  dal pensiero di Dio. A  una  scelta  così  difficile  e  ostinata,  l’aveva  spinto  un  solo  motivo  che Ignazio,  nella  sua Autobiografia, spiega  semplicemente  con  queste  parole:  «Il pellegrino  pensava  tra  sé  che  cosa  avrebbe  fatto.  Finì  per  risolversi  a  studiare  per un certo tempo, per poter aiutare le anime». «Pellegrino» era il nome che egli s’era dato da quando il Signore l’aveva attratto a Sé. E  da  quel  coraggio  –  di  riprendere  a  studiare  come un  ragazzo,  a  trentatré anni  -dipendeva  (tale  è  il  mistero  della  storia  cristiana)  l’avvenire  stesso  del cattolicesimo:   tutta   quella   immensa   rete   «missionaria»   di   collegi,   scuole, università,  attività  culturale,  umanistica,  scientifica  e  teologica,  con  cui  i  gesuiti avrebbero  risollevato  le  sorti  della  Chiesa  dopo  la  crisi  protestante  e  avrebbero predicato il Vangelo «fino agli estremi confini della terra», quei confini che allora apparivano per la prima volta in tutta la loro impensata vastità.

Fino a trent’ anni Ignazio era stato un tipico gentiluomo spagnolo. Era nato a Loyola, in terra basca, nel 1491. A  sedici  anni  era  stato  mandato  a  vivere  dalle  parti  di  Avila,  presso  un nobile parente che aveva una posizione di prestigio alla corte dei Re Cattolici. Divenne  così  «un  giovane  brillante  e  raffinato,  molto  amante  degli  abiti sfarzosi». Ignazio  stesso-raccontando  la  sua  vita  –  inizia  con  queste  parole:  «Fino  a ventisei anni, fu un uomo dedito alle vanità del mondo. Suo diletto preferito era il maneggio  delle  armi,  con  un  grande  e  vano  desiderio  di  procacciarsi  fama» (Autobiografia, 1). A  venticinque  anni  era  passato  al  servizio  del  viceré  di  Navarra,  proprio quando Francesco I di Francia si preparava ad attaccare quel regno. Venne  posto  l’assedio  a  Pamplona.  La  città  era  divisa  e  pronta  a  cedere, tanto  che  i  rinforzi  rinunciarono  a  entrare  nella  città  che  avrebbero  dovuto difendere. Inigo  (questo  era  il  suo  vero  nome),  invece,  si  rifiutò  di  tornare  indietro, reputandola cosa disonorevole. Alla testa di pochi uomini, riuscì ad entrare in città e ad asserragliarsi nella fortezza. “Ma i francesi ebbero presto il sopravvento e diedero l’attacco al castello. Fu  Inigo  a  imporre  la  resistenza  e  tutti  «furono  trascinati  dal  suo  coraggio  e  dalla intrepidezza». I  bombardamenti  francesi  durarono  sei  ore.  Poi  si  giunse  all’assalto  di spada.  Fu  allora  che  un  proiettile  colpì  Inigo  ferendolo  a  una  gamba.  Finita  la battaglia, fu riportato a casa, ma la ferita era così grave e le prime cure furono così disastrose  che  l’eroe  si  trovò  in  fin  di  vita,  tanto  che  gli  fu  amministrata  l’estrema Unzione. Lo  stesso Ignazio racconta che le  sue ossa,  «o  perché  mal  ricomposte  la prima  volta,  o  perché  mosse  durante  il  viaggio,  impedivano  la  cicatrizzazione.  Si ricominciò  allora  quella  carneficina.  Ma  il  malato,  come  durante  gli  strazi  subiti precedentemente, e che avrebbe dovuto subire in seguito, non disse parola né diede altro segno di dolore, se non stringendo forte i pugni» (Autobiografia, 2). Contro  l’aspettativa  di  tutti,  guarì;  ma  gli  era  rimasto  un  osso  sporgente  e zoppicava nel camminare. Ignazio  voleva  poter  cavalcare,  voleva  poter  indossare  ancora  «i  suoi stivali molto attillati ed eleganti». Benché   le   ossa   si   fossero   ormai   saldate,   decise   di farsi   operare nuovamente.  Leggiamo  ancora  il  racconto:  «Non  si  dava  pace,  perché  voleva continuare la vita mondana e pensava che ciò lo rendeva deforme. Chiese  ai  medici  se  si  potesse  nuovamente  tagliare.  Essi  risposero  che certamente si poteva tagliare, ma che i dolori sarebbero stati più atroci di quelli già sofferti  perché  l’osso  era  già  sano  e  l’operazione era  lunga.  Ciò  nonostante  egli decise  di  sottoporsi  a  quel  martirio  per  il  proprio  capriccio.  Suo  fratello  maggiore era  assai  preoccupato  e  diceva  che  egli  non  avrebbe  potuto  sopportare  un  simile dolore. Il ferito invece lo sopportò con la solita forza d’animo. Si incise la carne, si segò l’osso sporgente, poi si usarono vari rimedi perché la gamba non restasse così corta:  si  applicarono  unguenti  e  apparecchi  che  la tenessero  in  trazione.  Un  vero martirio. Ma Nostro Signore gli ridiede salute a poco a poco» (Autobiografia, 4-5). Abbiamo insistito – come fece lo stesso Ignazio – su questo racconto perché esso  delinea  le  qualità  dell’uomo  e  la  sua  tempra: una  forza  d’animo  incredibile posta al servizio di valori così fragili! A dire il vero, non era solo vanità: nel cuore di Inigo c’era un segreto che spiegava tutto, anche se ancora oggi non è stato pienamente svelato. Lui  stesso  racconta  che,  durante  la  convalescenza, c’era  un  pensiero  che «talmente gli aveva rapito il cuore  da tenerlo occupato sognando  per tre o quattro ore di seguito, senza nemmeno accorgersene. Immaginava le  imprese che  avrebbe voluto compiere in onore di una signora, i mezzi che avrebbe usato per raggiungere il paese dove abitava, le parole che avrebbe detto, i fatti d’arme che avrebbe compiuto  in  suo  onore.  Era  talmente  perduto  in  simili progetti  che  non  s’accorgeva quanto   fosse   impossibile   realizzarli;   perché   quella   dama   non   era   di   nobiltà ordinaria:  non  era  né  contessa  né  duchessa,  ma  di  rango  assai  più  elevato» (Autobiografia, 6). Sembra  che  si  trattasse  della  infelice  principessina  Catalina,  sorella  di Carlo v, che sarebbe poi andata sposa a Giovanni III, re del Portogallo.

Fu  durante  la  forzata  immobilità  della  convalescenza  che  il  Signore  Gesù decise di impadronirsi del cuore di Ignazio e di finalizzare al bene della sua Chiesa tanta energia e capacità di dedizione. Fin  dalla  giovinezza  Inigo  s’era  appassionato  ai  romanzi  di  cavalleria: chiese che gliene portassero alcuni, per aiutarsi a passare il tempo, ma nel Castello di  Loyola  non  si  riuscì  a  trovarne:  gli  portarono  la Vita  di  Cristo di  Ludolfo  di Sassonia e l’incantevole Legenda aurea (Flos Sanctorum) di Jacopo da Varagine. La prima cosa che il malato scoprì era che esisteva un altro mondo (quello di san Francesco, san Domenico e di molti altri santi) dove ugualmente si amava, si combatteva,  si  soffriva  e  si  acquistava  gloria:  ma per  un  altro  Signore,  e  per  un altro Amore. E questo «nuovo mondo» si imponeva in tutta la sua urgenza e serietà con questa  domanda  che  gli  martellava  dentro:  «E  se  io facessi  ciò  che  ha  fatto  san Francesco, oquello che ha fatto san Domenico?» (n. 7). Nota l’Autobiografia: «Tutto il suo ragionamento si riduceva a questo: san Domenico  ha  fatto  questo,  ebbene  devo  farlo  anch’io;  san  Francesco  ha  fatto quest’altro, ebbene devo farlo anch’io». Ma poi veniva ripreso dalle antiche immaginazioni e dagli antichi amori. Tuttavia Ignazio  ebbe  la fortuna di sapersi guardare dentro, e osservò una sorta di «legge» che regola la vita dello spirito. Osservò che, quando pensava a Dio e ai santi, dapprima faceva fatica, ma poi restava pieno di gioia. Viceversa, quando pensava  agli  eroismi  mondani  e  alle  passioni  cavalleresche,  dapprima  provava immediato piacere e soddisfazione, ma alla fine restava triste e inquieto. Senza ancora saperlo Inigo s’era inoltrato negli spazi dell’anima, in quella avventura interiore nella quale sarebbe poi diventato maestro. Decise  dunque  di  attuare  la  sua  nuova  vocazione:  appena  guarì,  divenne «il.  pellegrino»,  deciso  a  giungere  fino  alla  culla  dell’avvenimento  cristiano,  in Terra Santa. La prima tappa fu il Santuario di Monserrat dove preparò per iscritto la sua confessione generale: ci impiegò tre giorni. Alla   sera   del   24   marzo   1522,   vigilia   dell’Annunciazione   «in   tutta segretezza se ne andò da un povero, si spogliò dei suoi vestiti, di cui gli fece dono, e  indossò  una  tunica  di  sacco  mal  tessuto  e  assai  ruvido»  (n.  18  e  16);  poi  iniziò, davanti  all’altare  della  Madonna,  la  sua  «veglia  d’armi»:  una  intera  notte  di preghiera,  sempre  in  piedi  o  in  ginocchio,  per  diventare  cavaliere  di  Dio  e  della Vergine Santa. Si  recò  quindi  a  Manresa,  una  città  che  Ignazio  definì  poi  «la  mia  chiesa primitiva». Qui gli accaddero le cinque visioni che lo plasmarono dal punto di vista cristiano. È un momento importante. Prima della conversione Inigo si riteneva, tutto sommato,  un  buon  cristiano  –  nonostante  le  sue  debolezze  –  ed  era  fiero  della  sua fede.  Ma,  dopo  la  conversione,  egli diventa cristiano:  la  luce  della  rivelazione  lo afferra  e  dilaga  nel  suo  cuore  e  nella  sua  intelligenza;  la  pretesa  e  la  novità dell’avvenimento cristiano lo afferrano e lo dominano. Parliamo  di  «visioni»,  ma  Ignazio  insisterà  sempre che  non  si  trattò  di immagini o di forme distinte (nemmeno quando vide Cristo o Maria), ma piuttosto di illuminazioni interiori. La sua formula è questa: «Vide con gli occhi interiori». La  prima  «visione»  riguardò  la  Trinità:  il  mistero vivo,  caldo,  delle  tre Persone  divine  lo  penetrò  con  una  tale  forza  e  un  tale  struggimento  di  cuore  che egli pianse a lungo, e ciò gli capiterà poi spesso nella vita (cfr. n. 28). La   seconda   «visione»   riguardò   la   Creazione:   «Gli   si   rappresentò nell’intelletto,  accompagnato  da  grande  allegria  spirituale,  il  modo  con  cui  Dio aveva creato il mondo» (n. 29). La  terza  «visione»  riguardò  «come  nostro  Signore  stava  nel  Sacramento dell’altare» (n. 29). La quarta «visione» riguardò «l’umanità di Cristo e la figura di Maria» (n. 29). La  quinta  «visione»  riguardò  il  significato  di  tutta  l’esistenza,  e  fu  così importante  che  «in  tutto  il  corso  della  sua  vita,  fino  a  sessantadue  anni  suonati, sommando  tutti  gli  aiuti  di  Dio  e  tutto  ciò  che  ha imparato,  anche  riunito  tutto assieme, non gli pare di aver appreso tanto come in quella sola volta». Essa accadde lungo le rive del fiume Cardoner.  Ascoltiamone  il  racconto,  sempre  dall’Autobiografia: «Camminando  così assorto  nelle  sue  devozioni,  egli  si  sedette  un  momento,  rivolto  verso  l’acqua  che scorreva   in   basso,   e   stando   lì   seduto,   cominciarono   ad   aprirglisi   gli   occhi dell’intelletto. Non già che avesse una visione, ma capì e conobbe molte cose della vita  spirituale,  della  fede,  e  delle  Scritture, con  una  tale  luce  che  tutte  le  cose  gli parevano nuove» (n. 30). Un confidente di Ignazio lo udì dire che gli sembrò allora «d’essere un altro uomo e che l’intelletto fosse diverso da quello di prima». Trinità,  Creazione,  Eucaristia,  Umanità  di  Cristo  e  di  Maria,  il  significato unitario di tutto (oggi diremmo: «una cultura nuova»): furono le basi dogmatiche e spirituali su cui Ignazio poté iniziare la sua costruzione. Notiamo  di  passaggio  un  tema  che  meriterebbe  di  essere  lungamente approfondito:  sono  esattamente  i  punti  cardinali  su  cui  è  entrato  invece  in  crisi  il pensiero teologico di Lutero. Il  Riformatore  protestante  fu  così  preoccupato  del problema  della  sua salvezza» (della salvezza individuale del credente) che ridusse tutto il cristianesimo a un esclusivo faccia a faccia tra l’uomo e Dio: faccia a faccia che accade – per così dire – in Cristo (e perciò Lutero parlava di sola fede), ma con una tale angosciosa preoccupazione di sé che a Lutero sfuggì l’«interezza» del dono di Dio. Amò  Cristo,  ma  non  «tutto  ciò  che  è  di  Cristo»:  il mondo  vivo,  caldo, amoroso di Dio (la vita  trinitaria del  Padre, del  Figlio e dello Spirito Santo)  quasi gli sfuggì; il mondo vivo caldo, amoroso di Cristo (la sua Chiesa, ricca di grazie e di doni, nonostante le sue debolezze) ugualmente gli sfuggì. Ignazio  invece  si  lascerà  assorbire  dal  «mondo  di  Dio»  e  diverrà  il  Santo della   Trinità   (nel   suo Diario egli   ha   addirittura   segnato   quante   lacrime accompagnassero  ogni  giorno  la  sua  preghiera,  i  suoi  colloqui  con  le  tre  divine Persone – tanto da temere di perdere la vista). Allo  stesso  modo  Ignazio  si  lascerà  assorbire  dal  mondo  di  Cristo,  fino  a diventare  «il  Santo  della  Chiesa»,  il  Santo  della  costruzione  ecclesiale  bella,  ben organizzata e attiva, nella quale ognuno deve saper versare il sangue vivo della sua totale disponibilità a servire. Ma torniamo a quei primi passi. Il  suo  immediato  progetto  restava  comunque  quello  di  recarsi  in  Terra Santa e di restarvi per sempre. Vi si recò infatti, ma pur cogliendo l’essenziale del viaggio, la decisione di restare  si  rivelò  irrealizzabile  (venne  addirittura  minacciato  di  scomunica,  se  non ripartiva).  Ci  era  andato  per  respirare  la  stessa  aria  che  aveva  respirato  Cristo, vedere gli stessi luoghi, le stesse città, percorrere gli stessi sentieri. Meditava  e  ricostruiva  nel  suo  intimo  paesaggi,  suoni,  immagini,  odori: tutto ciò che serviva a tener desto il realismo dell’Incarnazione. Addirittura,  quando  tornò  aveva  imparato  a  esprimersi  come  pensava  che avesse fatto Gesù (ad esempio: usando il «voi» nel rivolgersi alle persone!). Su   questa   esperienza   di   «immersione»   nell’ambiente vivo   di   Cristo incarnato  egli  fondò  la  sua  pedagogia:  il  mistero  di  Cristo  va  accostato  «come  se fossimo presenti e partecipando alla totalità del suo mistero». Il  nostro  Papini  giustamente  ha  commentato:  «Ignazio  ha  ricondotto  i cristiani  alla  familiarità  visiva,  uditiva,  quasi  tattile  e  spirante,  di  Cristo  figlio  del Dio  vero;  il  suo  metodo  sopprime  l’illusione  dei  secoli  e  fa  di  tutti  i  cristiani obbedienti i contemporanei di Pilato e di san Giovanni». Poiché egli non poteva più fermarsi nella terra di Gesù, gli restava una sola conclusione:  obbedire  alla  Parola  con  cui  Cristo  ha  inviato  i  suoi  discepoli  nel mondo. Ignazio   volle   restare   sempre   con   Cristo   «lasciandosi   inviare missionariamente»,  secondo  la  promessa  evangelica:  «andate  in  tutto  il  mondo…  Io sarò con voi». Tornò  dunque  indietro  e  decise  di  prepararsi  per  la  «missione»,  pagando tutto il prezzo necessario. Si iscrisse – nonostante l’età – all’università di Alcalà, poi a Salamanca, poi a  Parigi,  e  dovunque  radunava  attorno  a  sé  dei  compagni  e  li  educava  al  suo metodo: capacità di «esercitarsi» a guardare dentro il proprio spirito, poi di offrirsi totalmente  a   Cristo,   poi  di  acquisire  una  disponibilità   assoluta  a  qualunque missione. Portava  con  sé  un  libretto,  da  lui  stesso  composto,  che  ampliava  e sistemava  man  mano  che  passavano  gli  anni  e  cresceva  la  sua  esperienza:  gli Esercizi Spirituali, «Esercizi perché l’uomo vinca se stesso e ordini la sua vita…». Un  mese  di  meditazioni  e  di  lavoro  interiore:  quattro  settimane  per imparare-sotto la guida di un maestro – ad orientarsi verso un fine degno dell’uomo, per decidere il proprio «arruolamento» come  soldati di Cristo, il grande e vivo Re (Ignazio non rinnega la sua origine e la sua funzione!), per conformarsi al Signore Gesù, ai misteri della sua vita, ai suoi sentimenti. Ignazio  guidava  egli  stesso  i  suoi  amici,  uno  per  uno,  in  questo  duro  ed esaltante lavoro degli Esercizi da cui uscivano rinnovati. Subì   alcuni   processi   da   parte   dell’Inquisizione,   dato   che   pretendeva insegnare cose spirituali senza aver studiato e senza essere prete. Ma non trovarono nulla da rimproverargli. A Salamanca, a una signora che lo commiserava per esser finito nelle celle dell’Inquisizione, rispose con umile certezza e fierezza: «Salamanca non ha tanti ceppi e catene quante io ne desidero per amore di Dio». D’altra parte Ignazio insisteva sul suo buon diritto: «Noi non predichiamo, ma  con  alcuni  parliamo  familiarmente  delle  cose  di Dio,  come  facciamo  dopo mangiato con alcuni che ci invitano». A Parigi riuscì a radunare un gruppetto stabile di «amici del Signore», tutti giovani  di  particolare  valore:  il  più  difficile  da conquistare  fu  Francesco  Saverio che  Ignazio  «perseguitò»  a  lungo,  ripetendogli  le  parole  del  Vangelo:  «Che  giova all’uomo guadagnare tutto il mondo se poi perde se stesso?». L’accusa  che  gli  rivolsero  nell’ambiente  dell’Università  fu  la  seguente: «Seduttore degli studenti» (n. 78). Nel  1537  Ignazio  e  i  primi  compagni  poterono  finalmente  essere  ordinati sacerdoti e poco dopo assunsero il nome di «compagni di Gesù». Il senso ultimo di questo appellativo risultò però dalla visione che Ignazio ebbe mentre viaggiava verso Roma. Aveva  deciso  che,  per  un  anno  intero  dopo  l’ordinazione  sacerdotale,  non avrebbe  celebrato  la  Messa  in  modo  da  potervisi  preparare  degnamente.  E  la preparazione  consisteva  in  una  preghiera  ripetuta  ininterrottamente  nella  quale chiedeva alla Santa Vergine «di volerlo mettere col Suo Figliolo». Ed  ecco  che,  giunto  a  una  cappella  in  località  detta  «La  Storta»,  vicino  a Isola  Farnese,  «facendo  orazione,  ha  sentito  tale  mutazione  nell’anima  sua  e  ha visto  tanto  chiaramente  che  Iddio  Padre  lo  metteva con  Christo  Suo  Figliolo,  che non gli basterebbe l’animo di dubitare di questo: che Dio Padre lo metteva col suo Figliolo». Dobbiamo  comprendere  bene  questa  particolare  «mistica  ignaziana».  In un’altra  versione  di  questo  stesso  episodio,  Ignazio  precisò  che  Dio  Padre  «lo metteva con Cristo» e poi gli diceva: «Voglio che tu ci serva». «Servire» fu la grande parola di Ignazio: Cristo è un Re venuto nel nostro misero mondo per conquistarlo e arricchirlo, per ricondurlo al Suo Dio e Creatore; ma  la  sua  opera  non  è  ancora  compiuta:  Egli  ha  bisogno  di  amici  fidati  e  di cooperatori generosi. Per  questo  Ignazio  inventò  un  modo  nuovo  di  consacrarsi  a  Dio:  pur stimandoli  moltissimo,  non  volle  per  i  suoi  né  le  lunghe  preghiere  corali,  né  le penitenze  e  gli  usi  monastici,  ma  una  sola  cosa:  una  obbedienza  assoluta  come disponibilità a lasciarsi inviare e utilizzare dovunque la Gloria di Cristo lo esigesse. Perinde  ac  cadaver, come  un  cadavere  nelle  mani  di  chi  ti  rappresenta Cristo e ti indica la sua volontà. Formula dura e urtante se non si capisce che essa indica l’abbandono totale, a corpo morto, nel più ardente, generoso e attivo amore. A Roma i nuovi «compagni di Gesù» cominciarono contestando un celebre predicatore  quaresimalista,  dell’ordine  agostiniano,  che  insegnava  dal  pulpito dottrine luterane. In cambio furono essi stessi accusati d’essere eretici, e processati: ne uscirono con fama di santità. Solo quando tutto fu finito si presentarono al Papa, mettendosi a sua totale disposizione, secondo il voto che avevano fatto. Anche  questa  fu  una  scelta  di  ferrea  consequenzialità:  se  Ignazio  non poteva  stare  là  dove  Cristo  era  vissuto  in  terra,  doveva  stare  là  dove  c’era  il  suo Vicario: con la stessa dedizione, con la stessa obbedienza, con la stessa disponibile energia, con lo stesso amore. La  prima  messa  Ignazio  la  celebrò  la  notte  di  Natale  del  1538  a  Santa Maria  Maggiore,  all’altare  del  presepio:  così  si  ricongiungeva,  misticamente  ma realmente, a quella «origine» presso la quale voleva sempre restare. Da allora la storia di Ignazio diventa la storia della «Compagnia di Gesù». Egli non si muoverà più da Roma, e da lì – dal cuore della cristianità e dalla prossimità  fisica  e  spirituale  al  Vicario  di  Cristo  –  i  suoi  figli  muoveranno  alla conquista del mondo, mentre il Santo li seguirà con la sua autorità forte e dolce. Ignazio  era  un  organizzatore  nato:  l’apostolato  veniva  organizzato  col sistema  delle  «opere»  e  delle «confraternite», secondo i  diversi bisogni in cui egli decideva di impegnare i suoi figli e fratelli. La  loro  selezione  era  severa,  sulla  base  del  principio  che  «chi  non  era buono  per  il  mondo  non  era  buono  nemmeno  per  la  Compagnia»,  e  che  «per  la Compagnia era buono soltanto chi sapeva vivere e farsi valere anche nel mondo». Dovevano  essere  in  prima  linea,  dovevano  riconquistare  le  posizioni perdute  (nell’Europa  protestantizzata)  e  quelle  non  ancora  conquistate,  nei  vasti spazi delle missioni in India, Congo, Etiopia, Giappone. Ritorna qui prepotente il nome e il ricordo di san Francesco Saverio che, in Ignazio, aveva trovato «il suo vero e unico padre, nel cuore di Cristo». In quel 1540 Ignazio era a letto malato quando chiamò Francesco per dirgli che il re del Portogallo chiedeva quattro «compagni» per i suoi domini nelle Indie. Egli ne aveva promessi due, e uno di quelli designati era venuto meno per malattia. «Benissimo,  eccomi  pronto!»,  aveva  risposto  Francesco:  era  così  iniziato quel suo leggendario viaggio in terra di missione, che sarebbe durato undici anni. Non  possiamo  raccontare  ora  la  sua  straordinaria  avventura  (si  dice  che quando la flotta d’Oriente sbarcava a Lisbona, si dava al re questo resoconto della lontana  situazione:  «L’India  è  in  pace,  perché  là  c’è  Padre  Francesco»),  ma possiamo percepire – come di riflesso un aspetto essenziale dell’opera di Ignazio. Si tratta della passione con cui Francesco Saverio visse la sua appartenenza alla «compagnia». Anche  se  solitario  nelle  lande  più  sperdute,  egli  si  sentiva  legato  ai  suoi fratelli, più che a una famiglia di sangue: «Noi, stando quiscriveva nelle sue lettere-siamo opera di voi tutti». E, della Compagnia, voleva conoscere tutto: chiedeva che gli inviassero dall’Europa «lettere sì lunghe che bisognassero otto giorni per leggerle»; e anch’egli non avrebbe mai smesso di scrivere: «Quando  incomincio  a  parlare  della  Compagnia  non  so  più  come  uscire dall’argomento, non so più come finire la mia lettera…, ma bisogna terminare, mio malgrado,  perché  i  vascelli  devono  partire.  Non  trovo  migliore  conclusione  che giurare  a  tutti  della  Compagnia  che  se  io  dovessi  dimenticarla,  che  si  dissecchi prima la mia mano destra!». «Compagnia di Gesù, compagnia d’Amore», questa era la bella definizione che ne dava, e non temeva di apparire sentimentale, quando narrava: «Vi faccio sapere, fratelli carissimi, che dalle lettere che mi avete scritto ho ritagliato i vostri nomi, scritti dalla vostra stessa mano e, assieme alla formula della mia professione, li porto sempre con me, per la consolazione che ne ricevo»: infatti teneva tutto in una piccola custodia che portava sul petto. Come  è  ovvio,  egli  sentiva  soprattutto,  con  indicibile  fedee  passione,  la «compagnia» di Ignazio. Conclude così una lettera che gli invia: «Termino pregando la santa carità vostra,  venerando  Padre  dell’anima  mia,  mentre  vi  scrivo,  in  ginocchio  per  terra, come  se  foste  davanti  a  me,  di  raccomandarmi  molto a  Dio  Nostro  Signore… perché mi doni la grazia di conoscere in questa vita la Sua santissima volontà, e la forza di compierla fedelmente. Amen. La stessa preghiera faccio a tutti quelli della Compagnia. Vostro minimo e inutile figlio, Francesco». La  tenerezza  del  «Padre»  non  era  minore:  «Tutto  tuo,  senza  poterti  mai dimenticare. Ignazio», così gli scriveva… E  Francesco:  «Con  le  lacrime  ho  letto  queste  parole  e  con  le  lacrime  le trascrivo  ricordandomi  del  tempo  passato  e  del  molto  amore  che  sempre  avete avuto  e  avete  per  me…  Mi  scrivete  di  quale  grande  desiderio  abbiate  di  vedermi, prima  di  terminare  questa  vita.  Dio  sa  quale  emozione  hanno  suscitato  nell’anima mia queste parole…». Non   sono   espressioni   estenuate   di   un   nostalgico   sentimentale:   sono 1’attaccamento forte e invincibile di un credente che si inoltrava, per Cristo, là dove nessuno era ancora giunto, rischiando continuamente torture e morte. Forse 1’espressione che meglio unisce il Maestro al Discepolo, nella stessa passione per la stessa obbedienza, è in queste parole di Francesco: «È  peggio  della  morte  il  vivere  lasciando  Cristo,  dopo  averlo  conosciuto per seguire le proprie opinioni o inclinazioni… Non vi è al mondo una pena simile a questa». Ma torniamo a Ignazio, che sarà canonizzato lo stesso giorno di questo suo figlio prediletto. Alla  passione  missionaria  egli  legava,  in  forma  ugualmente  stringente, quella educativa. Perciò   volle   che   i   suoi   figli   diventassero   gli   educatori   delle   nuove generazioni  cristiane:  nelle  corti  dei  re  e  dei  nobili,  come  nelle  più  prestigiose università, come nei più piccoli villaggi. Uno  dei  loro  più  celebri  educatori  –  Juan  Bonifacio  –  quand’  era  ancora giovanissimo insegnava lettere umanistiche a Medina del Campo, verso la metà del secolo XVI. Usava dire che «formare i bambini significa rinnovare il mondo!». E non sapeva quanta ragione avesse: tra quei ragazzi della sua scuola c’era il piccolo Juan de Yepes, il futuro Dottore mistico, san Giovanni della Croce. I primi collegi gesuiti in Italia furono fondati a Padova nel 1542,  a Bologna nel 1546, a Messina nel 1548. In  particolare  –   per  l’enorme  prestigio   e   influenza  che  acquisterà   in brevissimo tempo – ricordiamo quel «Collegio Romano» aperto nel 1551: «Schola de  grammatica,  d’humanità  e  dottrina  cristiana  gratis»,  si  leggeva  simpaticamente sul cartello posto sulla prima casa affittata allo scopo. Cinque anni dopo questo collegio sarà già riconosciuto come Università (è l’attuale «Gregoriana»). Prima  che  Ignazio  muoia,  e  dunque  in  poco  più  di  un  decennio  oltre  alle normali  case  per  la  formazione  e  la  vita  dei  suoi  membri  –  la  Compagnia  avrà aperto  ventun  collegi  in  Italia,  diciotto  in  Spagna,  quattro  in  Portogallo,  due  in Francia, cinque in Germania, cinque in India, tre in Brasile, uno in Giappone. E l’intero Istituto conterà già undici Province  religiose, con un  migliaio di membri. Quando  le  preoccupazioni,  soprattutto  quelle  economiche,  si  facevano assillanti, Ignazio esclamava:  «In confronto al tesoro di speranze che possediamo, tutto è poca cosa. Dio che ce le dà, non le deluderà» . Intanto il Fondatore viveva a Roma, nel centro della cristianità, desideroso che tale città diventasse «l’esempio e non lo scandalo del mondo». Guidava la vita della sua «Compagnia» con  una sola parola d’ordine nella quale  compendiava  tutta  la  sua  spiritualità:  «Ad  maiorem  Dei  Gloriam»:  cercava sempre e in ogni modo di accrescere la Gloria di Dio. Servire Cristo, servire la Chiesa: e raggiungere in questa assoluta dedizione le più alte vette della contemplazione. Assomigliare ai più grandi mistici, ma dentro la più obbediente dedizione a Cristo nella concretezza della sua Chiesa. Coniarono   per   lui   una   nuova   formula:   «In   actione   contemplativus»: contemplativo nell’azione. Celebri   sono   rimaste   le   sue Regole per   sentire   con   la   Chiesa,   che scandalizzano tutti i ben pensanti perché le può capire solo chi è preda di un grande amore e di una grande fede. Annotava dunque Ignazio: «Per  non  sbagliare,  dobbiamo  sempre  ritenere  che  quello  che  vediamo bianco sia nero, se lo dice la Chiesa gerarchica. Perché crediamo che quello Spirito che  ci  governa  e  ci  sorregge,  per  la  salvezza  delle  nostre  anime,  sia  lo  stesso  in Cristo Nostro Signore, che è lo Sposo, e nella Chiesa, che è la sua sposa. Infatti la nostra Santa Madre Chiesa è retta e governata dallo stesso Spirito e Signore Nostro il quale dettò i dieci Comandamenti» (Per il vero criterio che dobbiamo avere nella Chiesa militante, XIII Regola). «Lodare  più  che  criticare.  Costruire  più  che  demolire»:  questo  era  il  suo motto, rivelatore della sua particolare sensibilità ecclesiale. Era l’alba de131luglio 1556 quando a Roma si sparse velocemente la voce: «È morto il Santo!». Era accaduto quello che Ignazio attendeva ormai da cinque anni, da quando s’era ammalato gravemente. «Allora – scrisse egli nell’Autobiografia – pensando alla morte egli provava una tale allegria e una consolazione spirituale così grande, perché stava per morire, che  si  scioglieva  in  lacrime.  Questo  stato  gli  divenne  talmente  continuo  che  molte volte lasciava di pensare alla morte per non provare tanta consolazione» (n. 33). Una  delle  descrizioni  più  simpatiche  che  ci  restano  di  lui  è  quella  di  un padovano  che  lo  conobbe  e  lo  descrisse  così:  «Un  espannoleto,  picolo,  un  poco zopo, che ha l’ochi alegri». I santi – anche quando sono grandi e geniali – attraversano il nostro mondo con semplicità e familiarità. Ma seguendoli, incontriamo Dio.

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