Santa Chiara d’Assisi (11/08/2019)

Audio Vita di Santa Chiara d’Assisi  (Biografie e vite di santi, di Antonio Sicari)

Tratto da: Antonio Sicari, Il quarto libro dei RITRATTI DI SANTI, Jaca Book

«Io, Chiara, pianticella del nostro Santo Padre Francesco… .», così amava definirsi la nostra Santa di Assisi.

L’immagine risale forse al fatto che la madre di lei portava il nome di Ortolana e perciò si diceva che Chiara era stata da lei coltivata «come una piantina fruttifera nel giardino della Chiesa».

Certo fu Francesco a farla crescere e maturare, quando ella, diciottenne, si rifugiò da lui per chiedergli di consacrarla al Signore; ma è indubbio che Chiara assorbì la prima linfa dalla madre, donna di eccezionale forza e dolcezza.

In quegli anni di ferro, quando anche un breve viaggio era assai rischioso, ella aveva avuto il coraggio di attraversare il mare, per recarsi pellegrina in Terra Santa. E già era stata a Roma, a venerare la tomba degli Apostoli, e al Santuario di san Michele, sul Gargano.

E i racconti della madre dovettero essere il primo nutrimento di quella bambina.

Messer Ranieri di Bernardo che, in qualità di parente, conobbe da vicino Chiara fanciulla, testimonierà al processo di canonizzazione che la bambina, «quando stava a sedere con quelli di casa, voleva sempre parlare delle cose di Dio».

Il primo biografo, Tommaso da Celano, scrive con delicatezza che la grazia divina dovette prima impregnare a fondo le radici (cioè, la madre) «acciocché poi nella ramicella seguitasse copia di santità».

E madre e figlia furono così unitamente abbracciate dalla grazia di Dio, che Ortolana finirà la sua vita nel monastero di Chiara, lasciandosi condurre a Dio, nella sua vecchiaia, dalla figlia divenutale spiritualmente Madre.

Allora la vecchia Ortolana racconterà sottovoce alle consorelle d’avere sempre conosciuto il destino di quella bambina:

da quando aveva pregato dinanzi a un Crocifisso, nell’imminenza del parto, per chiedere protezione, e s’era sentita dentro una voce che le diceva: «tu partorirai una luce che riempirà il mondo!». Per questo l’aveva chiamata Chiara!

L’antico biografo avverte che quello era un secolo buio, in cui «il mondo appariva oppresso dalla sua incombente vecchiezza, e l’occhio della fede s’era offuscato, e sulle scorie del tempo s’erano accumulate le scorie dei peccati».

Ma Dio aveva mandato Francesco, il Sole splendente di Assisi, e poi Chiara «lampada luminosissima per tutte le donne».

All’infanzia di lei non mancarono né la dolcezza, né la sofferenza.

La dolcezza, perché i ricordi di quegli anni sono già tutti impregnati di tenerezza francescana: una soccorrevole compassione per i diseredati, un amore precoce per il Crocifisso, una spontanea felicità durante le sue preghiere di fanciulla.

Dicevano che, dopo la preghiera, la bambina avesse «un buon odore di cielo».

Ma ci fu anche tanta sofferenza perché la famiglia di lei, quando la piccola aveva solo sei anni, dovette subire un lungo esilio, a Perugia, assieme ad altre famiglie nobili che avevano inutilmente osteggiato la nascita del governo comunale di Assisi. Non erano mancati incendi, saccheggi, rivolte.

Fu solo nel 1203, quando Chiara aveva quasi dodici anni, che poterono tornare in patria.

Con i fuoriusciti rientrarono ad Assisi anche i prigionieri di guerra, tra cui un giovane borghese, brillante e scapestrato, che sembrava essere impazzito in carcere: Francesco di Pietro Bernardone.

La cittadina venne subito messa a rumore dalle sue stranezze: dapprima s’era messo a riparare la vecchia chiesa diroccata di San Damiano, dove passava lunghe ore in preghiera; poi sulla pubblica piazza – chiamato in giudizio davanti al vescovo Guido – s’era spogliato di tutto, rinunciando ad ogni eredità e scegliendo di vivere come un pezzente.

Aveva gridato di non voler aver altro Padre se non quello dei cieli.

E i balconi del palazzo di Chiara, a fianco della cattedrale, s’affacciavano proprio sulla piazza di San Rufino.

La Leggenda dei tre compagni racconta che, mentre restaurava San Damiano, Francesco cantava, com’era solito fare un tempo, alla maniera dei giullari:

«Venite, aiutatemi in questa fatica!

Sorgerà qui un monastero di madonne, e per la fama di loro santa vita sarà glorificato in tutta la Chiesa il nostro Padre celeste».

Certo pensava alle fanciulle d’Assisi: l’avevano ammirato quando si atteggiava a cavaliere intrepido e cortese, ora l’avrebbero seguito nella sua avventura di «mendicante» del divino Amore.

Chiara intanto cresceva «benigna et gratiosa», come dicono i testimoni del tempo; buona al punto che una sua amica d’infanzia dirà – al processo di canonizzazione – che «credeva fermamente che lei fosse stata santificata nel ventre di sua madre».

E, ripensando ai buoni consigli da lei ricevuti al tempo della comune adolescenza, insisterà su queste espressioni dal sapore «mariano»: «Madonna Chiara era piena di grazia, e voleva che anche le altre ne fossero piene!».

S’avvicinava però il tempo di darle un buon partito: «la volsero mandare secondo la nobiltà sua magnificamente ad uomini grandi e illustri, ma essa in nessun modo poté essere indotta perché volse permanere in virginità e vivere in povertà», dice l’antico cronista.

La verità era che Chiara s’era già innamorata.

Aveva seguito da lontano l’avventura di Francesco e dei giovani d’Assisi che l’avevano seguito. Tra essi c’era Rufino, un cugino di Chiara. Vivevano alla Porziuncola, vicino a una cappelletta dedicata a Santa Maria degli Angeli. Lavoravano con le loro mani, vivevano di elemosina e si diceva che si prendessero cura dei lebbrosi, presso Rivotorto.

Da due anni ormai Chiara ascoltava, col cuore ferito, Francesco predicare la quaresima. L’ anno precedente era accaduto nella chiesa di San Giorgio, e quell’ anno – il 1210 –  addirittura in Cattedrale. Così aveva voluto il vescovo Guido, benché Francesco non fosse neppure prete.

Cominciarono così gli incontri segreti tra Chiara e Francesco. Incontri voluti da ambedue – dice il primo biografo – perché lei era «desiderosa di vedere e di ascoltare quell’uomo nuovo», e lui «colpito dalla vasta fama di una fanciulla così ricca di grazie, non meno desiderava di vederla e di parlarle.., per strappare al mondo quella nobile preda».

Ma aggiunge saggiamente: «entrambi regolano la frequenza dei loro incontri così che l’ardore divino non sia manifesto agli uomini e non ci sia pretesto alle insinuazioni».

Di nascosto, accompagnata dalla più cara amica (quella Bona di Guelfuccio che la giudicava «piena di grazia»), Chiara si recava da Francesco.

Le domande di lei non è difficile immaginarie: la ragazza voleva che le parole predicate indistintamente a tutti, Francesco le applicasse proprio a lei, alla sua vita, al suo incontenibile desiderio di Dio.

Le risposte, tramandate da Tommaso da Celano, sono piene di intimo fuoco.

Francesco «sussurra nelle sue orecchie le dolci nozze con Cristo» e Chiara «accetta con cuore ardente ciò che egli le manifesta del buon Gesù».

Quando la quaresima si avvicinò alla settimana santa, Francesco decise che era giunto il momento di rompere ogni indugio:

«Era prossima la festa solenne delle palme, quando la fanciulla con cuore ardente si reca dall’uomo di Dio per chiedergli che cosa debba fare e come, ora che vuol cambiare la sua vita. Il padre Francesco le ordina di accostarsi alle palme nel giorno festivo, in mezzo al popolo, ben vestita e adorna, e che la notte seguente, ‘uscendo dall’accampamento’ ‘converta la gioia del mondo nel lutto’ della passione del Signore. Così la domenica, nella folla delle donne, la fanciulla radiosa di splendore festivo entra in chiesa con le altre».

In cattedrale accadde quel giorno un presagio.

Quando giunse il momento in cui le fanciulle nobili dovevano salire all’altare, per ricevere dalle mani del vescovo la palma benedetta, prima della solenne processione, Chiara restò assorta al suo posto, probabilmente perduta dietro quel sogno divino che le riempiva il cuore.

Si vide allora il vescovo discendere i gradini dell’altare, per venire a portare la palma alla fanciulla: agli occhi di tutti, era un atto di paterna affettuosa condiscendenza; ma Chiara capì che Cristo veniva, per mezzo del suo ministro, a sceglierla come Sposa.

Cominciava la sua «settimana santa» di passione e di gloria. La notte seguente fuggì di casa, da un uscio secondario, per non esser vista, anche se dovette rimuovere prima un mucchio di legna e una pesante colonna di marmo che ne impediva l’apertura. Al mattino, tutti si chiedevano, come ella avesse potuto trovare tanta forza.

Ed eccola sola nel buio, scendere in fretta la collina d’Assisi verso Santa Maria degli Angeli, dove l’attendono Francesco e i suoi frati, con le torce accese.

Dopo aver cantato Mattutino, Francesco le taglia i lunghi capelli biondi, li copre con un velo nero, e ricopre le sue bianche vesti di fanciulla con un saio povero e scuro.

Intanto i frati cantano un Salmo di guerra con cui invocano Dio perché scenda con tutta la sua forza e la sua divina armatura, ad annientare gli avversari e combattere i nemici, per schierarsi a protezione dell’anima fedele che lo ha seguito «senza opporre resistenza alcuna».

Anche se a noi sembra strano, quel Salmo lo ha scelto proprio Francesco. Il fatto è che noi tendiamo a immaginarci quella fuga notturna come un episodio romantico e dolce, mentre Chiara e Francesco ben sapevano d’avere dichiarato guerra a una intera città. Se era stata traumatica e contestata la prima decisione di Francesco di «uscire dal mondo» (come egli scriverà nel suo Testamento), e se ancor più lo era stata quella dei tanti giovani che avevano preso a seguirlo, che cosa sarebbe accaduto ora che perfino una fanciulla nobile e ammirata si lasciava travolgere da quella follia, aprendo un varco che nessuno avrebbe potuto più chiudere?

Siamo nel 1212. A costo di anticipare troppo la nostra storia, possiamo già annunciare che nell’agosto del 1228 – quando Chiara domanderà al papa Gregorio IV il celebre «privilegio della povertà» – saranno già stati fondati in Italia almeno venticinque monasteri di clarisse. E alla morte di Chiara, i monasteri sparsi in tutto il mondo saranno almeno centotrenta.

Ma quella notte Chiara è sola; in fretta i frati la conducono in un monastero di benedettine tra Assisi e Perugia.

Avevano una sola arma per resistere all’imminente attacco:

quel diritto di asilo inviolabile che la Chiesa riconosceva ad ogni monastero, pena la scomunica. Davanti a quelle porte perfino gli imperatori dovevano arrestarsi.

Al loro arrivo i parenti trovarono Chiara inginocchiata ai piedi dell’altare, avvolta in quella veste indecorosa che li faceva fremere di sdegno.

«Trame avvelenate e promesse lusinghiere», così l’antico cronista definisce i tentativi messi in atto per distoglierla da quella «condizione umiliata, che non è all’altezza della famiglia e non ha precedenti nella contrada».

Ma quando i parenti (soprattutto un terribile zio che agisce come capo-famiglia) stanno per passare alle maniere spicce e violente – in fondo, per loro, Chiara non è una monaca, ma solo una ragazza capricciosa e infatuata – , ella compie quel gesto magnifico e irreparabile che nella società medievale era immediatamente compreso. Si toglie il velo e la testa malamente rasata dice a tutti che ella ha «ripudiato il mondo»; e intanto stende l’altra mano per afferrarsi alle tovaglie dell’altare, come un umile aggrapparsi alle vesti di Gesù, figlio di Dio.

Ora tutti sanno che la Chiesa-Madre difenderà gelosamente quella creatura, come intangibile proprietà di Cristo. E nessuno osa più stendere su di lei la sua mano.

Ma i parenti hanno visto giusto. Il varco aperto da Chiara è una porta attraverso la quale passeranno tante giovani donne. La prima a seguire Chiara è Agnese, sua sorella di sangue, quindicenne.

Anch’ella fuggì di casa, la successiva domenica in Albis, perché – dice il cronista – «le venne il mondo in disgusto e Iddio in desiderio», e a ciò non furono estranee le preghiere di Chiara che sognava d’averla con sé.

Questa volta i parenti non erano disposti a fermarsi: il solito zio, ancor più violento, giunse con i suoi armati; la ragazza venne strappata via dal monastero, malmenata, schiaffeggiata e trascinata via a forza.

La poverina tendeva le mani a Chiara, come se la sorella potesse difenderla da tanta violenza, diceva che «non voleva essere tolta a Cristo».

Non si sa bene quello che accadde. Lo stesso zio racconterà che l’avevano afferrata in quattro, ma erano riusciti a trascinarla, giù per il declivio del monte, solo per poche centinaia di metri. Poi quel corpicino da niente s’era fatto pesante, sempre più pesante. «Sembrava – dirà nel suo rozzo linguaggio – che avesse mangiato piombo tutta la notte».

La ragazzina era diventata irremovibile nel senso letterale del termine: non si riusciva più a smuoverla! Anzi, era lui, lo zio, che da quando l’aveva percossa con uno schiaffo, non riusciva più a muovere bene la mano, come se colto da paralisi.

Quando Francesco la consacrò a Cristo, recidendole con le sue mani i capelli, come aveva fatto con Chiara, le disse con dolcezza che aveva fatto onore al suo nome, Agnese: era stata davvero un agnellino che aveva trovato forza e robustezza combattendo per Gesù, Agnello innocente di Dio, immolato per nostro amore.

È giusto ricordare subito che anche Agnese è onorata dalla Chiesa come santa. E sarà lei a fondare in Italia il secondo monastero di clarisse.

Dopo Agnese, vennero tutte le amiche di Chiara, con quei loro nomi che sembravano augurio e presagio: Pacifica, Benvenuta, Amata, Angeluccia, Cecilia, Cristiana, Francesca, Lucia, Cristina, Benedetta… E poi altre fanciulle della contrada. Giungerà perfino la terza sorella di Chiara, Beatrice, e poi la mamma Ortolana, rimasta vedova, che si dedicherà davvero a coltivare il povero orticello del monastero.

Iniziò così la storia delle «povere Donne di san Damiano». Francesco ottenne che quella prima chiesetta ch’egli aveva riedificato (dove il grande Crocifisso bizantino gli aveva parlato) venisse adattata a monastero e posta sotto la protezione del vescovo Guido. Ed egli stesso scrisse, per loro, la prima «Formula vitae». Più che una regola, era una sorta di documento di alleanza tra i frati di Francesco e le suore di Chiara: «Poiché per divina ispirazione vi siete fatte figlie e ancelle dell’Altissimo sommo Re, il Padre celeste, e vi siete sposate allo Spirito Santo, scegliendo di vivere secondo la perfezione del Santo Vangelo, voglio e prometto da parte mia e dei miei frati di avere sempre di voi, come di loro, cura diligente e sollecitudine speciale.

È un testo di particolare valore, perché Francesco si esprime in maniera inusuale: non le chiama «Spose di Cristo» – come era ed è tradizione – ma «Spose dello Spirito Santo». Il motivo è che egli sta ricostruendo nella sua mente la vicenda dell’Annunciazione, quando Maria si era proclamata «Serva del Signore» e aveva «concepito di Spirito Santo» per dare alla luce il Figlio Santo di Dio.

Così le monache di San Damiano impararono subito non solo la «mistica sponsale» (la scelta appassionata di Cristo Sposo), ma anche la «mistica materna». Dovevano vivere quotidianamente il mistero dell’Incarnazione, abituandosi a essere «una culla vivente», un grembo, per il Figlio di Dio che chiede sempre di venire al mondo.

E Chiara lo mostrava quasi fisicamente.

Ecco la testimonianza che una monaca rese al Processo di canonizzazione:

«Suor Francesca di Messer Capitano di Col di Mezzo disse con giuramento… che una volta, nel primo giorno di maggio, vide nel grembo di madonna Chiara, avanti al suo petto, un mammolo bellissimo («mammolo» è il tenero nome medievale dato ai bambini che hanno ancora bisogno della mamma) tanto che la sua bellezza non si potrebbe esprimere; e la testimone, per il vedere quel mammolo, sentiva una indicibile soavità di dolcezza. E senza dubitare lei credeva che quel mammolo fosse il Figlio di Dio…».

Ma per disporsi a un tale mistero, condizione indispensabile era la povertà: «Non voler aver nulla, se non Nostro Signore».

Per questo ella le esortava «a conformarsi, nel piccolo nido della povertà, a Cristo povero che la madre poverella depose piccolino in un povero presepio».

Dice Tommaso da Celano che Chiara si portava addosso questo ricordo come una donna si appunta al petto un fermaglio d’oro. Celebre restò la questione del «privilegio della povertà».

Chiara ricorse più volte al Santo Padre perché voleva per iscritto, confermato dalla suprema autorità, il privilegio che le sue comunità restassero sempre assolutamente povere: che nessuno avesse mai potere di costringerle a possedere qualcosa, o di consigliarle in tal senso.

Se lo fece accordare la prima volta nel 1213 da papa Innocenzo III, lo richiese per iscritto nel 1228 a Gregorio IX che, quand’era ancora cardinale, le aveva scritto tante lettere affettuose, e l’aveva chiamata «sorella amatissima in Cristo, madre di salvezza dell’ anima mia».

Le aveva perfino detto: «Tu sarai responsabile di me nel giorno del Giudizio, se non ti prenderai cura della mia salvezza».

Ora era diventato papa e le chiedeva con affettuosa insistenza di ripensare alla questione della Povertà. Le ricordava che le circostanze della vita erano tante e tanti erano i pericoli del mondo. Un qualche possesso – anche se limitato – avrebbe meglio garantito i suoi monasteri, se non altro perché ne avrebbe assicurato la sopravvivenza e la libertà.

Ma Chiara non aveva voluto cedere. E il papa che si recò ad Assisi, per la canonizzazione di Francesco, si fermò apposta a San Damiano, per cercare di convincerla.

«Se hai paura per il voto che hai fatto – le disse a tu per tu – Noi te ne dispensiamo». La risposta che ne ebbe non fu priva di umorismo: «Santità – ribatté Chiara – , io non desidero in alcun modo di essere dispensata dal seguire Gesù Cristo».

E così Gregorio IX scrisse di suo pugno, sulla povera tavola del refettorio di San Damiano, il testo di quello strano privilegio («proposito di altissima povertà»); e lo fece – annota il cronista – «cum magna hilaritate»: con grande gioia; ma l’espressione insinua anche che il papa percepì l’ironia della situazione: tutti lo tormentavano per avere privilegi e benefici o dispense; quella donna lo aveva tormentato per ottenere da lui «il privilegio della povertà».

Prima di ripartire per Roma volle condividere il semplicissimo pasto delle monache.

Un cesto di pani era tutto ciò che esse potevano offrire e il papa costrinse Chiara a benedire la mensa.

Ed ecco che, al gesto di lei, proprio sotto gli occhi del Pontefice, la crosta dei pani si aprì leggermente, formando una croce ben delineata.

Così Gregorio IX poté mangiare pani davvero «benedetti» e capì che con quel miracolo gentile Gesù mostrava di approvare la povertà crocifissa e benedetta che Chiara aveva implorata come un dono.

Abbiamo un po’ anticipato il nostro racconto, toccandone, per così dire, i punti culminanti, perché dall’alto è più facile vedere l’insieme.

La vita della nostra Santa e delle sue sorelle fu tutta un’anticipata obbedienza (e poi una difesa di questa eredità) a quelle «ultime volontà per le suore di Chiara» che Francesco dettò nel 1226, prima di morire:

«Io piccolo frate Francesco voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signor Nostro Gesù Cristo e della sua Santissima Madre e perseverare in essa fino alla fine. E prego voi, mie Signore, e vi consiglio che viviate sempre in questa santissima vita e povertà. E guardatevi attentamente dall’allontanarvi mai da essa in nessuna maniera, per l’insegnamento o il consiglio di qualcuno».

La vita nel monastero era tutta impregnata di questa passione. In un’epoca in cui i movimenti pauperistici cadevano sistematicamente in uno spiritualismo eretico, Francesco e Chiara mostrarono che il problema era soltanto quello di amare veramente e personalmente Cristo povero.

Il problema non era di avere persone o comunità povere (questo erano in tanti a volerlo), ma di avere comunità e persone «ricche di povertà»: e questo è possibile solo a chi «corre dietro a Cristo», come a uno Sposo per il quale si è disposti a lasciar cadere ogni cosa.

Perciò chiunque oggi parla di «voto di povertà» come di una scelta vagamente «religiosa», tesa a contestare gli abusi sociali, la riduce a un’ideologia propria di intellettuali sofisticati, e per di più priva di reale incidenza storica: una ideologia ignota a tutta la spiritualità cristiana, e sconosciuta ai santi. E questo vale anche se ci si richiama a Cristo, trattandolo benignamente come esempio da imitare!

Chi non comprende questo, esalta volentieri la povertà di Francesco e di Chiara, ma si mostra poi molto imbarazzato e infastidito a descrivere gli altri aspetti della loro scelta.

Le penitenze di Chiara, ad esempio: aspre, incredibili.

I suoi digiuni prolungati («si alternavano – dice il cronista – giorni di insufficiente nutrimento a giorni di completa astinenza», tanto che Francesco dovette intervenire dandole l’obbedienza di mangiare «almeno un’oncia e mezzo di pane al giorno»); i suoi cilici insopportabili, fatti di setole di porco, portati sulla nuda carne; le lunghe notti passate in preghiera, prostrata in terra per ore e ore; il poco sonno preso giacendo su dei sarmenti («e aveva al capo una pietra del fiume»); il riservare a se stessa le incombenze più umili e disgustose (sosteneva che toccava proprio a lei «lavare i sedili delle inferme») e voleva lavare e baciare i piedi infangati delle suore che tornavano dalla questua.

Da tutto ciò la contestazione sociale è lontana, come lo è l’astrazione dall’amore. Vicinissimo a Chiara era invece il volto di Gesù Crocifisso, per cui si struggeva, e le lacrime le inondavano gli occhi, al punto che le sorelle temevano che perdesse la vista: «sembrava – scrive il primo biografo – che avesse sempre tra le braccia Cristo, bagnato da quelle lacrime, ricoperto da quei baci».

E ogni giorno, verso le tre del pomeriggio, ricordando la morte di Gesù, si flagellava duramente, perché «nell’ora della Sua passione non si poteva piangere tanto che bastasse».

Dell’educazione che ella impartiva alle novizie, si dice soltanto: «Insegnava alle novizie a piangere Cristo Crocifisso… e spesso, mentre le esortava singolarmente a questo, il pianto preveniva le parole».

Ma nessuno la vide mai triste. «Se è vero – osserva il cronista – che una dura penitenza fisica genera di solito depressione spirituale, l’effetto risplendeva in Chiara ben diversamente: in ogni sua mortificazione manteneva una sembianza gioiosa».

A ventun anni – per imposizione di Francesco – ricevette il titolo e l’autorità di Badessa, carica che ricoprì per quarant’anni.

«Comandava – raccontano le suore – con molto timore e umiltà».

Dire che guidava la comunità con l’esempio, è troppo poco. La conduceva mostrando in sé «lo splendore della verità».

«Quando tornava dall’orazione – racconta una di esse – le suore si rallegravano, come se fosse venuta dal cielo». «Pareva che tutti i beni fossero in lei» – insiste un’altra.

Tanto era severa con se stessa, tanto era «benigna e amorevole» con le sue monache. Diceva che una superiora deve sapere «consolare le afflitte ed essere l’ultimo rifugio delle tribolate». E non mancava di saggezza pedagogica: «Quando la santissima Madre mandava le suore serventi fuori dal monastero – rammentava una di esse – le esortava che, quando vedessero gli alberi belli, fioriti e fronduti, laudassero Iddio; e similmente quando vedessero gli uomini e le altre creature, sempre di tutte e in tutte le cose laudassero Iddio».

Bona di Guelfuccio, l’amica che l’aveva accompagnata fanciulla nei segreti appuntamenti con Francesco, e l’aveva poi seguita in monastero, restando con lei per tutta la vita, quando fu interrogata come testimone per la canonizzazione di Chiara, raccontò alcuni episodi della giovinezza. Ma poi quando dovette parlare dei lunghi anni della loro convivenza monastica, non riuscì a parlare: «della santità di Chiara, disse che fu tanta, che lei nel cuore ne serbava infinite cose, che con la lingua non sapeva dire, perché il parlare della madre santa Chiara era tutto un ammaestramento».

Dobbiamo tralasciare di raccontare i miracoli che accadevano di solito quando Chiara tracciava quel segno di Croce con cui pareva trasmettere sui malati e sulle cose il suo appassionato amore per Cristo. E Gesù le rispondeva coi prodigi. Tutti li consideravano quasi normali, perché capivano «che il Crocifisso Amato ricambiava l’Amante».

Dobbiamo tralasciare anche le visioni. Queste non le aveva solitamente Chiara, che sembrava sempre personalmente immersa nel divino. Erano le sue suore che a volte percepivano visibilmente la sua familiarità col Figlio di Dio.

Tuttavia è giusto almeno rievocare il celebre episodio dell’assalto dei mercenari Saraceni al monastero. Li aveva scagliati contro Assisi, per far dispetto al papa, Federico II che era stato il prediletto di Innocenzo III (che gli aveva fatto da tutore), ed era stato battezzato – come Chiara e Francesco – allo stesso fonte battesimale, nella cattedrale di Assisi. Molti lo consideravano ormai l’incarnazione dell’Anticristo.

La città si è preparata all’assedio, ma San Damiano è fuori dalle mura, e non c’è nessuno a difendere quelle «povere Donne».

Non ci sono neppure i frati. Francesco – che aveva avuto il coraggio di affrontare disarmato perfino il terribile Sultano Melek-el-Kamel –  è morto.

Chiara è da tempo malata, immobilizzata nel suo povero lettuccio di paglia, che ha dovuto accettare per obbedienza.

Si fa condurre davanti alla porta del monastero e davanti a sé fa mettere il cofanetto d’argento che custodisce l’Eucaristia. A fatica si prostra a terra. Quando già i crudeli Saraceni hanno scavalcato il muro di cinta del monastero, Chiara sfiora con le mani il prezioso cofanetto. Prega: «Signore, guarda tu queste tue serve, perché io non le posso guardare». E le due sorelle che sostengono Chiara odono – e ne daranno testimonianza giurata al processo di canonizzazione – la voce dolcissima di un bambino, proveniente dal tabernacolo, che dice: «Io ti difenderò sempre».

Nessuno sa quel che accadde. Improvvisamente però i Saraceni si ritirarono, senza osare avvicinarsi alla porta dove Chiara pregava. Alla sera di quel giorno, ella chiamò le due sorelle e fece loro giurare che, lei viva, non avrebbero mai raccontato a nessuno quel che avevano udito.

Non mancarono poi, anche nella vita di Chiara, quei tipici fioretti francescani nei quali la santità si manifesta come ritorno alla condizione paradisiaca; come capacità di farsi comprendere e amare perfino dagli animali.

Ecco il racconto di Suor Francesca durante il processo per la canonizzazione:

«Una volta madonna Chiara non si poteva levare dal letto per la sua infermità, e domandando che le fosse portata una certa tovagliola, e non essendo chi gliela portasse, ecco che una gattuccia, la quale era nel monastero, incominciò a tirare e strascicare quella tovagliola per portargliela. E allora madonna Chiara disse a quella gatta: ‘Cattiva, tu non la sai portare: perché la strascichi per terra?’. Allora quella gatta, come se avesse intesa quella parola, incominciò a ravvolgere quella tovagliola perché non toccasse terra».

Interrogata come sapesse le cose dette, rispose che madonna Chiara glielo aveva raccontato ella stessa.

Erano delle tovaglie «di delicatissimo tessuto» che Chiara, ormai anziana, immobilizzata sul suo pagliericcio da lunga malattia, continuava a filare, per farne corporali per la celebrazione della Santa Messa.

Li inviava alle chiese povere della provincia di Assisi – ne tessé più di cinquanta – perché il suo Gesù Eucaristia potesse esservi appoggiato in modo dignitoso.

E per ciascun corporale ella aveva fatto con le sue mani una custodia di cartone, foderata di seta: una invenzione che poi entrò nell’uso.

Finora il nostro racconto ha volutamente sorvolato sui rapporti tra Chiara e Francesco.

Sappiamo che Francesco si mostrò sempre estremamente riservato. Evitava perfino di fissare il volto delle donne che incontrava. Diceva che egli poteva riconoscere in faccia soltanto Chiara e Madonna Giacomina di Settesoli. E aveva per loro un’affezione particolare perché una gli ricordava Maria, quella che voleva sempre stare ad ascoltare Gesù, e l’altra Marta, che si dava tanto da fare per Lui.

Ma le visitava molto di rado. Il fatto è che doveva educare i suoi frati – in un’epoca difficile – a non eccedere in confidenza con quelle fanciulle che appartenevano a Cristo. Dicono che un giorno, davanti a certa eccessiva confidenza di qualche fraticello, abbia sospirato: «Il Signore ci ha tolto le mogli, e il diavolo ci procura delle sorelle!».

Da parte sua evitava perfino di pronunciare il nome di Chiara. Quando si riferiva a lei, la chiamava «Cristiana» per riconoscere che lei era tutta e soltanto di Cristo.

A chi lo rimprovera di troppa freddezza, Francesco rispondeva: «Non crediate che io non le ami pienamente… Non averne cura dopo averle chiamate sarebbe vera crudeltà. Ma io vi do esempio, perché facciate come ho fatto io».

Un giorno però accettò di recarsi a San Damiano dove Chiara e le sorelle desideravano ascoltare, per una volta, una sua predica.

Francesco entrò nel monastero, radunò la comunità, stette in mezzo a quelle sue figlie, pregando intensamente in silenzio. Poi chiese che gli portassero della cenere: la sparse a cerchio attorno a sé, come per collocarsi al suo giusto posto di povera creatura, e se ne cosparse il capo. Infine recitò lentamente il Salmo «Miserere», e uscì dal monastero lasciandole tutte in lacrime. Aveva predicato senza dire nemmeno una parola.

Questo significava per Francesco lasciarsi amare come segno di un Altro, essere padre come segno di un’altra infinita e misericordiosa Paternità. Qualcosa di ben diverso da tutte le scipite romanticherie che sono entrate nell’immaginazione di tanti che parlano troppo volentieri della vita affettiva dei santi.

In un’altra occasione si convinse a fare un’eccezione. Ascoltiamo il bel racconto dei Fioretti, perché è una pagina inarrivabile e intraducibile nella sua mistica bellezza:

«Santo Francesco, quando stava ad Ascesi, spesse volte visitava santa Chiara dandole santi ammaestramenti.

Ed avendo ella grandissimo desiderio di mangiare una volta con lui e di ciò pregandolo molte volte, egli non le voleva mai fare quella consolazione.

Onde vedendo i suoi compagni il desiderio di santa Chiara, dissero a santo Francesco: ‘Padre, a noi pare che questa rigidità non sia secondo la carità divina; che suora Chiara vergine così santa, a Dio diletta, tu non esaudisca in così piccola cosa, come è mangiare teco, ed ispecialmente considerando che ella, per la tua predicazione, abbandonò le ricchezze e le pompe del mondo. E, di vero, se ella ti domandasse maggiore grazia che questa non è, sì la dovresti fare alla tua pianta ispirituale’.

Allora santo Francesco rispose:

‘Pare a voi ch’io la debba esaudire?’.

E i compagni: ‘Padre, sì, degna cosa è che tu le facci questa consolazione’.

Disse allora santo Francesco: ‘Dappoi che pare a voi, pare ancora a me. Ma acciò ch’ella sia più consolata, io voglio che questo mangiare si faccia a Santa Maria degli Angeli; imperò ch’ella è stata lungo tempo rinchiusa in Santo Damiano, sicché le gioverà di vedere un poco il luogo di Santa Maria, ove ella fu tonduta e fatta isposa di Gesù Cristo; ed ivi mangeremo insieme al nome di Dio’.

Venendo adunque il dì ordinato a ciò, santa Chiara esce dallo monistero con una compagna, et accompagnata da’ compagni di santo Francesco viene a Santa Maria degli Angeli, e saluta divotamente la vergine Maria dinanzi allo suo altare, ov’ella era stata tonduta e velata, sì la menarono vedendo il luogo infino a tanto che fu ora di desinare.

Et in questo mezzo, santo Francesco fece apparecchiare la mensa in sulla piana terra, siccome era usato di fare.

E fatta l’ora di desinare si pongono a sedere assieme santo Francesco e santa Chiara, et uno delli compagni di santo Francesco colla compagna di santa Chiara, e poi tutti gli altri compagni si acconciarono alla mensa umilmente.

E per la prima vivanda santo Francesco cominciò a parlare di Dio sì soavemente e sì altamente e sì meravigliosamente che, discendendo sopra loro l’abbondanza della divina grazia, tutti furono in Dio ratti.

Et istando così ratti con gli occhi e con le mani levate in cielo, gli uomini di Ascesi e quelli della contrada d’intorno vedevano che Santa Maria degli Angeli e tutto il luogo e la selva… ardevano fortemente e parea che fosse un fuoco grande che occupava la chiesa e lo luogo e la selva insieme.

Per la qual cosa gli Ascesani con grande fretta corsero laggiù per ispegnere il fuoco, credendo fermamente ch’ogni cosa ardesse.

Ma giungendo allo luogo e non trovando ardere nulla, entrarono dentro e trovarono santo Francesco e santa Chiara e con tutta la loro compagnia ratti in Dio per contemplazione, sedere in quella mensa umile.

Di che essi certamente compresero che quello era stato fuoco divino e non materiale, il quale Iddio aveva fatto apparire miracolosamente a dimostrare e significare il fuoco dello divino amore dello quale ardevano le anime di quelli santi frati e sante monache; ond’essi tornarono con grande consolazione ne’ cuori loro, e con santa edificazione.

Poi, dopo grande ispazio, ritornando in sé santo Francesco e santa Chiara insieme con gli altri, e sentendosi bene confortati dallo cibo ispirituale, poco si curarono dello cibo corporale.

E così, compiuto quello benedetto desinare, santa Chiara bene accompagnata si ritornò a Santo Damiano… A laude di Cristo. Amen» (cap. xv).

Non c’è nella storia della santità cristiana un episodio che, meglio di questo, illustri e commenti l’insegnamento biblico che «l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».

In quale conto però Francesco tenesse Chiara è dimostrato dal fatto che ricorreva a lei per rassicurare il suo spirito. Così aveva fatto nei primi anni della sua avventura, quando s era a lungo dibattuto nella «grande dubitazione»: se egli doveva dedicarsi soltanto alla preghiera (a cui il suo spirito anelava) o se doveva anche impegnarsi nella predicazione, anch’essa così necessaria.

Aveva detto a frate Masseo: «Va’ a suora Chiara, e dille da mia parte, ch’ella con alcuna delle più spirituali compagne, divotamente preghino Iddio che gli piaccia dimostrarmi quale sia il meglio».

La stessa cosa fece chiedere a frate Silvestro, quello dei suoi frati che considerava più santo.

Quando frate Masseo tornò con la risposta, Francesco prima volle lavargli i piedi e preparargli il desinare (voleva infatti accogliere come si conviene il messaggero di Dio), poi gli si inginocchiò davanti, si mise con le braccia in croce e chiese:

«Che domanda ch’io faccia il mio Signore Gesù Cristo?».

La risposta concorde fu che egli doveva anche andare predicando per il mondo, «però ch’egli non t’ha eletto per te solamente, ma eziandio per la salute degli altri».

E Francesco si rialzò «con grandissimo fervore» dicendo:

«Andiamo, nel nome di Dio». Raccontano i Fioretti che egli obbedì con tanto entusiasmo che per via si mise a predicare anche agli uccelli i quali «cominciarono ad aprire i becchi, a stendere i colli, ad aprire l’ali, e riverentemente chinare i capi sino in terra, e con atti e con canti dimostrare che le parole del padre santo davano a loro grandissimo diletto».

Dobbiamo ancora ricordare che il celebre Cantico delle Creature Francesco lo cantò per la prima volta davanti a Chiara.

Cieco e febbricitante, col corpo ormai stigmatizzato, s’era eccezionalmente rifugiato in una celletta di stuoie, che i suoi frati gli avevano costruito nell’orto del monastero. Vi restò due mesi e Chiara gli tessé dei morbidi guanti per coprire quelle sante mani ferite; gli aveva preparato anche un unguento di aromi, per curare le piaghe sanguinanti.

E un giorno le suore lo sentirono cantare quella sua dolcissima poesia.

A Chiara Francesco confidò che l’aveva composta per l’intima gioia di una rivelazione notturna. Dio l’aveva misericordiosamente rassicurato d’avergli perdonato tutti i peccati, e che poteva esser certo della salvezza. Per questo egli si era sentito in pace e in ringraziamento verso tutte le creature!

Qualcuno disse che egli aveva pensato spontaneamente a Chiara, quando compose il verso:

«Laudato si’, mi Signore, per sora luna e le stelle

in celu l’hai formate chiarite

et pretiose et belle».

Si raccontava, a questo proposito, quel che Francesco aveva confidato a frate Leone (quello della «perfetta letizia») durante un viaggio da Siena a Perugia. Era quasi notte e i due si erano fermati a riposare vicino a un pozzo. Francesco s’era chinato a guardare lo specchio d’acqua sul fondo, su cui si rifletteva argentata la luna piena, ed era rimasto lì a lungo, incantato.

«Frate Leone, pecorella di Dio – aveva detto Francesco –  sai tu che cosa vedo nello specchio dell’acqua?».

«La luna nascente» – rispose frate Leone che conosceva la passione del santo per la bellezza del creato.

«No, frate Leone» – ribatté Francesco – «vedo il viso di sorella Chiara, puro e splendente come di chi vive nella grazia del Signore».

Ma anche se la portava sempre in cuore, egli si teneva lontano da San Damiano, perché – spiega l’antico biografo – sentiva la responsabilità di «privarle della sua presenza corporale, per unire più intimamente a Dio le sue figlie». Chiara invece non sentiva questo bisogno.

C’è a questo proposito una antica leggenda ricca di poesia. Accadde quel giorno che Francesco decise di partire per un lungo viaggio, e si recò a salutare le sorelle di San Damiano. Era inverno, e c’era la neve.

«Padre, quando ci rivedremo?» – domandò Chiara, nascondendo in cuore la sua pena.

«Forse, quando fioriranno le rose» – rispose Francesco, indicandole i rami nudi e spinosi di un rosaio.

«Sia fatta la volontà di Dio» – assentì Chiara umilmente.

Ed ecco che, mentre Francesco si allontanava, delle rose cominciarono a spuntare su quei gelidi rami. Chiara lo rincorse e gliele offrì con un sorriso. Le leggende popolari sanno trasmettere i loro segreti insegnamenti.

Storica è invece la pena che Chiara provò quel giorno che le annunciarono che Francesco era gravemente malato.

«Faceva amarissimo pianto, né poteva prender consolazione, temendo di non rivedere avanti la sua morte l’unico suo Padre dopo Dio, il beato Francesco, che era suo consolatore e maestro… il quale timore, per mezzo di un frate, significò al beato Francesco».

«Va’ a dire alla sorella Chiara – rispose Francesco al messaggero – che deponga ogni dolore e tristezza, perché ora non mi può vedere, ma sappia in verità che sì essa che le sue figlie mi vedranno e ne prenderanno grande consolazione».

E così avvenne. Il corteo funebre che accompagnava il suo beato corpo si mosse da santa Maria degli Angeli verso la chiesa di San Giorgio ad Assisi; giunti davanti al monastero San Damiano, esso si arrestò.

«E rimossa la grata di ferro per la quale erano solite comunicarsi e udire la parola del Signore, i frati tolsero quel santo corpo dal cataletto e lo sostennero sulle braccia, avanti la finestra per lungo spazio di tempo, sino a che madonna Chiara e le altre sorelle ne furono consolate».

Chiara sopravvisse a Francesco di ben ventisette anni, tutti passati a difenderne l’eredità e la memoria. La sua vecchiaia fu costellata di quella tenerezza che ella aveva imparato da lui, tenerezza che andava anzitutto e sempre al Santo Bambino del Presepio, a Cristo povero Crocifisso e all’Eucaristia.

Solo nell’ultimo Natale della sua vita Chiara si sentì un po’ triste:

«In quel momento del Natale, quando il mondo esulta per il Bambino appena nato, tutte le suore si avviano per il Mattutino al luogo della preghiera, lasciando sola la madre gravata dalle infermità. E, avendo cominciato a pensare a Gesù piccolino e a dolersi molto di non poter partecipare al canto delle sue lodi, sospirando gli dice: ‘Signore Iddio, eccomi lasciata qui sola per Te!’. Ed ecco, all’improvviso cominciò a risuonare alle sue orecchie il meraviglioso concerto che si faceva nella chiesa di Santo Francesco. Udiva i frati salmodiare nel giubilo, seguiva le armonie dei cantori, percepiva perfino il suono degli organi… E – prodigio ancora più grande – ella fu degna di vedere il presepio del Signore. Quando al mattino le figlie andarono da lei, la Beata Chiara disse: ‘Benedetto il Signore Gesù Cristo che quando voi mi avete abbandonata, non mi ha abbandonata. Ho udito per grazia di Dio tutte le cerimonie che sono state celebrate questa notte, nella chiesa di Santo Francesco ».

L’antico cronista si premura di osservare che il luogo lontano «non consentiva la percezione di quei suoni» e che «quella solennità era stata resa sensibile a lei per forza divina, oppure il suo udito era stato rafforzato oltre ogni possibilità umana».

Giuste osservazioni «tecniche»! E la Chiesa – persuasa che questi antichi racconti parlino davvero dell’opera della grazia di Dio, e che i moderni prodigi della tecnica siano solo una lontanissima imitazione dei miracoli – ne ha approfittato, nel 1938, per proclamare Chiara «patrona di tutti coloro che lavorano alla televisione».

Ma il miracolo maggiore di Chiara – assolutamente realistico e documentabile – fu quell’influsso materno che si irradiava anche in lontanissime nazioni e travolgeva chi neppure la conosceva e tuttavia la considerava Madre.

Furono così attratte da lei, vivente in un piccolo e lontano comune d’Italia, perfino principesse e regine come Isabella di Francia, Agnese di Praga, Elisabetta di Ungheria, Margherita vedova di re Ludovico, Bianca di Filippo v di Francia, Eufemia d’Asburgo, Elena di Portogallo, Salomè e Jolanda di Cracovia, Cunegonda regina di Polonia, Ermentrude di Bruges.

Basta accennare a una sola tra esse: Agnese, figlia di Ottokar I , re di Boemia, che rifiutò di sposare il figlio del grande imperatore Federico II per seguire quella lontana e sconosciuta madre, di cui le avevano parlato certi pellegrini venuti da Roma.

«Come ti amavano le viscere di tua madre, così io ti amo…» le scrisse Chiara, descrivendole amorosamente Gesù come «lo specchio della vita» che ella deve ormai usare per adornarsi in maniera davvero regale.

«Aggrappati povera a Cristo povero» è l’invito che Chiara non teme di rivolgere perfino a schiere di principesse e di regine.

Era ormai divenuta vecchia, ma non voleva morire; non prima che il papa le avesse definitivamente confermato, con tanto di sigillo pontificio, la Regola che lei stessa aveva scritto, al termine della sua esperienza.

Era il primo caso, nella storia della Chiesa, di una donna che scriveva una regola per altre donne.

E diceva che aspettava solo di poter baciare quel sigillo, e il giorno dopo morire.

E Innocenzo IV venne. Tornava dal Concilio di Lione, ed era stato assente dall’Italia per anni.

Entrò commosso nella povera celletta.

«Padre Santo», – disse Chiara morente – «ho bisogno di essere perdonata da tutti i miei peccati».

«Figlia mia» – le rispose il papa – «volesse il cielo che io avessi bisogno di perdono tanto quanto ne hai tu!».

Quando l’indomani giunse un cardinale a consegnarle la implorata Bolla pontificia, la baciò come aveva desiderato. Il giorno dopo morì.

Negli ultimi istanti l’avevano udita mormorare: «Vai sicura, perché hai una buona scorta. Vai sicura, perché Colui che ti ha creata ti ha santificata, e proteggendoti sempre, come una madre protegge suo figlio, ti amò con tenero amore».

Le chiesero a chi ella rivolgesse quelle parole. Rispose: «Io parlo alla mia anima benedetta».

E aggiunse: «Sii benedetto, Tu o Signore, che mi hai creata!».

* la festa di S. Chiara si celebra l’11 agosto


Audio Udienza

Santa Chiara d’Assisi

Cari fratelli e sorelle,

una delle Sante più amate è senz’altro santa Chiara d’Assisi, vissuta nel XIII secolo, contemporanea di san Francesco. La sua testimonianza ci mostra quanto la Chiesa tutta sia debitrice a donne coraggiose e ricche di fede come lei, capaci di dare un decisivo impulso per il rinnovamento della Chiesa.

Chi era dunque Chiara d’Assisi? Per rispondere a questa domanda possediamo fonti sicure: non solo le antiche biografie, come quella di Tommaso da Celano, ma anche gli Atti del processo di canonizzazione promosso dal Papa solo pochi mesi dopo la morte di Chiara e che contiene le testimonianze di coloro che vissero accanto a lei per molto tempo.

Nata nel 1193, Chiara apparteneva ad una famiglia aristocratica e ricca. Rinunciò a nobiltà e a ricchezza per vivere umile e povera, adottando la forma di vita che Francesco d’Assisi proponeva. Anche se i suoi parenti, come accadeva allora, stavano progettando un matrimonio con qualche personaggio di rilievo, Chiara, a 18 anni, con un gesto audace ispirato dal profondo desiderio di seguire Cristo e dall’ammirazione per Francesco, lasciò la casa paterna e, in compagnia di una sua amica, Bona di Guelfuccio, raggiunse segretamente i frati minori presso la piccola chiesa della Porziuncola. Era la sera della Domenica delle Palme del 1211. Nella commozione generale, fu compiuto un gesto altamente simbolico: mentre i suoi compagni tenevano in mano torce accese, Francesco le tagliò i capelli e Chiara indossò un rozzo abito penitenziale. Da quel momento era diventata la vergine sposa di Cristo, umile e povero, e a Lui totalmente si consacrava. Come Chiara e le sue compagne, innumerevoli donne nel corso della storia sono state affascinate dall’amore per Cristo che, nella bellezza della sua Divina Persona, riempie il loro cuore. E la Chiesa tutta, per mezzo della mistica vocazione nuziale delle vergini consacrate, appare ciò che sarà per sempre: la Sposa bella e pura di Cristo.

In una delle quattro lettere che Chiara inviò a sant’Agnese di Praga, la figlia del re di Boemia, che volle seguirne le orme, parla di Cristo, suo diletto Sposo, con espressioni nunziali, che possono stupire, ma che commuovono: “Amandolo, siete casta, toccandolo, sarete più pura, lasciandovi possedere da lui siete vergine. La sua potenza è più forte, la sua generosità più elevata, il suo aspetto più bello, l’amore più soave e ogni grazia più fine. Ormai siete stretta nell’abbraccio di lui, che ha ornato il vostro petto di pietre preziose… e vi ha incoronata con una corona d’oro incisa con il segno della santità” (Lettera prima: FF, 2862).

Soprattutto al principio della sua esperienza religiosa, Chiara ebbe in Francesco d’Assisi non solo un maestro di cui seguire gli insegnamenti, ma anche un amico fraterno. L’amicizia tra questi due santi costituisce un aspetto molto bello e importante. Infatti, quando due anime pure ed infiammate dallo stesso amore per Dio si incontrano, esse traggono dalla reciproca amicizia uno stimolo fortissimo per percorrere la via della perfezione. L’amicizia è uno dei sentimenti umani più nobili ed elevati che la Grazia divina purifica e trasfigura. Come san Francesco e santa Chiara, anche altri santi hanno vissuto una profonda amicizia nel cammino verso la perfezione cristiana, come san Francesco di Sales e santa Giovanna Francesca di Chantal. Ed è proprio san Francesco di Sales che scrive: “È bello poter amare sulla terra come si ama in cielo, e imparare a volersi bene in questo mondo come faremo eternamente nell’altro. Non parlo qui del semplice amore di carità, perché quello dobbiamo averlo per tutti gli uomini; parlo dell’amicizia spirituale, nell’ambito della quale, due, tre o più persone si scambiano la devozione, gli affetti spirituali e diventano realmente un solo spirito” (Introduzione alla vita devota III, 19).

Dopo aver trascorso un periodo di qualche mese presso altre comunità monastiche, resistendo alle pressioni dei suoi familiari che inizialmente non approvarono la sua scelta, Chiara si stabilì con le prime compagne nella chiesa di san Damiano dove i frati minori avevano sistemato un piccolo convento per loro. In quel monastero visse per oltre quarant’anni fino alla morte, avvenuta nel 1253. Ci è pervenuta una descrizione di prima mano di come vivevano queste donne in quegli anni, agli inizi del movimento francescano. Si tratta della relazione ammirata di un vescovo fiammingo in visita in Italia, Giacomo di Vitry, il quale afferma di aver trovato un grande numero di uomini e donne, di qualunque ceto sociale che “lasciata ogni cosa per Cristo, fuggivano il mondo. Si chiamavano frati minori e sorelle minori e sono tenuti in grande considerazione dal signor papa e dai cardinali… Le donne … dimorano insieme in diversi ospizi non lontani dalle città. Nulla ricevono, ma vivono del lavoro delle proprie mani. E sono grandemente addolorate e turbate, perché vengono onorate più che non vorrebbero, da chierici e laici” (Lettera dell’ottobre 1216: FF, 2205.2207).

Giacomo di Vitry aveva colto con perspicacia un tratto caratteristico della spiritualità francescana cui Chiara fu molto sensibile: la radicalità della povertà associata alla fiducia totale nella Provvidenza divina. Per questo motivo, ella agì con grande determinazione, ottenendo dal Papa Gregorio IX o, probabilmente, già dal papa Innocenzo III, il cosiddetto Privilegium Paupertatis (cfr FF, 3279). In base ad esso, Chiara e le sue compagne di san Damiano non potevano possedere nessuna proprietà materiale. Si trattava di un’eccezione veramente straordinaria rispetto al diritto canonico vigente e le autorità ecclesiastiche di quel tempo lo concessero apprezzando i frutti di santità evangelica che riconoscevano nel modo di vivere di Chiara e delle sue sorelle. Ciò mostra come anche nei secoli del Medioevo, il ruolo delle donne non era secondario, ma considerevole. A questo proposito, giova ricordare che Chiara è stata la prima donna nella storia della Chiesa che abbia composto una Regola scritta, sottoposta all’approvazione del Papa, perché il carisma di Francesco d’Assisi fosse conservato in tutte le comunità femminili che si andavano stabilendo numerose già ai suoi tempi e che desideravano ispirarsi all’esempio di Francesco e di Chiara.

Nel convento di san Damiano Chiara praticò in modo eroico le virtù che dovrebbero contraddistinguere ogni cristiano: l’umiltà, lo spirito di pietà e di penitenza, la carità. Pur essendo la superiora, ella voleva servire in prima persona le suore malate, assoggettandosi anche a compiti umilissimi: la carità, infatti, supera ogni resistenza e chi ama compie ogni sacrificio con letizia. La sua fede nella presenza reale dell’Eucaristia era talmente grande che, per due volte, si verificò un fatto prodigioso. Solo con l’ostensione del Santissimo Sacramento, allontanò i soldati mercenari saraceni, che erano sul punto di aggredire il convento di san Damiano e di devastare la città di Assisi.

Anche questi episodi, come altri miracoli, di cui si conservava la memoria, spinsero il Papa Alessandro IV a canonizzarla solo due anni dopo la morte, nel 1255, tracciandone un elogio nella Bolla di canonizzazione in cui leggiamo: “Quanto è vivida la potenza di questa luce e quanto forte è il chiarore di questa fonte luminosa. Invero, questa luce si teneva chiusa nel nascondimento della vita claustrale e fuori irradiava bagliori luminosi; si raccoglieva in un angusto monastero, e fuori si spandeva quanto è vasto il mondo. Si custodiva dentro e si diffondeva fuori. Chiara infatti si nascondeva; ma la sua vita era rivelata a tutti. Chiara taceva, ma la sua fama gridava” (FF, 3284). Ed è proprio così, cari amici: sono i santi coloro che cambiano il mondo in meglio, lo trasformano in modo duraturo, immettendo le energie che solo l’amore ispirato dal Vangelo può suscitare. I santi sono i grandi benefattori dell’umanità!

La spiritualità di santa Chiara, la sintesi della sua proposta di santità è raccolta nella quarta lettera a Sant’Agnese da Praga. Santa Chiara adopera un’immagine molto diffusa nel Medioevo, di ascendenze patristiche, lo specchio. Ed invita la sua amica di Praga a riflettersi in quello specchio di perfezione di ogni virtù che è il Signore stesso. Ella scrive: “Felice certamente colei a cui è dato godere di questo sacro connubio, per aderire con il profondo del cuore [a Cristo], a colui la cui bellezza ammirano incessantemente tutte le beate schiere dei cieli, il cui affetto appassiona, la cui contemplazione ristora, la cui benignità sazia, la cui soavità ricolma, il cui ricordo risplende soavemente, al cui profumo i morti torneranno in vita e la cui visione gloriosa renderà beati tutti i cittadini della celeste Gerusalemme. E poiché egli è splendore della gloria, candore della luce eterna e specchio senza macchia, guarda ogni giorno questo specchio, o regina sposa di Gesù Cristo, e in esso scruta continuamente il tuo volto, perché tu possa così adornarti tutta all’interno e all’esterno… In questo specchio rifulgono la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità” (Lettera quarta: FF, 2901-2903).

Grati a Dio che ci dona i Santi che parlano al nostro cuore e ci offrono un esempio di vita cristiana da imitare, vorrei concludere con le stesse parole di benedizione che santa Chiara compose per le sue consorelle e che ancora oggi le Clarisse, che svolgono un prezioso ruolo nella Chiesa con la loro preghiera e con la loro opera, custodiscono con grande devozione. Sono espressioni in cui emerge tutta la tenerezza della sua maternità spirituale: “Vi benedico nella mia vita e dopo la mia morte, come posso e più di quanto posso, con tutte le benedizioni con le quali il Padre delle misericordie benedisse e benedirà in cielo e in terra i figli e le figlie, e con le quali un padre e una madre spirituale benedisse e benedirà i suoi figli e le sue figlie spirituali. Amen” (FF, 2856).

BENEDETTO XVI Udienza Generale, Aula Paolo VI, Mercoledì, 15 settembre 2010

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

About admin