Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (Giacomo Leopardi)

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XXIII. Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. (Giacomo Leopardi)

Giovanni Lindo Ferretti ha deciso di salvare nella sua “cassaforte impermeabile” questa poesia di Leopardi. Gli ho chiesto di raccontare il perchè in poche righe. Eccole.

“La sua fortuna, ai miei occhi di giovane studente, era già tutta nel titolo. Così è da vecchio. L’incedere di una antica ballata a sostenere un anticipo del pensiero moderno. Pensiero più che comprensibile. La preziosità di linguaggio e la scansione ritmica lo rendono addirittura accattivante. Bella, bellissima, la leggo e la rileggo. Un solo problema, non da poco: per me la vita è bene. C’è il male, certo, a volte trionfante. Non sufficiente a distruggerla. Il secolo seguente, il XX, lo avrebbe dimostrato all’ennesima potenza. E potrebbe andar peggio ma non cambia la sostanza.

Quanto al “me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale ” mi ha sempre messo di buon umore. E lavorare? Mai? A casa mia tutti lavorano da sempre, qualcuno per necessità anche troppo, e si ringrazia il Cielo dell’opportunità. Chi si riposa poi non vede l’ora, fugace. Ma questa è una diatriba riducibile al povero/ricco, ben poco interessante caro Giacomo. A ognuno i suoi problemi.

Due precisazioni in merito alla pastorizia.

Ai contemporanei è difficile comprenderla essendo l’antitesi del loro essere, del loro mondo. La pastorizia è il permanere dell’arcaico negli anfratti, ai bordi, nelle aree dismesse della civiltà che è urbana. Comunque fino a ieri un rapporto dialettico e benefico per ambedue.

Errante è sinonimo di nomade ed errare, in questo caso, non è allontanarsi dal vero ma circoscriverlo in moto perenne che ricalca i passi di sempre.”


Anche Costanza Miriano ha scelto questa poesia. Questa la sua motivazione.

“Ho sempre provato una forte sorellanza per quest’uomo così serio nella sua ricerca di senso, così profondamente religioso, se con quella parola intendiamo lo spirito di chi cerca, così desolato di fronte al nulla che pensa sia l’unica riposta, così onesto nel riconoscere la propria incapacità a rispondere ai suoi interrogativi con le sole sue forze. L’uomo che con tutta la sua cultura, preparazione, bontà, sente comunque impresso a fuoco dentro di sé il timbro del vuoto, dell’assenza, della mancanza.”


Anche Elisa Calessi ha scelto questa poesia. Questa la sua motivazione.

” L’uomo è questo pastore che chiede alla luna, al cielo, al mondo, il significato. Di tutto e quindi di sé. Perché ci sei, luna? Perchè sorgi e tramonti? Qual è il senso del tuo vagare, come del mio? L’uomo, guardandosi attorno, non può non chiederselo. E Leopardi, qui, inchioda queste domande nella loro urgenza. Poi spietatamente descrive cos’è la vita dell’uomo. Fatica, dalla culla alla morte. E poi, però, dice anche qual è la differenza dell’uomo, che lo fa infelice e insieme grande di fronte a tutto il resto: Dimmi: perchè giacendo a bell’agio, ozioso, S’appaga ogni animale; Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?


Antologia completa.


Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,

contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

la vita del pastore.

Sorge in sul primo albore

move la greggia oltre pel campo, e vede

greggi, fontane ed erbe;

poi stanco si riposa in su la sera:

altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

al pastor la sua vita,

la vostra vita a voi? dimmi: ove tende


questo vagar mio breve,

il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,

per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

al vento, alla tempesta, e quando avvampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela,

varca torrenti e stagni,

cade, risorge, e piú e piú s’affretta,

senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colà dove la via

e dove il tanto affaticar fu vòlto:

abisso orrido, immenso,

ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

è la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,

ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento

per prima cosa; e in sul principio stesso

la madre e il genitore

il prende a consolar dell’esser nato.

Poi che crescendo viene,
l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

con atti e con parole

studiasi fargli core,

e consolarlo dell’umano stato:

altro ufficio piú grato

non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,

perché reggere in vita

chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,

perché da noi si dura?

Intatta luna, tale
è lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

e forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

che sí pensosa sei, tu forse intendi,

questo viver terreno,

il patir nostro, il sospirar,
che sia;
che sia questo morir, questo supremo

scolorar del sembiante,

e perir dalla terra, e venir meno

ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi

il perché delle cose, e vedi il frutto

del mattin, della sera,

del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

rida la primavera,

a chi giovi l’ardore, e che procacci

il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro
star
cosí muta in sul deserto piano,

che, in suo giro lontano, al ciel confina;

ovver con la mia greggia

seguirmi viaggiando a mano a mano;

e quando miro in cielo arder le stelle;

dico fra me pensando:

a che tante facelle?

che fa l’aria infinita, e quel profondo

infinito seren? che vuol dir questa

solitudine immensa? ed io che sono?

Cosí meco ragiono: e della stanza

smisurata e superba,

e dell’innumerabile famiglia;

poi di tanto adoprar, di tanti moti

d’ogni celeste, ogni terrena cosa,

girando senza posa,

per tornar sempre là donde son mosse;

uso alcuno, alcun frutto

indovinar non so. Ma tu per certo,

giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

che degli eterni giri,

che dell’esser mio frale,

qualche bene o contento

avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,

che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

quasi libera vai;

ch’ogni stento, ogni danno,

ogni estremo timor subito scordi;

ma piú perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

tu se’ queta e contenta;

e gran parte dell’anno

senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

e un fastidio m’ingombra

la mente, ed uno spron quasi mi punge

sí che, sedendo, piú che mai son lunge

da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

e non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

– Dimmi: perché giacendo

a bell’agio, ozioso,

s’appaga ogni animale;

me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? -

Forse s’avess’io l’ale

da volar su le nubi,

e noverar le stelle ad una ad una,

o come il tuono errar di giogo in giogo,

piú felice sarei, dolce mia greggia,

piú felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:

forse in qual forma, in quale

stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale.



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