O Gioia, tu sai bene che se soffro tanto… (Fabrice Hadjadj)

Fabrice_Hadjadj_-_Université_d'été_du_MEDEF_2008 Nicola Commisso ha deciso di salvare nella sua “cassaforte impermeabile” questo brano poetico tratto da un piccolo libro del 2011 di Fabrice Hadjadj, Giobbe o la tortura degli amici . Gli ho chiesto di raccontare il perchè in poche righe. Eccole.

“È un brano tratto da una piccola opera di Hadjadj, un dramma ispirato al libro di Giobbe. Lo considero un vero e proprio “inno alla gioia”, in grado di capovolgere lo sguardo disperato dell’uomo di fronte al dramma del male. La Gioia – intesa nella sua pienezza, in quel desiderio assoluto e inappagato di ogni uomo – diviene, così, la vera chiave di lettura dell’esistenza umana: la sofferenza è lo schiudersi verso di essa, il dolore è la voce che la chiama, la noia è il faro che dissolve le sue ombre. La vita è una promessa di bene.”

Antologia completa.

 


 

Scena 11, Giobbe solo

O Gioia, tu sai bene che se soffro tanto,

È a causa tua,

Perché non ti ho rinnegata.

O Gioia, tu sai bene che se grido così forte,

È a causa tua,

Perché sento ancora la tua chiamata.

E tu sai bene, o Gioia, che se mi rivolto davanti

all’orrore,

È a causa tua,

Perché non ho dimenticato il tuo sorriso.

Senza la tua vicinanza, il male mi sembrerebbe normale

e la morte non sarebbe amara.

Ma tu, la tua assenza mi accompagna ovunque,

sei qui,

Tu, il cui silenzio si eleva sopra le loro voci, sei qui,

Sposa bruscamente rapita ai miei occhi ma dipinta

Sotto le mie palpebre,

Piccola figlia scomparsa, e ogni cosa diviene il velo

che la ricorda e che la nasconde!

O Gioia, mio pungolo forante, mia passione gelosa,

mia amante che sgozza tutte le mie soddisfazioni

come altrettante concubine false e degradanti,

È necessario che tu non sia in me perché io mi accorga

di essere un recipiente interamente svuotato dal tuo straripamento?

È necessario che tu non sia in me come in un barile

Perché io mi tuffi in te come nel mare immenso?

È necessario che tu non ti rinchiuda in me come in una tana

perché io parta alla tua ricerca come verso un Regno?

Io non ti ho, ma tu mi circondi stringendomi.

Tu che mi sfuggi, sei proprio tu la sola che potrebbe guarirmi,

E siccome sto in agguato, pronto ad accoglierti,

attento al minimo refolo che annunci la tua venuta,

Tu m’impedisci di chiudermi nella mia corazza

E la mia testa è questa conchiglia fratturata

E la mia lingua è questa lumaca grottesca,

Che lascia con le sue parole più bava che sapere,

E tu non vieni a ridurre la frattura, no,

tu l’ingrandisci, tu l’allarghi ancora perché vi entri il mondo,

Ah! Venite amici miei, moglie mia,

Elifaz, Bildad, Zophar, Elihu

e quella giovane passate di cui ignoro il nome,

C’è spazio, oggi, tanto spazio,

Perché vi odio per le ingiurie che mi avete fatte,

Ma vi amo perché ora la mia ferita è grande abbastanza

per accogliervi tutti!

O Gioia, mi hai difeso contro una felicità d’acqua

stagnante in un flacone d’avorio

E mi esponi a questa apertura come un fiume che si

riempie per donarsi…

E forse non sei la gioia di Giobbe per meglio essere

quella di Giobbe con tutti,

E può darsi che tu non sia solamente la Gioia dei felici

per diventare anche la Gioia degli abbattuti e degli ottusi,

Gioia dei falliti e dei pesanti,

Gioia dei disperati e dei guastafeste,

Qui e ora,

In piedi, sull’orlo del precipizio, ancora

In questo momento di oscillazione spaventosa,

In questa enorme nausea sull’altalena del terrore,

O Gioia,

Ti attendo.

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