L’etica del paese delle fate (C.K. Chesterton)

smiling-g-k-chestertonChesterton,  L’etica del paese delle fate (Ortodossia, 1908)

Nicola Commisso ha deciso di salvare nella sua “cassaforte impermeabile” questo racconto di Chesterton. Gli ho chiesto di raccontare il perchè in poche righe. Eccole. Sotto il racconto.

“Testo folgorante di Chesterton che ha aperto uno squarcio sul mio modo di vedere il mondo. Distrugge, a colpi di filosofia e ironia, la presunzione dell’uomo moderno – saccente, vecchio e triste – restituendogli lo sguardo incantato e grato di un bambino. Da leggere e rileggere. Da meditare. Da vivere.”

Antologia completa.


Chesterton,  L’etica del paese delle fate (Ortodossia, 1908)

La mia prima e ultima filosofia, quella in cui credo con ininterrotta certezza, l’ho imparata da bambino. L’ho imparata perlopiù da una bambinaia: solenne e predestinata sacerdotessa della democrazia e della tradizione. Ciò in cui allora credevo più di ogni altra cosa, e in cui credo tuttora, sono le fiabe. Mi sembrano assolutamente ragionevoli. […] voglio illustrare ciò che nell’etica e nella filosofia trae nutrimento dalle fiabe. Se le descrivessi nei particolari, potrei cogliere i molti principi nobili e sani che ne derivano. Nella fiaba Jack l’ammazzagiganti c’è una lezione di cavalleria: i giganti dovrebbero essere uccisi perché sono giganteschi. È una virile ribellione contro l’orgoglio in quanto tale. […] c’è una lezione anche in Cenerentola, che è la stessa del Magnificat: exaltavit humiles. Anche in La Bella e la Bestia c’è una grande lezione: una cosa deve essere amata prima di essere amabile. C’è una terribile allegoria in La bella addormentata nel bosco, che racconta come una creatura umana alla nascita sia stata benedetta da molti doni, ma abbia ricevuto anche la maledizione della morte, poi attenuata in una condanna a lungo sonno. Non voglio occuparmi delle varie regole che governano il paese delle fate, ma dello spirito che anima la sua legge. […] Mi sta a cuore quel modo di considerare la vita che ho acquisito attraverso le fiabe, e che poi ho sperimentato con i fatti.

Questa concezione della vita si potrebbe esporre così. Esistono certe serie o certi sviluppi di eventi (casi che si susseguono) che sono, nel vero senso della parola, razionali e necessari. Rientrano in tale categoria le sequenze matematiche e puramente logiche. Nel paese delle fate (che sono le creature più razionali di tutte) la razionalità e la necessità sono ammesse. Per esempio, se le sorellastre sono più vecchie di Cenerentola, è necessario (senza ombra di dubbio) che Cenerentola sia più giovane delle sorellastre. Non c’è via d’uscita. […] Se tre fratelli montano tre cavalli, ci sono sei animali e diciotto gambe: questo è puro razionalismo e il paese delle fate ne è pieno. Ma quando ho fatto capolino oltre il confine del paese fatato e ho cominciato a osservare il mondo naturale, ho notato qualcosa di straordinario. Ho visto uomini dotti con tanto di occhiali che discorrevano delle cose che effettivamente accadono – l’aurora, la morte e così via – come se fossero realtà razionali e inevitabili. Parlavano come se il fatto che sugli alberi crescono i frutti fosse necessario quanto il fatto che due alberi più uno fanno tre. Ma non è così. C’è un’enorme differenza tra questo e il criterio del paese delle fate, che è il criterio dell’immaginazione. Non si può immaginare che due più uno non faccia tre, ma si possono facilmente immaginare alberi che invece dei frutti producano candelabri d’oro o tigri appese per la coda. […] Nelle nostre fiabe abbiamo sempre mantenuto la netta distinzione tra la scienza delle relazioni intellettive, che sono basate davvero su certe leggi, e la scienza dei fatti materiali, in cui non esistono leggi, ma solo bizzarre ripetizioni. […]

La peculiare perfezione di tono e verità che possiedono le fiabe per i più piccoli sta proprio in questo. L’uomo di scienza afferma: «Tagliate il gambo e la mela cadrà», ma lo dice in tutta tranquillità, come se la prima circostanza conducesse unicamente all’altra. La strega delle fiabe dice: «Suonate il corno e il castello dell’orco crollerà», ma non lo annuncia come se fosse qualcosa in cui dà per scontato che da tale causa derivi quell’effetto. Senza dubbio, lei ha dato quel consiglio a molti eroi e ha visto molti castelli crollare, eppure non perde né il suo stupore, né la sua ragione. La strega non si arrovella a immaginare una necessaria connessione mentale tra il suono di un corno e una torre che crolla. Ma gli uomini di scienza si incaponiscono a immaginare una connessione mentale tra una mela che cade dall’albero e una mela che raggiunge il suolo. Parlano come se il nesso tra due fatti fisicamente estranei potesse collegarli filosoficamente. Pensano che se un fatto incomprensibile segue costantemente un altro fatto incomprensibile, i due fatti insieme costituiranno in qualche modo qualcosa di comprensibile. […]

Nel paese delle fate si evita la parola «legge», ma nel mondo della scienza è un termine estremamente apprezzato. […] Una legge secondo la quale i tagliaborse devono andare in prigione implica l’esistenza di un’immaginabile connessione mentale tra l’idea della prigione e l’idea di tagliare le borse. E sappiamo qual è. Possiamo spiegare perché si toglie la libertà ad uomo che si prende delle libertà con gli altri. Ma non possiamo dire perché un uovo possa diventare un pollo più di quanto possiamo affermare perché un orso si possa trasformare in un principe azzurro. Come idee, l’uovo e il pollo sono molto più distanti di quanto non lo siano l’orso e il principe, perché nessun uovo di per sé suggerisce l’idea del pollo, mentre certi principi possono ricordare gli orsi. Ammesso, dunque, che certe trasformazioni accadano davvero, è fondamentale che le guardiamo con il criterio filosofico del paese delle fiabe, e non nel modo antifilosofico della scienza e delle «Leggi della Natura». Se ci chiedono perché le uova diventano uccelli o perché i frutti cadono in autunno, dobbiamo rispondere esattamente come avrebbe fatto la fata madrina se Cenerentola le avesse chiesto perché i topolini si erano trasformati in cavalli e perché il suo abito da ballo sarebbe svanito a mezzanotte in punto. Dobbiamo rispondere che tutto ciò accade per magia. Non è per una «legge», perché non siamo in grado di comprenderne la formula generale. Non è per una necessità, perché, sebbene in pratica possiamo contare sul fatto che accada, non abbiamo nessun diritto di affermare che debba sempre accadere. […] Avanziamo la remota possibilità di un miracolo, così come crediamo che ci possa capitare di mangiare una frittella avvelenata o che una cometa distrugga il pianeta. Non pensiamo che simili circostanze possano verificarsi, non perché sono un miracolo, e di conseguenza sono impossibili, ma perché sono un miracolo, quindi sono un’eccezione. Tutti i termini usati nei libri di scienze – «legge», «necessità», «ordine», «tendenza» e così via – non sono dettati dall’intelletto, perché presumono una capacità di sintesi interiore che non possediamo. Gli unici termini che ritengo adeguati per descrivere la natura sono quelli che si trovano nei libri di fiabe: «incantesimo», «sortilegio», «magia». Essi esprimono l’arbitrarietà e il mistero di ciò che accade. Un albero produce frutti perché è un albero magico. L’acqua scorre in discesa perché è stregata. Il sole splende per un incantesimo.

[…] sto solo cercando di descrivere le travolgenti emozioni che non possono essere descritte. E l’emozione più forte è stata quella di scoprire che la vita è altrettanto preziosa quanto sconcertante. È stata un’estasi perché era un’avventura, è stata un’avventura perché era un’opportunità. La bellezza di una fiaba non dipendeva dal fatto che ci fossero più draghi che principesse; una fiaba è bella e basta. La misura di ogni felicità è la gratitudine e io mi sentivo grato, anche se non sapevo esattamente nei confronti di chi. I bambini sono grati a Babbo Natale quando riempie le loro calze di dolci e giocattoli. Non potevo essergli grato anch’io per aver messo nelle mie calze un miracoloso paio di gambe? Noi ringraziamo chi ci regala una scatola di sigari o delle pantofole per il compleanno. Come potrei non ringraziare chi mi ha donato la vita? […] Stabilito tale concetto, si può passare al secondo grande principio della filosofia delle fate.

Chiunque può comprenderlo semplicemente leggendo le fiabe dei fratelli Grimm […]; la chiamerò la Dottrina della Gioia Condizionata. Touchstone[1] parlava della molta virtù racchiusa in un «se». Il messaggio delle fate di solito suona così: «Potrai vivere in un palazzo d’oro e zaffiri se non pronuncerai mai la parola “mucca”»; oppure: «Puoi vivere felicemente con la figlia del re se non le mostrerai mai una cipolla». Tutto è condizionato da un divieto. Tutte le cose sbalorditive e colossali che sono concesse dipendono da una piccola rinuncia. Tutti gli eventi pazzeschi e turbinanti che si scatenano sono determinati dalla trasgressione di un piccolo divieto. […] Nella fiaba una felicità incomprensibile riposa su una condizione comprensibile. Si apre una scatola e tutti i mali saltano fuori. Si dimentica una parola e scompaiono delle città. Si accende una lampada e l’amore svanisce. Si coglie un fiore e si spengono delle vite umane. Si mangia una mela e si perde la speranza in Dio.

[…] Questi concetti del mondo fatato sono talmente radicati in me da essere diventati la mia visione del mondo intero. Io sentivo e sento che la vita stessa brilla come il diamante, ma anche che è fragile come il vetro di una finestra, e ricordo di aver provato un brivido quando ho sentito raccontare che i cieli sono stati paragonati al terribile cristallo. Avevo paura che Dio lasciasse cadere l’universo schiantandolo in pezzi.

Ricordate, comunque, che una sostanza fragile come il vetro non necessariamente deve perire. Colpite un vetro e non durerà un istante, evitate di colpirlo e resisterà mille anni. Così, a quanto pare, è la gioia dell’uomo, sia nel paese delle fate che in terra. La felicità dipende dal non fare qualcosa che si potrebbe fare in qualsiasi momento, senza che, come spesso accade, la ragione di non farla sia evidente. Ora, tutto ciò io non l’ho trovato affatto ingiusto. Se il terzo figlio del mugnaio avesse detto alla fata: «Spiegami perché nel palazzo fatato non devo stare dritto sulla testa», la fata avrebbe lealmente risposto: «Bene, a questo punto spiegami che cosa ci sta a fare un palazzo fatato». Se Cenerentola dicesse: «Come mai devo lasciare il ballo a mezzanotte?», la fata madrina risponderebbe: «Come mai puoi restarci fino a mezzanotte?». Se nel mio testamento lascio a qualcuno dieci elefanti parlanti e cento cavalli alati, costui non potrà lamentarsi se le condizioni saranno eccentriche quanto il dono. A cavallo alato non si guarda in bocca. A me sembrava che l’esistenza fosse un’eredità talmente eccentrica da non potermi lamentare se non capivo i limiti della visione, quando in realtà non capivo la visione che essi limitavano. […]

Per questa ragione (si potrebbe definire la filosofia della fata madrina) non ho mai potuto unirmi ai giovani del mio tempo in quello che si definisce il generale sentimento di rivolta. […] non me la sono sentita di oppormi a qualsiasi legge semplicemente perché era misteriosa. […] posso solo fornire un esempio etico per dimostrare ciò che intendo. Non ho potuto mischiarmi al comune mormorio di quella generazione emergente contro la monogamia, poiché nessuna restrizione riguardo al sesso sembrava così astrusa quanto il sesso stesso. […] Appartenere a un’unica donna è un piccolo prezzo da pagare se paragonato a ciò che si riceve da essa. Lamentarsi di potersi sposare solo una volta era come lamentarsi di poter nascere una volta sola. L’eccitazione con cui si parlava di questo argomento era decisamente sproporzionata. Dimostrava non un’esagerata sensibilità nei confronti del sesso, ma, al contrario, un curiosa insensibilità. Un uomo che si lamenta di non poter entrare nel giardino dell’Eden attraverso cinque porte contemporaneamente è uno stupido. La poligamia è una mancanza di comprensione del sesso; è come un uomo che raccoglie cinque pere senza rendersene conto. […]

Ma qui è il caso di fare una considerazione importante: quando mi sono inoltrato nel clima intellettuale del mondo moderno, ho scoperto che esso era tangibilmente all’opposto della mia balia e delle fiabe per bambini riguardo a due questioni. […] Ho spiegato che le fiabe hanno creato in me due convinzioni: la prima è che il mondo è un luogo strano e stupefacente, che avrebbe potuto essere molto diverso, ma che è abbastanza piacevole; la seconda è che davanti a questa stranezza e a questa amabilità si possono accettare con modestia i limiti più bizzarri di tale bizzarra bontà. Ma ho scoperto che tutto il mondo moderno corre, come l’alta marea, contro entrambe le mie adorate convinzioni. […]

In primo luogo, ho scoperto che tutto il mondo moderno parla di fatalismo scientifico, dicendo che ogni cosa è come deve essere sempre stata, essendosi sviluppata senza imperfezioni dall’inizio. La foglia sull’albero è verde e non avrebbe potuto essere diversamente. Ora, il filosofo delle fiabe è contento che la foglia sia verde precisamente perché avrebbe potuto essere scarlatta. Ha l’impressione che sia diventata verde un istante prima che la guardasse. […] Il filosofo delle fate sente che qualcosa è stato fatto. Ma i grandi deterministi del XIX secolo si opponevano strenuamente a questa sensazione spontanea che qualcosa fosse accaduto un istante prima. Infatti, secondo loro, non è mai accaduto nulla da che esiste il mondo. […]

Il mondo moderno, così come io l’ho trovato, si basava fondamentalmente sul calvinismo moderno, sulla necessità che le cose fossero come sono. Ma quando ho provato a chiedere spiegazioni, ho scoperto che nessuno possedeva una prova concreta dell’ineluttabile ripetizione degli eventi, a parte il fatto di constatare che essi si ripetono. […]

Eppure, nella natura, la ripetizione a volte sembrava infervorata dall’emozione, come un maestro adirato che ripete continuamente la stessa cosa agli scolari. I fili d’erba, tutti puntati nella stessa direzione come dita, sembravano volermela indicare; le stelle sembravano pendere dal cielo in massa per farsi vedere. Il sole avrebbe richiamato a sé la mia attenzione se si fosse levato mille volte. L’universo replicava i suoi eventi al ritmo folle di un incantesimo e io cominciavo a intravedere un’idea.

Il materialismo smisurato che domina la mente moderna si basa sostanzialmente su un presupposto, un falso presupposto. Si ritiene che se qualcosa continua a ripetersi è probabilmente perché essa è morta, come un meccanismo di orologio. La gente crede che se l’universo fosse un essere vivente danzerebbe. Questo è un errore anche in rapporto a fatti conosciuti. Perché la varietà delle cose umane, generalmente, è dettata non dalla vita ma dalla morte, dal morire oppure dallo spezzarsi della forza o del desiderio. Un uomo modifica i propri comportamenti appena qualcosa lo affatica o gli manca. Prende un autobus se è stanco di camminare o cammina perché è stanco di stare seduto. Ma se la sua vita e la sua gioia fossero così gigantesche da permettergli di andare a Islington senza stancarsi, potrebbe andarci regolarmente, come il Tamigi va a Sheerness[2]. La rapidità e l’estasi della sua vita avrebbero l’immobilità della morte. Il sole di alza ogni mattina. Io non mi alzo ogni mattina e la differenza non è dovuta alla mia attività, ma alla mia inerzia. […] Ciò che intendo dire lo si può vedere, per esempio, nei bambini quando fanno un gioco o uno sport che li appassiona particolarmente. […] I bambini hanno una vitalità esuberante e sono pieni d’istintività e di entusiasmo: per questo motivo vogliono sempre ripetere e non cambiare ciò che fanno. Dicono ogni volta: «Fallo ancora», e l’adulto lo ripete fino alla sfinimento. Perché i grandi non sono abbastanza forti per godere della monotonia, ma forse Dio lo è. Può darsi che ogni mattina Dio dica: «Fallo ancora» al sole e ogni sera dica: «Fallo ancora» alla luna. Forse non è un’automatica necessità a rendere le margherite tutte uguali, forse Dio crea ogni margherita separatamente, ma non si stanca mai di farlo. Probabilmente possiede in eterno lo stesso entusiasmo dell’infanzia; noi siamo invecchiati perché abbiamo peccato e nostro Padre è più giovane di noi. […]

Ma il pensiero moderno ha colpito anche la mia seconda tradizione umana. È andato contro l’idea dei limiti e delle severe condizioni poste dal mondo delle fate. […] Ho detto che unicamente le fiabe possono esprimere la mia idea che la vita non è solo un piacere ma una specie di eccentrico privilegio. Posso esprimere l’altro sentimento di cosmica intimità accennando a un libro che tutti, me compreso, abbiamo letto da ragazzi, Robinson Crusoe, e che deve la sua eterna vivacità al fatto di celebrare la poesia dei limiti, o meglio, lo strano romanticismo della prudenza. Crusoe è un uomo su un piccolo scoglio, con le poche comodità strappate al mare: le pagine migliori del libro sono quelle che descrivono la lista degli oggetti salvati dal naufragio. La poesia più bella è un inventario. Ogni utensile da cucina è idealizzato perché Crusoe avrebbe potuto gettarlo in mare. È un buon esercizio, nelle ore vuote o nei momenti difficili nella giornata, osservare qualsiasi cosa, il secchio del carbone o la cassa dei libri, e considerare quanto si possa essere contenti di averli portati dalla nave che affondava fino all’isola deserta. Tuttavia, un esercizio migliore di questo è ricordare come tutte quelle cose si sono salvate per un soffio dall’essere inghiottite mentre la nave affondava. Ogni uomo ha rischiato l’orribile eventualità di una nascita prematura, seguendo così la sorte di tanti bambini non nati. Quando ero ragazzo sentivo spesso parlare di geni mancati o boicottati, ed era consuetudine dire di tanti che erano un Avrebbe Potuto Essere Un Grande. Secondo me, è un fatto molto più concreto e sorprendente che l’uomo comune, come se ne incontrano tanti, sia un Grande Avrebbe Potuto Non Essere.

Pensavo davvero (una fantasia che può sembrare stupida) che l’ordine e il numero di tutte le cose fosse come la romantica lista di resti della nave di Crusoe. Il fatto che esistano due sessi e un sole era come sapere che c’erano due fucili e un’ascia. Era assolutamente necessario che nessuno di quegli oggetti andasse perduto; ma, in qualche modo, era divertente anche che non si potesse aggiungere nulla. Gli alberi e i pianeti erano come gli oggetti salvati dal naufragio e quando ho visto il monte Cervino mi sono rallegrato che non fosse stato perso nella confusione. Sentivo di dover fare economia quando si trattava di stelle, che consideravo come zaffiri: […] accumulavo le colline. Poiché l’universo è un gioiello unico, ed è naturale parlare di un gioiello qualificandolo come senza pari e senza prezzo, in questo caso tali termini sono letteralmente appropriati. Il cosmo è davvero senza pari e senza prezzo: non ne esiste un altro. […]

Queste sono le mie posizioni definitive nei confronti della vita: […] ora le sintetizzerò a grandi linee. […] Primo: il mondo non spiega se stesso. Può essere un miracolo, spiegabile con il soprannaturale, oppure può essere un gioco di prestigio, con una spiegazione naturale. Ma la spiegazione del gioco di prestigio, per soddisfarmi, dovrà essere più convincente di tutte le spiegazioni naturali che ho sentito. Vera o falsa che sia, si tratta comunque di magia. Secondo: sono giunto alla conclusione che anche la magia deve avere un senso, e per avere senso deve esserci qualcuno che lo dà. C’è un’impronta personale nel mondo, come in un’opera d’arte; qualunque cosa voglia dire, la dice violentemente. Terzo: ho sempre creduto che lo scopo del mondo, nel suo disegno originario, fosse bello, nonostante alcuni difetti, come i draghi. Quarto: il modo più giusto per ringraziare è assumere un atteggiamento di umiltà e di moderazione: dovremmo ringraziare Dio per la birra e per il Borgogna non bevendone a dismisura. Dovremmo anche obbedienza a chi ci ha creato, chiunque sia. E da ultimo e più strano: mi è venuta in mente la vaga e grandiosa intuizione che in qualche modo ogni cosa sia un avanza da mettere via e custodire religiosamente, salvato dalla rovina primordiale. L’uomo ha salvato il suo bene, come Crusoe ha salvato i suoi beni: li ha salvati da un naufragio.

[1] Nome del personaggio del buffone della commedia di Shakespeare, “Come vi piace”.

[2] Islington è un quartiere della zona nord di Londra. Sheernes è una cittadina della conte del Kent, nel sud-est dell’Inghilterra.

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