Notte dell’inferno (Arthur Rimbaud)

una stagione all'inferno“Notte dell’inferno”

da Una stagione in inferno (Une Saison en enfer) di Arthur Rimbaud (1873) (Traduzione di Ivos Margoni e Cesare Colletta)

Zingonia Zingone ha deciso di salvare nella sua “cassaforte impermeabile” questo brano di Arthur Rimbaud . Racconta il perchè a suo figlio con queste parole.

“Rimbaud ti fa entrare nel vivo dei tormenti giovanili con un brano intenso e contraddittorio come l’adolescenza stessa. Mette a fuoco il baratro. E il passo falso. È un delirio pieno di luci che rimandano a Dio. Oltre alla bellezza della prosa poetica, il poeta fa emergere la sua consapevolezza del bene e del male. Sebbene affermi che è il battesimo a costringerlo all’inferno – i pagani non conoscono inferno – sa di viverlo a causa delle sue riprovevoli azioni: un uomo che vuol mutilarsi è dannato sul serio.”

Antologia completa.

 


Notte dell’Inferno

Ho ingoiato una formidabile sorsata di veleno. – Tre volte benedetto il consiglio che mi è giunto! – Le viscere mi bruciano. La violenza del veleno mi torce le membra, mi rende deforme, mi rovescia a terra. Muoio di sete, soffoco, non posso gridare. È l’inferno, la pena eterna! Guardate come il fuoco si rialza! Brucio come si deve. Va’, demonio!

Avevo intravisto la conversione al bene e alla felicità, la salvezza. Come posso descrivere questa visione? l’aria dell’inferno non tollera inni! Erano miriadi di creature deliziose, un soave concerto spirituale, la forza e la pace, le nobili ambizioni, che so?

Le nobili ambizioni!

Ed è ancora la vita! – Se la dannazione è eterna! Un uomo che vuole mutilarsi è dannato sul serio, non è vero? Mi credo in inferno, dunque ci sono. È l’adempimento del catechismo. Io sono schiavo del mio battesimo. Genitori, avete fatto la mia rovina e voi la vostra. Povero innocente! L’inferno non può colpire i pagani. – È ancora la vita! Poi, le delizie della dannazione saranno più profonde. Un delitto, presto, che io cada nel nulla, secondo la legge degli uomini.

Taci, ma taci dunque!… Qui, la vergogna, il rimprovero: Satana che dice che il fuoco è ignobile, che la mia rabbia è spaventosamente stupida. – Basta!… con gli errori che mi suggeriscono: magie, falsi profumi, musiche puerili. – E dire che ho in mano la verità, che vedo la giustizia: ho un giudizio sano e sicuro, sono pronto per la perfezione… Orgoglio. – La pelle del mio cranio si secca. Pietà! Signore, io ho paura. Ho sete, tanta sete! Ah! l’infanzia, l’erba, la pioggia, il lago sui sassi, il chiaro di luna quando al campanile scoccavano le dodici… il diavolo sta sul campanile a quest’ora. Maria! Vergine Santa!… – Orrore della mia stupidità.

Laggiù, non vi sono forse delle anime oneste, che mi vogliono bene?… Venite… Ho un guanciale sulla bocca, non mi sentono, sono fantasmi. E poi, nessuno pensa mai agli altri, mai. Non avvicinatevi. Puzzo di bruciato, è sicuro.

Le allucinazioni sono innumerevoli. È proprio quello che ho sempre avuto: più nessuna fede nella storia, la dimenticanza dei princìpi. Non ve ne parlerò: poeti e visionari sarebbero gelosi. Sono cento volte il più ricco, siamo dunque avari come il mare.

Questa poi! l’orologio della vita si è fermato poco fa. Non sono più al mondo. – La teologia è seria, l’inferno è certamente in basso – e il cielo in alto. – Estasi, incubo, sonno in un nido di fiamme.

Quante malizie nell’attenzione nella campagna… Satana, Ferdinando, corre con le sementi selvatiche… Gesù cammina sui rovi porporini, senza piegarli… Gesù camminava sulle acque irritate. La lanterna ce lo mostrò in piedi, bianco con le trecce brune, sul fianco di un’onda di smeraldo…

Ora svelerò tutti i misteri: misteri religiosi o naturali, morte, nascita, avvenire, passato, cosmogonia, nulla. Sono maestro di fantasmagorie.

Ascoltate!…

Ho tutti i talenti! – Non c’è nessuno qui e qualcuno c’è: non vorrei sperperare il mio tesoro. – Volete canti negri, danze di urì? Volete che io scompaia, che mi tuffi alla ricerca dell’anello? Lo volete? Farò dell’oro, dei farmachi.

Abbiate dunque fiducia in me, la fede conforta, guida, risana. Voi tutti venite, – anche i fanciulli, – che io vi consoli, che si effonda per voi il suo cuore, – quel cuore meraviglioso! – Poveri uomini, lavoratori! Io non chiedo preghiere; solo con la vostra fiducia sarò felice.

– E pensiamo a me. Tutto ciò non mi fa rimpiangere molto il mondo. Sono fortunato se non soffro di più. La mia vita non fu che dolci pazzie, è increscioso.

Bah! facciamo tutte le smorfie immaginabili.

Decisamente, siamo fuori dal mondo. Più nessun suono. Il tatto mi è scomparso. Ah! mio castello, mia Sassonia, mio bosco di salici. Le sere, i mattini, le notti, i giorni… Come sono stanco!

Dovrei avere il mio inferno per l’ira, il mio inferno per l’orgoglio, – e l’inferno della carezza; un concerto di inferni.

Muoio di stanchezza. È la tomba, me ne vado ai vermi, orrore dell’orrore! Satana, buffone, tu vuoi dissolvermi, con le tue malìe. Lo esigo. Lo esigo! Un colpo di forca, una goccia di fuoco.

Ah! risalire alla vita! Dare un’occhiata alle nostre deformità. E quel veleno, quel bacio mille volte maledetto! La mia debolezza, la crudeltà del mondo! Mio Dio, pietà, nascondimi, mi comporto troppo male! – Sono nascosto e non lo sono.

È il fuoco che si ravviva con il suo dannato.

 

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