Nuovi strani amici (Dino Buzzati)

Nuovi strani amici (novella di Dino Buzzati)

Franco Nembrini ha deciso di salvare nella sua “cassaforte impermeabile” questa novella di Dino Buzzati. Gli ho chiesto di raccontare il perchè in pochissime righe. Eccole.

“Descrizione paradossale del Paradiso e dell’Inferno rispettivamente come esaltazione del desiderio e morte del desiderio.”

Antologia completa.

 

 

 


 

Nuovi strani amici (Dino Buzzati)

Come fu morto, Stefano Martella, direttore di una società di assicurazioni – il quale aveva soggiornato, peccato, lavorato e vinto la sua partita sulla superficie della terra per quasi cinquant’anni – si trovò in una meravigliosa città, fatta di edifici suntuosi, strade ampie e regolarissime, giardini, ricchi negozi, ricche automobili, cinema e teatri, gente ben nutrita ed elegante, limpido sole, tutto bellissimo a vedersi. Egli camminava placidamente per un viale ed al suo fianco un signore molto gentile gli dava le spiegazioni. “Lo sapevo” pensava tra se “non poteva essere diverso; ho lavorato per tutta la vita, ho provveduto ai miei, ho lasciato ai figli una sostanza rispettabile, ho fatto insomma il mio dovere; eccomi perciò in paradiso.”
Il signore che lo accompagnava disse di chiamarsi Francesco e di trovarsi là da una decina d’anni. “Soddisfatto?” gli chiese il Martella con un sorriso di complicità, quasi la domanda fosse ridicolmente superflua. L’altro lo guardò fissamente: “Come posso dire di no?” rispose. E si misero a ridere.
Era Francesco un funzionario della municipalità o lo faceva per semplice cortesia? Condusse il Martella da una strada all’altra, da una meraviglia ad una meraviglia più grande. Tutto era perfetto, ordinato, pulito, senza odori cattivi né frastuoni. Camminarono un bel pezzo senza che il Martella, il quale era abbastanza corpulento, avvertisse stanchezza.
A un angolo era ferma una macchina, bella, bellissima, con dentro un autista in livrea che aspettava. “E’ la sua” disse Francesco, e invitò il Martella a salire. Su questa macchina fecero ancora un lungo giro. L’ospite guardava la gente per le vie, uomini e donne di ogni età e di varia condizione sociale, tutti però ben vestiti e di aspetto florido. Avevano tutti un’espressione favorevole; c’era tuttavia sui volti una specie di fissità, quasi di segreta noia. “Per forza” si disse il Martella “non possono mica continuare a sorridere di felicità per tutto il giorno.”

Giunsero ad un palazzo, uno dei più belli. “E’ la sua casa” disse Francesco e invitò l’altro ad entrare. La villa che il Martella aveva posseduto nel mondo era una catapecchia al paragone. Come nelle favole. Tutto c’era: saloni, studio, biblioteca, sala da biliardo e una serie di altre comodità che è inutile enumerare; giardino, naturalmente, con tennis, galoppatoio, piscina, laghetto con pesci. E dappertutto servitori che aspettavano ordini,

Con l’ascensore salirono all’ultimo piano. Ivi era, tra l’altro, un incantevole salone da musica, con una vetrata immensa da cui lo sguardo spaziava. Il Martella ristette meravigliato: per quanto sforzasse la vista, non riusciva a scorgere il limite della città: terrazze, cupole, grattacieli, torri, pinnacoli, stendardi al vento e poi ancora cupole, terrazze, pinnacoli, torri, stendardi, sempre più lontani più lontani; pareva non finissero mai. Poi un’altra cosa: non si vedevano campanili. Allora, lui domandò: “E le chiese? Non ci sono chiese?”, “Mah” rispose Francesco, e pareva stupito per l’ingenuità, “qui non dovrebbe essercene bisogno, vero?”
“E Dio?” domandò il Martella (in cuor suo non gliene importava un bel niente, ma gli sembrava doveroso, se non altro per cortesia, informarmi circa il padrone di casa, il signore di quel regno). “E Dio? Mi ricordo che al catechismo, da piccolo, mi dicevano che in paradiso si gode la vista di Dio. Da quassù non si vede?” Francesco rise, in tono un po’ beffardo a dire il vero: “Eh, caro Martella, scusi se glielo dico, ma adesso forse pretende un po’ troppo, mi sembra”. (Ma perché rideva in quel modo antipatico?) “Ciascuno ha il suo giusto paradiso, naturalmente, conforme alla sua natura. Che cosa le può interessare Dio, se non ci ha mai creduto?” Al che l’altro non insistette; dopo tutto, che gliene importava?
Visitarono non tutta la casa, che sarebbe stato troppo lungo, ma le cose principali; l’insieme prometteva una esistenza beata. Poi Francesco propose di andare al circolo: Il Martella vi avrebbe trovato un gruppo di cari amici. Intanto, mentre uscivano, l’ex direttore di assicurazioni volle cavarsi una curiosità: con accento furbesco, quasi per celia, sussurrò alla sua guida: “E donnette? Ce ne sono di graziose donnette?”. (Non che per la via non ne avesse vedute; una più bella dell’altra, anzi; ma voleva proprio sapere se lui, alla sua età, senza rimetterci in prestigio, avrebbe potuto eccetera eccetera.) “Che domande” fece l’altro, divertito, ma sempre con quel tono beffardo. “Vuole che manchino proprio qui in paradiso?”
Al circolo, una residenza degna di monarchi, sette otto signori di cospicua levatura sociale furono intorno al Martella, con cordialità di vecchi amici. Lui ebbe l’impressione di averne conosciuti già due; gli venne anzi il vago sospetto che fossero stati due colleghi, chissà, suoi rivali, a cui forse aveva giocato qualche brutto tiro; ma di preciso non riusciva a ricordare. Nessuno dei due del resto diede segno di riconoscerlo.
“Eccoti qui dunque anche tu!” disse il più vecchio di quei signori, bianco di capelli, dignitosissimo, che lo contemplava avidamente. “Contento? Contento?”

“Eh, per forza contento” risposte il Martella, centellinando un aperitivo che gli era stato subito offerto.
“Perché dici per forza?” intervenne un altro, magro, sulla trentina, con una faccia un po’ tipo Voltaire, una piega delle labbra alquanto ironica ed amara.
“Credi proprio che sia obbligatorio essere contenti?”
“Non cominciare con le tue solite storie, ti prego” gli disse subito il vecchio, come se quelle parole lo avessero infastidito. “Per mio conto dico che è praticamente obbligatorio. Tutto quello che ci faceva penare laggiù” e fece con la destra un cenno bizzarro, che il Martella non aveva mai visto, evidentemente un gesto convenzionale e assai comune nell’aldilà, per indicare la primiera esistenza “tutto quello che ci faceva penare laggiù adesso è scomparso.”
“Tutto, proprio tutto? Anche gli scocciatori?” fece il Martella per mostrarsi di spirito.
“Spero bene” disse il vecchio signore. “E malattie? Neanche un raffreddore?”
“Malattie? Allora perché si sarebbe in paradiso?” e accentuò l’ultima parola, chissà perché, quasi la disprezzasse. “Tranquillizzati” confermò il magro fissando bene negli occhi il nuovo compagno, “inutile aspettarsi malattie, non verranno.” “E che cosa ti fa pensare che io ne aspetti? Ne ho avuto abbastanza, direi” disse il Martella e si compiacque che gli fosse venuta fuori così, spontaneamente, una facezia.
“Non si sa mai, non si sa mai” insisteva l’altro, né si capiva se scherzasse o no. “Non sperare di poter stare qualche giorno in letto con la febbre… O di avere un bel mal di denti… Neppure una storta, neanche una volgarissima storta ci è concessa!”
“Ma perché gli parli così? Non sono mica disgrazie!” esclamò il vecchio; quindi, rivolto all’ospite: “Non badarci, sai, lui si diverte a scherzare”.
“Eh, ho ben capito” disse il Martella con stentata disinvoltura, perché invece si sentiva in imbarazzo. “Qui insomma il dolore non esiste.”
“Non c’è dolore, caro mio” ribadiva il signore canuto, “e quindi non ospedali, non manicomi, non colonie sanatoriali.” “Giusto!” approvò il magro. “Su, spiegagli bene tutto!” “Ecco” continuò il vecchio signore, “noi non abbiamo dolori.
E poi qui nessuno ha paura. Di che dovrebbe aver paura? Vedrai, non ti capiterà più di sentire il cuore che batte.” “Neanche quando si fanno dei brutti sogni, degli incubi?” “E perché vuoi avere degli incubi? Non credo neppure si sogni, da noi. Che io mi ricordi da quando sono qui non ho mai sognato una volta.”
“Ma desideri, desideri ne avrete, dico.”
“Desideri di che? Se abbiamo tutto. Che cosa resta da desiderare? Che cosa ci manca?”
“E le cosiddette… Le cosiddette pene d’amore?”
“Neanche queste, naturalmente. Né desideri, né amore, né rimpianti, né odi, né guerre, ti dico: tutto assolutamente tranquillo.” Ma a questo punto il giovane si alzò, da seduto che era, in piedi; una espressione dura sul volto. “Non pensarci nemmeno” disse al Martella con impeto. “Cavatelo dalla mente. Qui, siamo tutti felici, intesi? Niente ti costerà fatica, non sarai mai stanco, on avrai sete, mai ti farà male il cuore alla vista di una donna, mai dovrai aspettare la luce dell’alba, rivoltandoti sul letto, come una liberazione. Non abbiamo nostalgie, né rimorsi, niente di fa più paura, non c’è più neanche la pura dell’inferno! Siamo felici, te ne vuoi persuadere?” (Qui si fermò un attimo, quasi colto da pensiero sgradito.) “E poi…, e poi specialmente una cosa: sulle prime non ci si pensa, eppure è tutta qui la questione: da noi non esiste la morte, capisci? Non abbiamo più la facoltà di morire; che bellezza, vero? Ne de-fi-ni-ti-va-men-te” (e sillabava la parola) “definitivamente esonerati… Ha un bel passare il tempo, oggi è uguale a ieri, domani uguale ad oggi, niente di male ci potrà mai succedere.” (La voce qui si fece lenta e grave.) “La morte! Ti ricordi quanto la odiavamo? Come ci amareggiava la vita! E i cimiteri, te li ricordi? E i cipressi, e i lumini nella notte, e i fantasmi, i fantasmi con le catene che uscivano dalle tombe?… E il pensiero dell’aldilà, le discussioni che si facevano, quel mistero, ti ricordi? Oh, ma chi ci pensa oramai… Qui tutto è diverso, qui siamo liberi finalmente, non c’è nessuno che ci stia ad aspettare alla porta. Che soddisfazione, vero? Che bellissima festa!”
Il vecchio signore aveva ascoltato lo sfogo con crescente apprensione. Ora intervenne duramente: “Smettila, ti dico, smettila. E’ mai possibile perdere così il controllo?”
“Il controllo? E che me ne importa? E perché lui non deve sapere?” esclamò il magro, beffeggiando; e rivolto al Martella: “Sei venuto anche tu qui a mrcire, non hai ancora capito? A migliaia ne arrivano come te, ogni giorno, lo sai? E trovano la loro automobile, il castello, i teatri, le donnine, gli spassi… e non hanno malattie, né amore, né paure, né rimorsi, né desideri, né niente!”
Era troppo. Senza tumulto ma con estrema fermezza, tre dei presenti, fra cui il vecchio, afferrarono il giovane per le braccia, traendolo di forza all’uscita, come avesse contravvenuto ad un geloso patto dal quale dipendesse la comune esistenza. D’altra parte, la prontezza dell’intervento denotava che non era una novità; scenate del genere dovevano avvenire abbastanza spesso.
Il giovane fu spinto fuori dalla porta e poi giù dalla scalinata verso il giardino, ma continuava a gridare, sempre indirizzato al Martella: “Guardali, i bei palazzi, i giardini, i gioielli. Divertiti, se sei capace. Ma non capisci che abbiamo perso tutto? Ma non hai ancora capito che…”, qui le parole furono soffocate, come gli avessero importo un bavaglio.
La frase terminò in un borbottio informe che il Martella non potè decifrare. Non importava, oramai; una voce sottile, estremamente precisa, gli diceva ciò che l’altro non era riuscito. “Ma non hai ancora capito” diceva questa voce “che noi siamo all’inferno?”
L’inferno? Con quei palazzi, quei fiori, e tante leggiadre creature? Quello, l’inferno? Che assurdità! Eppure Stefano Martella si guardava intorno smarrito, sentendosi rovesciare il cuore. Si guardava intorno come invocando una smentita. Ma intorno gli stavano sei sette volti impeccabili, dalla pelle liscia, ben nutrita, volti misteriosi che lo fissavano, le labbra socchiuse a una regolamentare letizia. Un servitore si avvicinò, porgendogli un altro bicchiere. Lui bevve un sorso con disgusto; si sentiva orribilmente solo, abbandonato dal genere umano: poi lentamente si riprese, fissò anche lui in faccia i cari amici, unendosi alla disperata congiura. E tutti insieme, con fatica miseranda, tentavano di sorridere.

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