Vita comune (D. Bonhoeffer)

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Vita comune (D. Bonhoeffer)

Don Andrea Lonardo ha deciso di salvare nella sua “cassaforte impermeabile” questo libro. Gli ho chiesto di raccontare il perchè e lui lo ha fatto aprendo il suo cuore.

“Ho letto Vita comune di Bonhoeffer da liceale. L’edizione che posseggo ora ha ancora i segni di matita che facevo allora! Il mio vice-parroco me la regalò, come fece con gli altri di quel gruppo giovanile della parrocchia dei Protomartiri che lui guidava. Da allora è un compagno di viaggio che non mi abbandona mai.

Non sapevo che lo splendido libro del pastore luterano Dietrich Bonhoeffer venne scritto dopo che nel 1937 era stato chiuso dai nazisti il Seminario per predicatori da lui diretto a Finkenwalde[1]. Non sapevo che Vita comune era stato scritto da Bonhoeffer nel 1938 durante una vacanza a Gottinga nella casa della sorella gemella , tra una partita di tennis e la musica di P.E. Bach, nell’estate che vide la maggior parte dei pastori protestanti aderire a Hitler. Non sapevo che Il libro era stato pubblicato poi nel 1939: sapevo solo che Bonhoeffer, che apparteneva invece alla cosiddetta “chiesa confessante”, si era poi opposto al nazismo ed era stato per questo imprigionato e ucciso. Non sapevo che con Vita comune avesse voluto lasciare memoria dell’esperienza di chiesa vissuta a Finkenwalde e avesse voluto metterla per iscritto in quella “regola” che è appunto Vita comune, per certi aspetti simile alle antiche regole di comunità fraterne scritte da tanti Padri della Chiesa.

Invece, mi colpì come un testo esistenziale, immediatamente vero. Mi colpì come Bonhoeffer distingueva l’esperienza – all’inizio gratificante e poi necessariamente deludente – di un gruppo di amici che si erano trovati emotivamente bene in una qualche esperienza (come era successo a me adolescente nei campi estivi parrocchiali) da una comunità cristiana che ha al centro Cristo. Nella Vita comune la prima è chiamata “comunità psichica”, la seconda “comunità cristiana” o “comunità spirituale”.

Dalle sue parole imparai cosa è la Chiesa. Imparai che la Chiesa nasce dove si cerca di rispondere alla Parola del Signore e alla sua chiamata. Imparai che non c’è comunità cristiana che non abbia necessità del silenzio e della preghiera personale. Imparai cosa vuol dire che nella Chiesa le persone non si scelgono a vicenda perché si trovano simpatiche, ma si accettano l’un l’altra perché Cristo le ha poste a camminare insieme.

Mi colpiva come Bonhoeffer – anche se per lui luterano la Confessione non poteva essere un sacramento alla maniera cattolica – pretendeva che i fratelli ricevessero il perdono solo confessando il peccato ad un fratello che li avrebbe assolti a nome di Cristo, semplicemente perché così aveva detto Gesù. Mi colpiva come per lui non ci potesse essere comunità cristiana senza mettere al centro la Cena del Signore.

Tanta strada ho fatto da allora, ma in quella lettura giovanile – sulla quale poi tante volte sono ritornato – ho imparato cosa sia la Chiesa. Quella della Vita comune non è un’ecclesiologia teorica, teologicamente astratta. Ma, nella concretezza delle indicazioni che Bonhoeffer offriva in maniera chiara e forte, percepii immediatamente che la Chiesa si raduna per volontà di Cristo, intorno a Cristo e per annunziare Cristo. Quanto diversa da come l’avevo vista fino ad allora, da adolescente narcisista, come gruppo di persone che si auto-sceglievano a vicenda per vivere secondo i loro gusti, senza essere debitori di alcunché al mondo.

Compresi per quella lettura (paradossalmente opera di un cristiano non cattolico) – e insieme per l’esperienza vissuta in parrocchia mentre la leggevo – che non si può costruire alcuna comunità cristiana senza mettere al centro l’Eucarestia. La forza di una comunità cristiana non sta nella volontà di chi vi aderisce, ma nel riferimento a Cristo.

Vita comune è anche un momento della mia conversione.

Scrive Bonhoeffer nella Vita comune:

« A te, o Dio, nel raccoglimento sale la lode in Sion (Salmo 65,2). Molti cercano la comunione per paura della solitudine. Siccome non sanno più rimanere soli, sono spinti in mezzo agli uomini. Anche cristiani, che non riescono a risolvere i loro problemi, sperano di trovare aiuto dalla comunione con altri. Di solito, poi, sono delusi e rimproverano alla comunità ciò che è colpa loro. La comunità cristiana non è una casa di cura per lo spirito; chi, per sfuggire a se stesso, entra nella comunità, ne abusa per chiacchiere e distrazione, per quanto spirituale possa sembrare il carattere di queste chiacchiere e di questa distrazione. In realtà egli non cerca affatto comunione, ma l’ebbrezza che possa fargli dimenticare per un momento la sua solitudine, e proprio così crea la solitudine mortale dell’uomo.

Chi non sa rimanere solo tema la comunità. Infatti egli arrecherà solo danno a sé e alla comunità. Solo ti sei trovato di fronte a Dio quando ti ha chiamato, solo hai dovuto seguire la sua chiamata, solo hai dovuto prendere su di te la tua croce, lottare e pregare solo, e solo morrai e renderai conto a Dio. Non puoi sfuggire a te stesso; infatti è Dio che ti ha scelto. Se non vuoi restare solo, respingi la vocazione rivolta a te da Cristo e non partecipare alla comunione degli eletti.

Ma vale pure il contrario: Chi non sa vivere nella comunità si guardi dal restare solo. Tu sei stato chiamato alla comunità, la vocazione non è stata rivolta a te solo; nella comunità degli eletti porti la tua croce, lotti e preghi con loro. Non sei solo nemmeno nella morte, e al giudizio universale sarai solamente un membro della grande comunità di Gesù Cristo. Se sdegni la comunione con i fratelli rifiuti la chiamata di Gesù Cristo e la tua solitudine non può che portarti male.

Ambedue le cose vanno insieme. Solo nella comunità impariamo a vivere come si deve, e solo essendo soli impariamo a inserirci bene nella comunità. Una cosa non precede l’altra: ambedue incominciano insieme, cioè con la chiamata di Gesù Cristo. Ognuna delle due presa a sé ci mette di fronte a profondi abissi e gravi pericoli. Chi desidera comunione senza solitudine, precipita nella vanità delle parole e dei sentimenti; chi cerca la solitudine senza la comunità, perisce nell’abisso della vanità, dell’infatuazione di se stesso, della disperazione.

Chi non sa restare solo tema la comunità. Chi non è inserito nella comunità tema la solitudine».

 

[1] Finchenwalde è l’odierna Zdroje, vicino Stettino. Lì Bonhoeffer fu alla guida del locale Seminario (1935-37). Non lontano da Zdroje è l’odierna Krosinko (Tychowo), corrispondente alla tedesca Klein-Krössin, dove viveva Maria von Wedemeyer, la ragazza diciottenne con cui Bonhoeffer si fidanzò poco prima di essere arrestato.

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