Adorare se stessi (09/10/2016)

lebbraQuella di Naaman Siro è una storia molto istruttiva su cosa sia la fede. Questo guerriero valoroso esegue atti e gesti concreti sulla parola del profeta, ma per arrivare a questo deve prima dare ascolto al buon senso dei suoi servi contro le sue stesse impressioni e ribellioni. Per questi gesti dettati da una fede non certo cieca o istantanea è guarito, lui militare straniero, lui pagano non appartenente al popolo di Israele. Da questa fede che gli restituisce la guarigione fisica perviene a una Fede potremmo dire più consapevole che lo porta a pregare, a entrare in relazione con  il vero Dio di Israele tanto da chiedere di poter portare a casa su due muli la terra di questo piccolo paese non intendendo mai più compiere un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al Signore.

Il salmo a questa conversione ci ha invitato a rispondere cantando. La salvezza del Signore è per tutti i popoli!

Il vangelo ci ripropone lo stesso cammino. Prima una fede generica che parte come un grido da una situazione di bisogno: Gesù maestro, abbi pietà di noi! Ma ancora una volta solo uno, che tra l’altro era un Samaritano, così eretico da essere definito da Gesù straniero, torna a rendere gloria a Dio. Lui solo passa da una fede che guarisce a una Fede che lo porta a una relazione con Dio da vicino che lo salva. Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!

Queste letture ci permettono di approfondire che cosa sia un cammino di fede.  In entrambi i casi all’inizio c’è una situazione di evidente bisogno, di malattia. Ciò che spinge inizialmente a chiedere l’intervento del profeta Eliseo e di Gesù è la malattia. Per certi credenti benpensanti già questa è una cosa che fa storcere il naso. Qual è la nostra lebbra? Cioè quella malattia che ci trascina a gridare, ad incamminarci verso Dio? Può essere l’ansia, la paura di morire, una dipendenza, qualcosa da cui vorremo, ma non riusciamo a liberarci con le nostri mani, il dolore di qualcuno vicino a noi. La Parola di questa sera ci dice poi di due ostacoli al cammino di fede.

Il primo ci è illustrato dal comportamento di Naaman: siamo lebbrosi, un profeta ci parla, ma le nostre impressioni prevalgono su quello che lui ci dice. Nàaman si sdegnò e se ne andò protestando: «Ecco, io pensavo: Certo, verrà fuori, si fermerà, invocherà il nome del Signore suo Dio, toccando con la mano la parte malata e sparirà la lebbra. Forse l’Abana e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque di Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per essere guarito?». Si voltò e se ne partì adirato…  

Il secondo ostacolo che non ci fa progredire è quello illustrato dai nove lebbrosi che non tornano: hanno ricevuto quello che volevano tanto da dimenticare la gratitudine verso Dio. Questa relazione spirituale capace di rendere gloria a Dio è definita autorevolmente da Gesù Fede che salva.  Ringraziare con tutto il corpo, lodare Dio a gran voce, rendere gloria a Dio, questa è definita da Gesù la Fede che salva. Dalla preghiera di domanda, lecita per carità, alla preghiera di lode e di ringraziamento. Dalla fede che guarisce alla Fede che salva.  Non essere salvati allora è non arrivare mai a ringraziare, a lodare e non ringraziare vuol dire avere una deturpante lebbra dell’anima. Come sono le nostre anime? Quante anime deformi, non salvate, in corpi apparentemente ancora piacenti? Chi sempre adora e loda il proprio ego è un uomo deforme e puzzolente. Non è forse così? Le fonti francescane dicono proprio così di Francesco, dal momento in cui cominciò a vivere con i lebbrosi smise di adorare se stesso, e persero via via di fascino le cose che prima amava. Così sia per noi!

di Padre Maurizio Botta C.O.

Maurizio Faraboni – La lebbra domenticata

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