Attila (13/11/2016)

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Gesù, nel discorso di questa domenica, passa senza soluzione di continuità dalla profezia sulla distruzione di Gerusalemme, effettivamente avvenuta nel 70 d.C , a parlare della fine del mondo. Questo perché alcuni eventi hanno una così forte valenza e forza simbolica da far pensare subito alla fine di tutto. Quanto questo sia vero lo capiamo pensando ad avvenimenti della storia passata e recente. Cosa hanno voluto dire per i romani dell’impero le invasioni barbariche con Attila e la distruzione di Roma da parte dei Vandali? Cosa ha voluto dire per gli americani l’attacco sulle loro città? Comunque la morte sarà la nostra personalissima fine del mondo.  Malachia la descrive come un giorno rovente come un forno, un giorno terribile. Il Salmo 97 come un giorno in cui si sprigionerà la giustizia di Dio. Egli giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine. Il sole di giustizia degli uni sarà forno rovente per gli altri. Ciò che è atteso e invocato dai poveri in spirito sarà essicazione della superbia per gli empi, per coloro che vivono come se Dio non ci fosse. Ciò che brucia e consuma chi vive come se Dio non dovesse mai venire è lo stesso fuoco che scalda e rincuora chi vive nell’attesa del giorno del Signore gridando con la vita: Maranhata!

Noi abituati all’ingiustizia temiamo. Temiamo che Dio si possa sbagliare nel suo giudizio, che anche lui possa essere ingiusto. Ci spingiamo a pensare che in un giudizio noi potremmo essere più misericordiosi e più larghi di Lui. Non è forse così? Ma abbiamo il coraggio di guardarci dentro?  L’uomo è misericordioso, o sarebbe meglio dire buonista, solo quando le cose capitano agli altri, ma appena cose ben più lievi capitano a lui… Apriti cielo! Diceva Fedor Dostoevskij: “Rovesciategli addosso anche tutti i beni terreni, immergetelo fino ai capelli nella felicità e anche allora lui, l’uomo, anche allora, per mera irriconoscenza, per mera monellaggine, farà qualche porcheria.”

Gesù parla del futuro, mostra di conoscerlo, vede e descrive avvenimenti futuri, vieta di fare certe cose. Si inserisce nella linea di Geremia ed Ezechiele. Invitandoci a non temere ci svela la nostra preziosità. Gesù non è un falso profeta, ovvero l’imbonitore, tutto emozione e commozione, quello che ti dice cose carezzevoli e solo consolanti, che mai ti turba e inquieta, che mai ti smuove. Anticipa quello che non vorremmo sentirci dire.

Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza.

La testimonianza dei discepoli sboccia da un contesto di persecuzione. Questo come discepoli lo accettiamo o vorremo essere tutelati? Persecuzioni come occasioni di testimonianza da non sfuggire.  Come è stato correttamente osservato dallo storico e sociologo americano Philip Jenkins, nel mondo occidentale,  l’anti-cattolicesimo è «l’ultimo pregiudizio accettabile». Basta esserlo per pagare prezzo ad ogni età. Ovunque.

Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà.

Mettiamoci d’accordo, come possono stare insieme queste due affermazioni? Lacrime contate, capelli contati. Nulla sfugge al Padre di ogni dolore del discepolo. Nel marasma della storia, Dio ha una attenzione capillare, è attento al capello. Al mio capello! Una visione della storia inconciliabile con altre visioni  con al centro le masse, le classi. Anche dentro alle disgrazie anonime, di massa, Dio vede il dolore particolare del singolo discepolo.

Queste sofferenze hanno un valore immenso, sono custodite. Il valore immenso di un seme. Occorre entrare nella logica del seme. Sanguis martirum, semen Christianorum!

di Padre Maurizio Botta C.O.

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