Consolati (10/12/2017)

Foto di Valerio Barbantini

Audio Omelia

Il profeta non indovina il futuro. Il profeta legge il presente con gli occhi di Dio oppure annuncia l’imminente intervento di Dio. Non ve ne accorgete? Isaia grida a un popolo scoraggiato per il lungo esilio, un popolo che non ha più fiducia, che constata come le promesse di Dio non si siano ancora realizzate, che nulla è cambiato nella storia, malgrado la presenza del Dio di Israele.

Non ovunque si innalza il grido di gioia. Il profeta grida nel deserto. Alza la voce in un luogo inospitale e desolato dopo lunghi anni di pianto e il suo è un grido che porta la consolazione di Dio. È un annuncio lieto. Porta una lieta notizia. Dio lo ha plasmato, lo ha forgiato in questo caso per andare e portare notizie buone.

«Consolate, consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati» … Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere…

Ma la buona notizia qual è?  Qual è questa consolazione che è compimento di ogni consolazione, anche di quelle gridate dal profeta Isaia? Come Dio ci consola in mezzo al feroce deserto esistenziale di oggi? Come asciuga lacrime che comunque continuano ad esserci? Marco, discepolo di Pietro, inizia così il suo vangelo:  Inizio della buona notizia che è Gesù Cristo…

Se ci chiedessero perché siamo cristiani, se ci chiedessero cosa c’è di nuovo nella fede cristiana, qual è la sua differenza fra tutte le altre reli­gioni, la nostra risposta sia semplice e chiara: noi crediamo che Dio è amore e lo crediamo perché Dio si è fatto uomo. Per noi cristiani la Parola di Dio non è semplicemente un li­bro, la Parola di Dio non è semplicemente la Bibbia.

Perché noi non siamo un popolo del Libro. Per noi la Parola di Dio è Gesù Cristo. Dio ha voluto non solo parlarci, ma ancor più che noi conoscessimo il suo amore: ha voluto donarci la sua comunione. Per questo non ci ha scritto, ma ci ha abbracciato, per questo è venuto in mezzo a noi, facendosi carne.

Il Concilio Vaticano II ha scelto due parole per dirci quale immenso dono sia l’incarnazione, quale novità assoluta e quale bellezza scon­volgente contenga tale annunzio, capace di cambiare tutta la nostra vita: Gesù è il me­diatore e la pienezza della rivelazione. Gesù è la buona notizia.

È il “mediatore”: solo attraverso di lui, solo attraverso di lui bambino, scopriamo quan­to Dio ci ami. Nessun uomo aveva nemmeno immaginato che Dio potesse amarci tanto. Senza la “mediazione” di quel bambino, con tutti i nostri studi, noi ancora non conosceremmo l’amore di Dio.

Ma quel bambino non è solo il “mediatore” della Parola di Dio: è la Parola di Dio stes­sa, è la “pienezza” della Parola di Dio. Quel bambino è più grande di tutti i libri donatici da Dio, di tutti i comandamenti, di tutte le testimonianze di profeti e santi. Quel bam­bino è Dio in mezzo a noi: Dio è voluto venire in mezzo a noi. Non gli è bastato dirci delle parole. Ci ha consolato al punto da voler esse­re in mezzo a noi. Molte religioni affermano giustamente che Dio è onnipotente, infinita­mente più grande dell’uomo. Il Natale ci mo­stra una onnipotenza che si potrebbe definire “al quadrato”. Dio non è solo onnipotente perché infinitamente più grande: Dio è tal­mente onnipotente nel suo amore da potersi fare piccolo per amore, da nascere come un bimbo in mezzo a noi.

di Padre Maurizio Botta C.O.

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