È qui la festa? (15/10/2017)

Audio Omelia

In questi giorni un amico mi ha fatto scoprire una frase dello scrittore Aldous Huxley autore del libro Il mondo nuovo.

Che l’umanità in genere sarà mai in grado di fare a meno dei Paradisi Artificiali, sembra molto improbabile. La maggior parte degli uomini e delle donne conduce una vita, nella peggiore delle ipotesi così penosa, nella migliore così monotona, povera e limitata, che il desiderio di evadere, la smania di trascendere se stessi, sia pure per qualche momento, è, ed è stato sempre, uno dei principali bisogni dell’anima. L’Arte e la Religione, i carnevali e i saturnali, la danza e l’oratoria, sono serviti tutti, come disse H. G. Wells, da Brecce nel Muro.

Aldous Huxley, Le porte della percezione, Mondadori, Milano, pp. 49-51

 Trovo che questo pensiero sia integralmente vero. L’uomo misteriosamente è abitato da questo impulso a trascendersi, a superarsi. Dico misteriosamente perché non basta assolutamente la fragile teoria dell’evoluzione a spiegare questo strabordante di più dell’uomo. L’uomo come diceva Leopardi manifesta nella noia il segno della sua intima grandezza e non trovando una festa adeguata si accontenta di una dipendenza, di una fuga narcotica, alcolica, stupefacente, sessuale. In generale l’uomo si incatena da solo scegliendo la sua dipendenza e la sua tristezza.

Noi oggi non stiamo celebrando un rito religioso. La nostra non è una religione. Abbiamo immeritatamente ricevuto e trasmettiamo la Rivelazione che Dio ha fatto e continua fare di sé stesso.

Un re, che fece una festa di nozze per suo figlio…

Un’immagine per parlare di cose nascoste fin dalla fondazione del mondo e di valore inestimabile. Un beneficio incredibile disprezzato. Si parla oggi del prezzo, o meglio del disprezzo, riservato all’intimità che Dio offre. Guardando i bambini due sono le grida di dolore davanti a una festa mancata: “Non mi ha invitata!” oppure “Non è venuta!”. Dio invita alla festa, alla festa per eccellenza. Un invitatore seriale che non può non invitare. Con così tanta insistenza e larghezza da correre il rischio di invitare gente indegna. Indegnità non è morale, ci viene specificato, infatti, che ad essere invitati sono buoni e cattivi. Indegnità è il disprezzo per questo invito. Il disprezzo, inteso come prezzare poco, ha due espressioni: “Non ci vado perché credo ci sia di meglio” oppure “Ci vado senza dare il mio meglio”. Lasciare Dio a dire: “Non è venuto!” oppure andarci in tuta, disprezzando l’intimità. L’abito nuziale è la gratitudine. L’ingrato è l’uomo senza abito. Senza umiltà, senza il capo chino di chi stupito e confuso ringrazia per un onore immeritato ed esorbitante. Senza questo atteggiamento non possiamo goderci la Festa più piena ed esaltante a cui si possa sognare di essere invitati.

Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte.

Nell’unione a Cristo, il monte più alto, scompare l’ignoranza invincibile su Dio, scompare la morte. Scompare in Cristo ogni lacrima dal volto. Isaia lo vede profeticamente prima, noi abbiamo il dono dello Spirito Santo per goderlo già ora. Il centuplo ora di una inebriante Festa con Dio oppure la cisterna screpolata di una dipendenza.  E ognuno pensi alle sue…

di Padre Maurizio Botta C.O.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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