Il confronto (5/11/2017)

Audio Omelia

Gesù svela sempre l’interno, l’intenzione profonda delle azioni e degli atteggiamenti. Non ci si può nascondere nemmeno dietro una pratica religiosa apparentemente impeccabile. Gesù descrive il nostro intimo, perché Dio rivelandosi rivela anche l’uomo a sé stesso, ci fa conoscere chi siamo veramente.

Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

Gesù, un giorno, con il racconto di come durante un banchetto di nozze gli invitati d’istinto cercassero i primi posti, pose sotto il riflettore questa stessa ricerca del primo posto partendo da un’alta valutazione di sé stessi. Quel racconto, significativamente, si concludeva con la stessa espressione del Vangelo di oggi: chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato. Le azioni per assecondare l’intimo desiderio di essere messi in alto dagli uomini per essere da loro ammirati sono definite da Gesù, esaltarsi. In un altro momento della sua vita Gesù definì questa ricerca della gloria data dagli uomini come detestabile agli occhi di Dio, ostacolo al credere e al ricevere la Vera Gloria che solo Dio può donare.

Gesù in quello stesso racconto definì anche che cosa intendesse per umiliazione. Umiliazione significa lasciare agli altri, in questo caso al padrone di casa che ha fatto l’invito, il compito di manifestare pubblicamente l’amicizia che ci lega, invitandoci a sedere più vicino a lui. Umiliazione è quindi, per quel che ci riguarda, sempre un’azione non un sentimento. Gesù non ci chiede di avere stati d’animo particolari. Gesù ci chiede di scegliere sempre in concreto come se noi fossimo veramente gli ultimi e lasciare a Dio e agli uomini l’eventuale compito di portarci in alto.

Una morale così è talmente non spontanea, non istintiva, da poter essere vissuta solo se al primo posto c’è la Gloria di Dio. Se quel sia santificato il Tuo Nome in noi, diventa a tal punto la nostra priorità, da entrare nella preghiera umile e incessante, accettando che nella vita non c’è nulla di più prezioso dei sacramenti, del dono dello Spirito Santo. Solo implorando Dio e preoccupandoci solo di Lui possiamo essere liberati dall’orrenda piaga del confronto con gli altri che è causa di tante nostre atroci sofferenze.

Ma per scongiurare ogni rischio di interpretare in modo assurdo questo umiliarsi di cui ci parla Gesù, è sempre divertente ricordare come nelle Lettere di Berlicche[1] di C.S. Lewis il diavolo Berlicche descrive al maldestro nipote Malacoda, apprendista demonio, la folle idea di umiltà che i demoni devono instillare negli uomini con le tentazioni per allontanarli dallo scopo dell’umiltà vera voluta da Dio, il loro Nemico.

Mio caro Malacoda, bisogna che tu nasconda al paziente il vero scopo dell’umiltà. Non deve ritenerla dimenticanza di sé, ma una certa opinione (cioè una bassa opinione) dei suoi talenti e del suo carattere. Mi pare che alcuni talenti li abbia davvero. Piantagli in mente l’idea che l’umiltà consiste nello sforzarsi di credere che quei talenti valgono meno di quanto egli crede che valgano. Senza dubbio è vero che di fatto valgono meno di quanto crede, ma ciò non ha importanza. … Con questo metodo migliaia di uomini sono stati indotti a pensare che l’umiltà significa donne carine che si sforzano di credersi brutte e uomini intelligenti che si sforzano di credersi sciocchi. E poiché quanto si sforzano di credere può essere, in qualche caso, una lampante assurdità, essi non possono riuscire a crederlo e noi abbiamo l’occasione di far girar la loro mente in un continuo giro su se stessa nello sforzo di raggiungere l’impossibile.

Al fine di prevenire la strategia del Nemico dobbiamo considerare i suoi scopi. Ciò che il Nemico vuole è di portare l’uomo a uno stato mentale nel quale egli possa concepire la miglior cattedrale del mondo, e sapere che si tratta della migliore, e goderne, senza essere più (o meno) o  diversamente contento di averla fatta lui, che se fosse stata fatta da un altro. Il Nemico vuole che, alla fine, egli sia libero da ogni pregiudizio in suo favore, talmente libero da saper godere dei suoi propri talenti con la stessa franchezza e la stessa gratitudine che dei talenti del suo prossimo o della levata del sole, o di un elefante, o di una cascata. Vuole che, in fin dei conti, ogni uomo sia in grado di riconoscere tutte le creature (perfino se stesso) come cose gloriose ed eccellenti. Vuole distruggere al più presto il loro amor proprio naturale; ma la Sua lungimirante politica consiste nel fatto, temo, di ridonare loro un nuovo genere di amor proprio, una Carità e una gratitudine per tutte le persone, compresa la propria. Quando avranno veramente imparato ad amare il prossimo come se stessi, sarà loro permesso di amare se stessi come il prossimo.

di Padre Maurizio Botta C.O.

 

[1] Lettera XIV pag.57 Ed. Oscar Mondadori

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