Meglio una vita da pecora… (17/04/2016)

gregge 2

Come può interessarci un vangelo come quello di oggi? Proverbialmente si dice il contrario  “meglio un giorno da leone che cento da pecora”! Un uomo di oggi, probabilmente di sempre, potrebbe dire, “io non voglio in nessun modo essere pecora e non voglio avere nessun pastore”. Anche in noi, sotto sotto, non c’è forse questa, più o meno sottile, ribellione? Alcuni di noi vorrebbero seriamente essere discepoli e seguire il Signore, ma accettano di essere chiamati e di essere pecore? Cosa fa una pecora con il suo pastore?

 

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono

La pecora impara a riconoscere la Sua Voce stando ore e ore e ancora ore ai suoi piedi. Solo così si forma questo rapporto unico tra pastore e pecora. Il luogo decisivo della verifica diventa allora il bivio. Ai bivi, al momento delle decisioni ascoltiamo la voce che più ci ha parlato e più ci parla. Il pastore come colui che sta di più con le pecore. Intercettiamo allora i nostri pastori. Chi sono? Genitori, buoni e cattivi maestri, voci interiori?

Altre caratteristiche del Dio Pastore sono queste. Guida e cura. Conduce e protegge, ma è anche Colui che condivide in tutto la vita delle sue pecore, colui che sta con le pecore a tempo pieno, che non ha un’esistenza distinta. Jahvé è un Dio che ha la sua tenda tra quelle di Israele. Sempre coinvolto. Il mercenario guida per sfruttare e non cura, non protegge. Gesù presenta sé stesso come il Pastore buono e bello. Un’esperienza viva fatta di tante paure placate da quella sola voce, ma anche di fughe causate da paure suscitate da animali o da temporali che finiscono per spingere in paure più grosse ancora. Terrorizzate le pecore si disperdono e qualcuna più spaventata delle altre va a cacciarsi in guai peggiori, ma è sempre Gesù che parla del suo andare a riprendersi le sue pecorelle ferite e spaventate.

Le gioie di una pecora sono le promesse di Dio. Gesù fa promesse meravigliose, io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano, nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio, ma le fa a delle pecore. Le “sue”. Gesù dice le “mie”, come a dire che ci sono pecore che non sono sue, cioè pecore che hanno l’abitudine di ascoltare altre voci che non sono la Sua. Se ascolti la Sua Voce, se sei uno che ha consuetudine con Lui, allora sei dentro la mano di Dio. È una immagine bellissima che esprime protezione e forza! Sei al sicuro! Se invece ascolti altre voci abitualmente, se il tuo riferimento sono voci diverse da quella di Gesù Cristo sei uno strappato dalla mano di Dio. Questa la definizione di chi non è pecora “sua”, un uomo strappato dalla protezione calda e forte di Dio. Nessuno asciuga le tue lacrime, sei inaridito senza l’acqua della Vita. La tenda di Dio non ti copre e sei sferzato dalle tempeste inevitabili del vivere. Ai bivi non conoscevi la voce di Dio.

Il Signore è Pastore quindi, ma questa domenica ci è presentato anche come Agnello. Un Agnello-Pastore che versa un Sangue che lava le sue pecore rendendole bianchissime. Abbiamo sentito infatti a proposito dei suoi veri discepoli, essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello. Che immagini strane! Proviamo a prenderle sul serio e in questo cerchiamo risposte. Cosa accade a un discepolo? Dove è condotto? Come consola Dio i suoi discepoli? Innanzitutto è proprio segno del fatto che è l’Agnello-Pastore a condurci il fatto di passare attraverso questa grande tribolazione, si diventa discepoli solo lavando tutto di noi nel Sangue di Cristo, prima c’è questo misterioso lavaggio di vesti. Il discepolo non è uno a cui tutto va bene, non è uno che ha benedizioni particolari o meglio gode della Benedizione Assoluta che però non è il non soffrire. Non si dice che il discepolo non verserà lacrime, ma che Dio stesso le asciugherà dai suoi occhi. Non si dice che il discepolo è uno che non ha mai avuto fame e sete, la promessa dice che la presenza di Dio colma fame e sete, che la presenza di Dio ristora. Il Sangue di Cristo è lì solo per farci scoprire che Dio è Padre sempre, indipendentemente da tutto, e che lo è anche nel mezzo del dolore. Niente ci può strappare dall’Amore del Padre!

di Padre Maurizio Botta C.O.

 

 

 

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