Per tutti quelli che a Pasqua fanno un po’ fatica… (27/03/2016)

Pasqua fatica2Una predica, forse, solo per qualcuno di noi. Per quelli un po’ infastiditi da auguri troppo lunghi, sentimentali e mirabolanti. Per quelli che a Pasqua sentono disagio. Per chi si sente turbato dal senso di colpa che ingigantisce una certa assenza di sentimenti. Ci sentiamo un poco cattivi, senza fede, senza troppa speranza. Con la terribile sensazione, che sappiamo tentazione, che sia un giorno come gli altri, anzi forse anche un pochino più triste. A questo dolore particolare solo la Parola di Dio è capace di donare consolazione, solo il Vangelo e i racconti dei testimoni.

Segni e incontri di Resurrezione non sono per tutti. Questa è la prima cosa che ci dice il Vangelo. La Resurrezione è inizialmente, anche oggi quindi, per i soli discepoli. Sarebbe stato più efficace apparire a Pilato o meglio ancora all’Imperatore Romano a Roma, ma Gesù risorto lo incontrano solo persone che veramente lo hanno seguito, veramente hanno camminato con Lui, veramente hanno pregato con Lui, veramente lo hanno ascoltato. Non è elitarismo, ma il modo di comportarsi di Dio che i Vangeli ci raccontano. Un annuncio per tutti, ma trasmesso solo ad alcuni. Cominciando, poi, dal testimone a cui era impossibile dare fiducia. Gesù decise di apparire per primo a Maria Maddalena. Il Maestro che le aveva insegnato che chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto, poteva non mantenere questa promessa? Gesù non ha considerato grave il fatto che la ricerca di questa donna fosse povera di fede nella sua Risurrezione. Maria Maddalena è rimasta a piangerlo con tenacia e Gesù si presenta risorto a lei che lo ha cercato di più.

Discepoli accomunati dal dolore. Alcuni, come Pietro, dal dolore di aver toccato con mano la propria miseria, la fragilità delle promesse umane fatte sull’onda dell’entusiasmo, il dolore di aver rinnegato l’amico, il maestro. Tutti invece hanno il dolore di voler credere, ma di non riuscire a credere, di non riuscire a ricordare nemmeno le sue parole. Inariditi dalle circostanze e dal sentimento di paura. Il dolore di chi sente che tutto è finito, di chi pensa di aver creduto e sperato invano. Noi come i discepoli di allora. Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. La Parola di Dio è così eterna che due millenni dopo ci descrive tutti nelle nostri fedi un po’ sepolcrali, un po’ archeologiche, senza troppa speranza. Visto che tutto è finito, allora, si consolano con gesti generosi, ma dolenti, di pietà religiosa perché non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. Come per quelle donne tante parole di Cristo sono da noi dimenticate, non credute. Questo accade, ad esempio, quando il nostro sentimento di non sentirci amati che ci porta a pensare o a dire: “Non sento l’amore di Dio, non sento che Dio è Padre, non riesco a credere che Egli mi guardi e si preoccupi di me. Questo amore non può bastarmi…”, diventa più decisivo della stessa Parola di Dio.

Tutta una serie di sentimenti e gesti tristi nascono dal non comprendere la Scrittura, anzi dal non leggere le vicende della nostra vita con la Parola di Dio. Per questo Gesù ai tristi discepoli di Emmaus aprì la mente all’intelligenza delle Scritture. Aprì loro l’intelligenza delle Scritture non per fare esegesi, per fare “interpretazione biblica”. No. Ma perché fossero in grado di interpretare gli avvenimenti che loro stessi avevano vissuto.  “L’intelligenza delle Scritture” ci da la capacità di interpretare la “realtà”, il nostro “vissuto”, gli avvenimenti, le “cose”. Ci fa vedere le “cose” come le vede Dio. È lo “sguardo di Dio” sulla realtà quello che ci viene dato. Chi non ha questo Dono dell’intelligenza delle Scritture non sa in che mondo vive. Non sa dire chi è l’uomo e cosa esso vive. Non sa dire chi è Dio. Non sa che questo Avvenimento storico esplosivo non è concluso, è in estensione, è coinvolgente e che come diceva un grande scrittore cristiano C. S. Lewis, siamo solo ai primi passi:  «Siamo ancora i “primi cristiani”, stiamo mettendo i “primi denti”. Il mondo esterno, senza dubbio, pensa esattamente il contrario, e cioè che stiamo morendo di vecchiaia, ma ogni volta il mondo è rimasto deluso… ».

Questo è decisivo della nostra fede nella Resurrezione di Cristo, non basta crederne solo la storicità. Dalla Resurrezione si può attingere, si può prendere, perché ne siamo dentro. Scoprirsi commossi a cantare con tutta verità nessun vantaggio per noi essere nati, se Tu non ci avessi redenti.

di Padre Maurizio Botta

 

 

 

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