Roditori evangelici (13/03/2016)

topodabibliotecaLa situazione è drammatica. Un flagrante adulterio viene “usato” chiaramente per incastrare Gesù. Scribi e farisei invidiano l’amore che il popolo ha per Gesù, perché sanno come tutti pendano dalla sue labbra. Per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo, gli pongono, allora, questo caso. Il motivo del loro agire non è l’amore per la Legge di Dio. Il motivo del loro agire non è la compassione per l’uomo e la donna traditi da questi adulteri. Il motivo del loro agire non è il pensiero dei bambini di questi due amanti. Loro usano un peccato per accusare Gesù. Cercano di chiudere Gesù in un vicolo cieco in cui ogni sua parola può rovinarlo. I suoi avversari, i suoi nemici sapevano che se lui avesse lasciato fare, se avesse detto “Lapidatela!”, questa sarebbe stata la fine della sua predicazione. Si sarebbe contraddetto. Gesù avrebbe dovuto con una sola parola rimangiarsi tutte le parole sulla bontà del Padre, sul perdono. Il vero volto del Padre si sarebbe infranto. Ma se avesse dichiarato caduta la gravità dell’adulterio (cosa che invece avviene oggi) allora avrebbe dovuto rimangiarsi tutte le sue parole di conferma della validità perenne dei comandamenti della Legge.

Scriveva per terra

La “non fretta” di Gesù placa il tumulto, interrompe il linciaggio. L’attenzione si è concentrate su di lui, non è più sulla donna. L’umiliazione per lei è finita. Gesù sposta il cono dell’attenzione dalla persona a proposito della quale viene interrogato al cuore di coloro che gli pongono la domanda. Ma che cosa accomuna i farisei e questa donna? Proprio il mistero del peccato. Gesù invita i farisei a guardare prima al loro cuore, e al loro peccato nascosto.

Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei

Gesù da per scontata l’esistenza del peccato, il mistero del peccare. Gesù non condanna la donna. Anche i farisei alla fine non la condannano. Sono costretti a lasciar cadere la pietra che tenevano tra le mani non sul corpo della donna, ma a terra vicinissima a loro. Obbligati a uno sguardo che passa dal peccatore esterno al loro peccato interno. Oggi, riconosciamolo, c’è invece il rischio che non si possa mai dire che una realtà è peccato, perché anche solo questo chiamare le cose con il loro nome viene considerato condannare, ma se fosse così dovremmo concludere che il primo a condannare è stato proprio Gesù perché le parole con cui si conclude questo Vangelo sono: va’ e d’ora in poi non peccare più. Ciò che, invece, rende dell’“altro mondo” il modo di agire di Gesù è proprio il fatto che lui senza abolire o relativizzare la gravità del peccato di adulterio, dice e fa cose che esprimono “non giudizio” e “non condanna”. Arriva a dire “Non peccare più” in un contesto di misericordia e di perdono. Gesù mantiene tutta la serietà della storia di salvezza che lo ha preceduto, mantiene Mosè e l’adulterio come peccato gravissimo, restituendo ancora una volta al peccatore la dignità e la libertà. E visto che Gesù è lo stesso ieri oggi è sempre non è lecito troncare il Vangelo alle parole neanch’io ti condanno, rosicchiando come moderni roditori evangelici quel fastidioso  non peccare più.

di Padre Maurizio Botta C.O.

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