I nuovi Panda

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Audio Omelie

XXIV Domenica del Tempo Ordinario (anno C) – Commento alle letture per la Radio Vaticana


Don Luca, un mio caro amico sacerdote è capace sempre di stupirsi, di vedere la grandezza di Dio nei fatti quotidiani, nelle canzoni apparentemente più banali. Anni fa mi commosse raccontandomi il ritrovamento di Giorgia la bambina rimasta quasi un giorno sotto le macerie della sua casa accanto alla sorella più grande morta nel terremoto di Amatrice. La bimba appena salvata dai carabinieri ha urlato “Mi chiamo Giorgia”. Il grido di chi vuole vivere, di chi si aggrappa a una mano tesa. Don Luca mi ha parlato di come il peccato ci seppellisca sotto cumuli di macerie, ma qualcuno sopra di noi non si dia mai per vinto. Dio è determinato nel cercarci. Perché lontani da Lui siamo morti viventi. È un mondo di morti viventi, schiacciati da tonnellate invisibili di pesi morali, psicologici che hanno come unica causa l’assenza di Dio.

Alla conclusione del Giubileo della Misericordia, nell’udienza del 10 Settembre, il Papa supplicò che questo grido si alzasse, per non vanificare un così grande fuoco di Amore.

La parola “redenzione” è poco usata, eppure è fondamentale perché indica la più radicale liberazione che Dio poteva compiere per noi, per tutta l’umanità e per l’intera creazione. Sembra che l’uomo di oggi non ami più pensare di essere liberato e salvato da un intervento di Dio; l’uomo di oggi si illude infatti della propria libertà come forza per ottenere tutto. Si vanta anche di questo. Ma in realtà non è così. Quante illusioni vengono vendute sotto il pretesto della libertà e quante nuove schiavitù si creano ai nostri giorni in nome di una falsa libertà!

È di qualche anno fa la notizia che il Panda non è più nella lista degli animali che corrono il rischio più grave di estinzione. Non così per altre specie. Nel mondo occidentale a rischio di scomparsa è il peccatore pentito che grida a Dio, che riconosce il suo bisogno di essere perdonato. Con l’eclissi di Dio è scomparso il senso del peccato, e scomparso il senso del peccato, nel cuore di milioni e milioni di uomini è rimasto solo il devastante senso di colpa. Il senso di colpa è l’impossibilità di perdonarsi da soli, è uno stare allo specchio ossessivamente sentendosi sempre colpevoli. Il senso del peccato, invece, è di un uomo davanti a Dio che se si apre al grido troverà sempre la risposta di una Misericordia smisurata. Peggio del Panda stanno oggi le parole conversione, peccatori, salvezza, redenzione. La parola cielo. Senza il grido restiamo sotto le nostre invisibili macerie e anche se sopra di noi passa e ripassa il nostro Liberatore, nulla può fare senza un nostro segnale di vita spirituale. Rimaniamo vivi, ma come dice il Papa, in realtà schiavi.  Cosa resterà di Mosè che grida davanti a Dio per la salvezza del suo popolo vergognosamente colpevole? Cosa resterà del re Davide che compone un salmo che è tutto un grido di richiesta di perdono, pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro ? Di Paolo che riconosce gridando che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io ? Del figlio del racconto che ritorna dopo orge e festini e grida. “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”?  Cosa resterà di questo annuncio stupendo di oggi? Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte. Io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte.

Contro il drago della secolarizzazione che eclissando Dio soffoca l’unico grido che ci può salvare rispondiamo con la nostra adorazione personale e comunitaria. Ricevendo insieme con gratitudine i sacramenti. Riscoprendo la forza di comunità vere che sanno gridare a Dio il proprio bisogno, che sanno chiedere a Dio il perdono per i propri peccati.

di Padre Maurizio Botta C.O.

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Esaltazione della Santa Croce (14/09/2019)

Audio Omelie

14 Settembre 2019

14 Settembre 2018

14 Settembre 2017


Sentiamo in modo unanime l’esigenza di un cambiamento. Tutto ci chiede cambiamento. Ce lo chiede un logorarsi individuale e sociale che sembra più che altro uno sfaldarsi. Nel tentativo di cambiare si rinnova ad ogni istante la disperazione di attingere a forze limitate. Disperazione generata dall’ idolatria di voler costruire la città degli uomini, di voler costruire la nostra casa, di voler costruire noi stessi senza attingere al Dono Sconfinato del Sangue di Cristo. Come se potessimo farne a meno. Noi stessi discepoli con tante scelte, con tante parole diciamo questo. Parlo dell’illusione diffusa di annunciare, auspicare, gridare un rinnovamento morale senza Croce, senza attingere dal Sangue di Gesù la forza di questo rinnovamento. Diceva così San Bernardo in uno dei suoi discorsi ai monaci:

Fino ad oggi ci sono persone per le quali è chiaro che le parole di Gesù sono spirito e vita e perciò lo seguono. Ad altri invece paiono dure e cercano altrove ben magre consolazioni.

Non ci mancano gli analizzatori, i commentatori. Ci mancano i profeti.

La Croce non è da guardare, se non fosse troppo audace l’immagine, la Croce è da succhiare. Avvinti alla Sua Croce, Albero della Vita, succhiare la Vita Eterna che da Lui solo sgorga. Salvezza e rinnovamento e purificazione, bisogna pur avere il coraggio di dirlo, senza Croce di Cristo, sono impossibili.

O Padre, che hai voluto salvare gli uomini con la Croce del Cristo tuo Figlio…(Colletta)

Senza la Sua Croce non ci salviamo da soli, non veniamo a capo di nulla.

Ci purifichi, o Padre, da ogni colpa, il sacrificio del Cristo tuo Figlio…(Sulle Offerte)

Senza la Sua Croce non ci purifichiamo. Ci impantaniamo in autoanalisi che ci schiacciano.

Il tuo popolo, redento e rinnovato dal sacrificio della Croce…(Dopo la Comunione )

Senza la Sua Croce non ci rinnoviamo restando uomini e donne vecchie. Non sentite la vecchiezza della modernità indifferente al Sangue di Cristo? Non sentite i miasmi di vecchiezza dei nuovi telefoni orologio, delle pubblicità promozionali per connessioni sempre più potenti e inutili? E allora che fare?

Immergere ogni respiro nel Sangue di Cristo.

Devo restare immerso nel Sangue di Cristo,  perché non posso più vivere nulla fuori da questa immersione.

Immergere tutta la carne di ogni pensiero nel Sangue di Cristo…

Immergere tutta la carne di ogni angoscia nel Sangue di Cristo…

Immergere tutta la carne di ogni sentimento nel Sangue di Cristo…

Immergere tutta la carne di ogni paura nel Sangue di Cristo…

Immergere tutta la carne di ogni speranza nel Sangue di Cristo…

Immergere tutta la carne di ogni malinconia nel Sangue di Cristo…

Immergere tutta la carne di ogni amore nel Sangue di Cristo…

Immergere tutto il sangue di ogni respiro nel Sangue di Cristo…

Immergere il futuro ipotetico nell’unico istante veramente reale del Sangue di Cristo…

Respiro davanti al Padre nel Sangue di Cristo! 

25/1/2005

di Padre Maurizio Botta C.O.


VANGELO (Gv 3,13-17)

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:  «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

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Sabato della XXIII settimana del Tempo Ordinario

Audio Omelie

16 Settembre 2017


Vi propongo alcuni passi luminosi di grandi autori spirituali che ci permettono di approfondire il Vangelo di oggi che ci parla di fondamento roccioso e di frutti buoni.

Verifica dell’autenticità della nostra vita spirituale sono i frutti che produce con il passare degli anni. Ce lo spiega bene il padre Jean- Pierre de Caussade in un passaggio di una sua lettera.

Ogni orazione che produce la riforma del cuore, la correzione dei costumi, la fuga da ogni vizio, la pratica delle virtù evangeliche e dei doveri del suo stato è una buona ora­zione. Invece, ogni orazione che non dà i suoi frutti… è un cattivo albero e una falsa orazione, anche se fosse accompagnata da rapimenti, estasi e miracoli.

Jean-Pierre de Caussade,  Lettera 87

Scavare molto per costruire sulla roccia. La roccia del legno della mangiatoia, ci dice monsignor Charles Gay è meglio per noi della roccia del calvario.

L’aspra roccia del calvario offre ancora una qualche pastura alla vanità: per spoglia che sia, si tratta pur sempre di una montagna. Dinanzi alla mangiatoia, invece, tutto ciò che appartiene all’uomo vecchio non può far altro che morire d’inedia. Torchiate ora quel mistero benedetto di Betlemme, spremete l frutto della santa infanzia spirituale: quello che ne uscirà non è altro che l’abbandono.

Charles Gay (1818-1892) Della vita e delle virtù cristiane, II, “Dell’abbandono”

Il frutto dell’Acqua Viva che zampilla dalla roccia, il frutto che sgorga dal fondamento roccioso dopo aver molto scavato si trova nella fedele pratica dei propri doveri di stato.

Un’anima arriva alla divina sorgente d’acqua viva solo per la fedele pratica del suo stato e condizione, questo soprannaturalizza tutto in lei e rende tutto quel che fa come un’acqua che scorre dalla roccia. L’anima non può comprendere come una vita così sterile di fervori e priva di grandi azioni, e con una durezza che somiglia all’insensibilità della roccia, può dare un’acqua così chiara e cristallina. Tuttavia, … chi non è in questo modo nutre segretamente la propria volontà, la sufficienza, l’orgoglio, e così poco a poco inaridisce la grazia, sebbene sembri che egli sia animato da fervore e zelo. Al contrario, la morte causata e operata dal mistero nascosto della nostra condizione, soffocandoci crudelmente e senza pietà, con la perdita di tutto ciò che vogliamo e desideriamo, ci insinua la grazia e ci fa partecipi di una segreta vita divina che l’anima non può mai scoprire in lei, perché Dio per sua bontà sospende sempre la luce affinché la morte e la croce crudeli facciano meglio ciò che Dio desidera.

Jacques Bertot (1620-1681), Lettera a M.me Guyon, (ed. D. Tronc, Lettera 23)

di Padre Murizio Botta C.O.


Vangelo   Lc 6, 43-49

Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».


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San Giovanni Crisostomo (13/09/2019)

Audio Vita di San Giovanni Crisostomo (Biografie e vite di santi, di Antonio Sicari)


Audio Udienza

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 19 settembre 2007

San Giovanni Crisostomo

I: Gli anni di Antiochia

Cari fratelli e sorelle,

quest’anno ricorre il sedicesimo centenario della morte di san Giovanni Crisostomo (407-2007). Giovanni di Antiochia, detto Crisostomo, cioè «Bocca d’oro» per la sua eloquenza, può dirsi vivo ancora oggi, anche a motivo delle sue opere. Un anonimo copista lasciò scritto che esse «attraversano tutto l’orbe come fulmini guizzanti». I suoi scritti permettono anche a noi, come ai fedeli del suo tempo, che ripetutamente furono privati di lui a causa dei suoi esili, di vivere con i suoi libri, nonostante la sua assenza. E’ quanto egli stesso suggeriva dall’esilio in una sua lettera (cfr A Olimpiade, Lettera 8,45).

Nato intorno al 349 ad Antiochia di Siria (oggi Antakya, nel sud della Turchia), vi svolse il ministero presbiterale per circa undici anni, fino al 397, quando, nominato Vescovo di Costantinopoli, esercitò nella capitale dell’Impero il ministero episcopale prima dei due esili, seguiti a breve distanza l’uno dall’altro, fra il 403 e il 407. Ci limitiamo oggi a considerare gli anni antiocheni del Crisostomo.

Orfano di padre in tenera età, visse con la madre, Antusa, che trasfuse in lui una squisita sensibilità umana e una profonda fede cristiana. Frequentando gli studi superiori, coronati dai corsi di filosofia e di retorica, ebbe come maestro Libanio, pagano, il più celebre retore del tempo. Alla sua scuola, Giovanni divenne il più grande oratore della tarda antichità greca. Battezzato nel 368 e formato alla vita ecclesiastica dal Vescovo Melezio, fu da lui istituito lettore nel 371. Questo fatto segnò l’ingresso ufficiale del Crisostomo nel cursus ecclesiastico. Frequentò, dal 367 al 372, l’Asceterio, una sorta di seminario di Antiochia, insieme con un gruppo di giovani, alcuni dei quali divennero poi Vescovi, sotto la guida del famoso esegeta Diodoro di Tarso, che avviò Giovanni all’esegesi storico-letterale, caratteristica della tradizione antiochena.

Si ritirò poi per quattro anni tra gli eremiti sul vicino monte Silpio. Proseguì quel ritiro per altri due anni, vissuti da solo in una grotta sotto la guida di un «anziano». In quel periodo si dedicò totalmente a meditare «le leggi di Cristo», i Vangeli e specialmente le Lettere di Paolo. Ammalatosi, si trovò nell’impossibilità di curarsi da solo, e dovette perciò ritornare nella comunità cristiana di Antiochia (cfr Palladio, Vita 5). Il Signore – spiega il biografo – intervenne con l’infermità al momento giusto per permettere a Giovanni di seguire la sua vera vocazione. In effetti scriverà lui stesso che, posto nell’alternativa di scegliere tra le traversie del governo della Chiesa e la tranquillità della vita monastica, avrebbe preferito mille volte il servizio pastorale (cfr Il sacerdozio 6,7): proprio a questo il Crisostomo si sentiva chiamato. E qui si compie la svolta decisiva della sua storia vocazionale: Pastore d’anime a tempo pieno! L’intimità con la Parola di Dio, coltivata durante gli anni del romitaggio, aveva maturato in lui l’urgenza irresistibile di predicare il Vangelo, di donare agli altri quanto egli aveva ricevuto negli anni della meditazione. L’ideale missionario lo lanciò così, anima di fuoco, nella cura pastorale.

Fra il 378 e il 379 ritornò in città. Diacono nel 381 e presbitero nel 386, divenne celebre predicatore nelle chiese della sua città. Tenne omelie contro gli ariani, seguite da quelle commemorative dei martiri antiocheni e da altre sulle festività liturgiche principali: si tratta di un grande insegnamento della fede in Cristo, anche alla luce dei suoi Santi. Il 387 fu l’«anno eroico» di Giovanni, quello della cosiddetta «rivolta delle statue». Il popolo abbatté le statue imperiali, in segno di protesta contro l’aumento delle tasse. Si vede che alcune cose nella storia non cambiano! In quei giorni di Quaresima e di angoscia, a motivo delle incombenti punizioni da parte dell’imperatore, egli tenne le sue 22 vibranti Omelie sulle statue, finalizzate alla penitenza e alla conversione. Seguì il periodo della serena cura pastorale (387-397).

Il Crisostomo si colloca tra i Padri più prolifici: di lui ci sono giunti 17 trattati, più di 700 omelie autentiche, i commenti a Matteo e a Paolo (Lettere ai Romani, ai Corinti, agli Efesini e agli Ebrei), e 241 lettere. Non fu un teologo speculativo. Trasmise, però, la dottrina tradizionale e sicura della Chiesa in un’epoca di controversie teologiche suscitate soprattutto dall’arianesimo, cioè dalla negazione della divinità di Cristo. È pertanto un testimone attendibile dello sviluppo dogmatico raggiunto dalla Chiesa nel IV-V secolo. La sua è una teologia squisitamente pastorale, in cui è costante la preoccupazione della coerenza tra il pensiero espresso dalla parola e il vissuto esistenziale. È questo, in particolare,  il filo conduttore delle splendide catechesi, con le quali egli preparava i catecumeni a ricevere il Battesimo. Prossimo alla morte, scrisse che il valore dell’uomo sta nella «conoscenza esatta della vera dottrina e nella rettitudine della vita» (Lettera dall’esilio). Le due cose, conoscenza della verità e rettitudine nella vita, vanno insieme: la conoscenza deve tradursi in vita. Ogni suo intervento mirò sempre a sviluppare nei fedeli l’esercizio dell’intelligenza, della vera ragione, per comprendere e tradurre in pratica le esigenze morali e spirituali della fede.

Giovanni Crisostomo si preoccupa di accompagnare con i suoi scritti lo sviluppo integrale della persona, nelle dimensioni fisica, intellettuale e religiosa. Le varie fasi della crescita sono paragonate ad altrettanti mari di un immenso oceano: «Il primo di questi mari è l’infanzia» (Omelia 81,5 sul Vangelo di Matteo). Infatti «proprio in questa prima età si manifestano le inclinazioni al vizio e alla virtù». Perciò la legge di Dio deve essere fin dall’inizio impressa nell’anima «come su una tavoletta di cera» (Omelia 3,1 sul Vangelo di Giovanni): di fatto è questa l’età più importante. Dobbiamo tener presente come è fondamentale che in questa prima fase della vita entrino realmente nell’uomo i grandi orientamenti che danno la prospettiva giusta all’esistenza. Crisostomo perciò  raccomanda: «Fin dalla più tenera età premunite i bambini con armi spirituali, e insegnate loro a segnare la fronte con la mano» (Omelia 12,7 sulla prima Lettera ai Corinzi). Vengono poi l’adolescenza e la  giovinezza: «All’infanzia segue il mare dell’adolescenza, dove i venti soffiano violenti…, perchè in noi cresce… la concupiscenza» (Omelia 81,5 sul Vangelo di Matteo). Giungono infine il fidanzamento e il matrimonio: «Alla giovinezza succede l’età della persona matura, nella quale sopraggiungono gli impegni di famiglia: è il tempo di cercare moglie” (ibid.). Del matrimonio egli ricorda i fini, arricchendoli – con il richiamo alla virtù della temperanza – di una ricca trama di rapporti personalizzati. Gli sposi ben preparati sbarrano così la via al divorzio: tutto si svolge con gioia e si possono educare i figli alla virtù. Quando poi nasce il primo bambino, questi è «come un ponte; i tre diventano una carne sola, poiché il figlio congiunge le due parti» (Omelia 12,5 sulla Lettera ai Colossesi), e i tre costituiscono «una famiglia, piccola Chiesa» (Omelia 20,6 sulla Lettera agli Efesini).

La predicazione del Crisostomo si svolgeva abitualmente nel corso della liturgia, «luogo» in cui la comunità si costruisce con la Parola e l’Eucaristia. Qui l’assemblea riunita esprime l’unica Chiesa (Omelia 8,7 sulla Lettera ai Romani), la stessa parola è rivolta in ogni luogo a tutti (Omelia 24,2 sulla prima Lettera ai Corinzi), e la comunione eucaristica si rende segno efficace di unità (Omelia 32,7 sul Vangelo di Matteo). Il suo progetto pastorale era inserito nella vita della Chiesa, in cui i fedeli laici col Battesimo assumono l’ufficio sacerdotale, regale e profetico. Al fedele laico egli dice: «Pure te il Battesimo fa re, sacerdote e profeta» (Omelia 3,5 sulla seconda Lettera ai Corinzi). Scaturisce di qui il dovere fondamentale della missione, perché ciascuno in qualche misura è responsabile della salvezza degli altri: «Questo è il principio della nostra vita sociale… non interessarci solo di noi!» (Omelia 9,2 sulla Genesi). Il tutto si svolge tra due poli: la grande Chiesa e la «piccola Chiesa», la famiglia, in reciproco rapporto.

Come potete vedere, cari fratelli e sorelle, questa lezione del Crisostomo sulla presenza autenticamente cristiana dei fedeli laici nella famiglia e nella società, rimane ancor oggi più che mai attuale. Preghiamo il Signore perché ci renda docili agli insegnamenti di questo grande Maestro della fede.


Audio Udienza

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 26 settembre 2007

San Giovanni Crisostomo

II: Gli anni di Costantinopoli

Cari fratelli e sorelle,

continuiamo oggi la nostra riflessione su san Giovanni Crisostomo. Dopo il periodo passato ad Antiochia, nel 397 egli fu nominato Vescovo di Costantinopoli, la capitale dell’Impero romano d’Oriente. Fin dall’inizio, Giovanni progettò la riforma della sua Chiesa: l’austerità del palazzo episcopale doveva essere di esempio per tutti – clero, vedove, monaci, persone della corte e ricchi. Purtroppo, non pochi di essi, toccati dai suoi giudizi, si allontanarono da lui. Sollecito per i poveri, Giovanni fu chiamato anche «l’Elemosiniere». Da attento amministratore, infatti, era riuscito a creare istituzioni caritative molto apprezzate. La sua intraprendenza nei vari campi ne fece per alcuni un pericoloso rivale. Egli, tuttavia, come vero Pastore, trattava tutti in modo cordiale e paterno. In particolare, riservava accenti sempre teneri per la donna e cure speciali per il matrimonio e la famiglia. Invitava i fedeli a partecipare alla vita liturgica, da lui resa splendida e attraente con geniale creatività.

Nonostante il suo cuore buono, non ebbe una vita tranquilla. Pastore della capitale dell’Impero, si trovò coinvolto spesso in questioni e intrighi politici, a motivo dei suoi continui rapporti con le autorità e le istituzioni civili. Sul piano ecclesiastico, poi, avendo deposto in Asia nel 401 sei Vescovi indegnamente eletti, fu accusato di aver varcato i confini della propria giurisdizione, e diventò così bersaglio di facili accuse. Un altro pretesto contro di lui fu la presenza di alcuni monaci egiziani, scomunicati dal patriarca Teofilo di Alessandria e rifugiatisi a Costantinopoli. Una vivace polemica fu poi originata dalle critiche mosse dal Crisostomo all’imperatrice Eudossia e alle sue cortigiane, che reagirono gettando su di lui discredito e insulti. Si giunse così alla sua deposizione, nel sinodo organizzato dallo stesso patriarca Teofilo nel 403, con la conseguente condanna al primo breve esilio. Dopo il suo rientro, l’ostilità suscitata contro di lui dalla protesta contro le feste in onore dell’imperatrice – che il Vescovo considerava come feste pagane, lussuose –, e la cacciata dei presbiteri incaricati dei Battesimi nella Veglia pasquale del 404 segnarono l’inizio della persecuzione di Crisostomo e dei suoi seguaci, i cosiddetti «Giovanniti».

Allora Giovanni denunciò per lettera i fatti al Vescovo di Roma, Innocenzo I. Ma era ormai troppo tardi. Nell’anno 406 dovette di nuovo recarsi in esilio, questa volta a Cucusa, in Armenia. Il Papa era convinto della sua innocenza, ma non aveva il potere di aiutarlo. Un Concilio, voluto da Roma per una pacificazione tra le due parti dell’Impero e tra le loro Chiese, non poté avere luogo. Lo spostamento logorante da Cucusa verso Pytius, mèta mai raggiunta, doveva impedire le visite dei fedeli e spezzare la resistenza dell’esule sfinito: la condanna all’esilio fu una vera condanna a morte! Sono commoventi le numerose lettere dall’esilio, in cui Giovanni manifesta le sue preoccupazioni pastorali con accenti di partecipazione e di dolore per le persecuzioni contro i suoi. La marcia verso la morte si arrestò a Comana nel Ponto. Qui Giovanni moribondo fu portato nella cappella del martire san Basilisco, dove esalò lo spirito a Dio e fu sepolto, martire accanto al martire (Palladio, Vita 119). Era il 14 settembre 407, festa dell’Esaltazione della santa Croce. La riabilitazione ebbe luogo nel 438 con Teodosio II. Le reliquie del santo Vescovo, deposte nella chiesa degli Apostoli a Costantinopoli, furono poi trasportate nel 1204 a Roma, nella primitiva Basilica costantiniana, e giacciono ora nella cappella del Coro dei Canonici della Basilica di San Pietro. Il 24 agosto 2004 una parte cospicua di esse fu donata dal Papa Giovanni Paolo II al Patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli. La memoria liturgica del Santo si celebra il 13 settembre. Il beato Giovanni XXIII lo proclamò patrono del Concilio Vaticano II.

Di Giovanni Crisostomo si disse che, quando fu assiso sul trono della Nuova Roma, cioè di Costantinopoli, Dio fece vedere in lui un secondo Paolo, un dottore dell’Universo. In realtà, nel Crisostomo c’è un’unità sostanziale di pensiero e di azione ad Antiochia come a Costantinopoli. Cambiano solo il ruolo e le situazioni. Meditando sulle otto opere compiute da Dio nella sequenza dei sei giorni nel commento della Genesi, il Crisostomo vuole riportare i fedeli dalla creazione al Creatore: «È un gran bene», dice, «conoscere ciò che è la creatura e ciò che è il Creatore». Ci mostra la bellezza della creazione e la trasparenza di Dio nella sua creazione, la quale diventa così quasi una «scala» per salire a Dio, per conoscerlo. Ma a questo primo passo se ne aggiunge un secondo: questo Dio creatore è anche il Dio della condiscendenza (synkatábasis). Noi siamo deboli nel «salire», i nostri occhi sono deboli. E così Dio diventa il Dio della condiscendenza, che invia all’uomo caduto e straniero una lettera, la Sacra Scrittura, cosicché creazione e Scrittura si completano. Nella luce della Scrittura, della lettera che Dio ci ha dato, possiamo decifrare la creazione. Dio è chiamato «padre tenero» (philostórghios) (ibid.), medico delle anime (Omelia 40,3 sulla Genesi), madre (ibid.) e amico affettuoso (La provvidenza 8,11-12). Ma a questo secondo passo – prima la creazione come «scala» verso Dio e poi la condiscendenza di Dio tramite una lettera che ci ha dato, la Sacra Scrittura – si aggiunge un terzo passo. Dio non solo ci trasmette una lettera: in definitiva, scende Lui stesso, si incarna, diventa realmente «Dio con noi», nostro fratello fino alla morte sulla Croce.  E a questi tre passi – Dio è visibile nella creazione, Dio ci dà una sua lettera, Dio scende e diventa uno di noi – si aggiunge alla fine un quarto passo. All’interno della vita e dell’azione del cristiano, il principio vitale e dinamico è lo Spirito Santo (Pneuma), che trasforma le realtà del mondo. Dio entra nella nostra stessa esistenza tramite lo Spirito Santo e ci trasforma dall’interno del nostro cuore.

Su questo sfondo, proprio a Costantinopoli Giovanni, nel commento continuato degli Atti degli Apostoli, propone l’esperienza della Chiesa primitiva (At 4,32-37) come modello per la società, sviluppando un’ «utopia» sociale (quasi una «città ideale»). Si trattava infatti di dare un’anima e un volto cristiano alla città. In altre parole, Crisostomo ha capito che non è sufficiente fare elemosina, aiutare i poveri di volta in volta, ma è necessario creare una nuova struttura, un nuovo modello di società: un modello basato sulla prospettiva del Nuovo Testamento. È la nuova società che si rivela nella Chiesa nascente. Quindi Giovanni Crisostomo diventa realmente così uno dei grandi Padri della Dottrina sociale della Chiesa: la vecchia idea della «polis» greca va sostituita da una nuova idea di città ispirata alla fede cristiana. Crisostomo sosteneva con Paolo (cfr 1 Cor 8,11) il primato del singolo cristiano, della persona in quanto tale, anche dello schiavo e del povero. Il suo progetto corregge così la tradizionale visione greca della «polis», della città, in cui larghi strati della popolazione erano esclusi dai diritti di cittadinanza, mentre nella città cristiana tutti sono fratelli e sorelle con uguali diritti. Il primato della persona è anche la conseguenza del fatto che realmente partendo da essa si costruisce la città, mentre nella «polis» greca la patria era al di sopra del singolo, il quale era totalmente subordinato alla città nel suo insieme. Così con Crisostomo comincia la visione di una società costruita dalla coscienza cristiana. Ed egli ci dice che la nostra «polis» è un’altra, «la nostra patria è nei cieli» (Fil 3,20) e questa nostra patria ci rende tutti uguali, fratelli e sorelle, anche su questa terra, e ci obbliga alla solidarietà.

Al termine della sua vita, dall’esilio ai confini dell’Armenia, «il luogo più remoto del mondo», Giovanni, ricongiungendosi alla sua prima predicazione del 386, riprese il tema a lui caro del piano che Dio persegue nei confronti dell’umanità: è un piano «indicibile e incomprensibile», ma sicuramente guidato da Lui con amore (cfr La provvidenza 2,6). Questa è la nostra certezza. Anche se non possiamo decifrare i dettagli della storia personale e collettiva, sappiamo che il piano di Dio è sempre ispirato dal suo amore. Così, nonostante le sue sofferenze, il Crisostomo riaffermava la scoperta che Dio ama ognuno di noi con un amore infinito, e perciò vuole la salvezza di tutti. Da parte sua, il santo Vescovo cooperò a questa salvezza generosamente, senza risparmiarsi, lungo tutta la sua vita. Considerava infatti ultimo fine della sua esistenza quella gloria di Dio, che – ormai morente – lasciò come estremo testamento: «Gloria a Dio per tutto!» (Palladio, Vita 11).

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Venerdì della XXIII settimana del Tempo Ordinario

Audio Omelie

13 Settembre 2019


Vangelo   Lc 6, 39-42
Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca? Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo?     Ipòcrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

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