Lunedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario

Audio Omelia

Non possiamo avere dubbi sul fatto che Dio voglia salvare ogni uomo sulla faccia della terra.

Dio, nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità.

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.

Salvezza ed elezione sono due realtà diverse. Si sente l’esigenza di recuperare in modo forte questa verità della Rivelazione. Una salvezza per ogni uomo e per ogni creatura che passa attraverso la scelta di un popolo tra i popoli, di uomini da questo popolo (i profeti), di discepoli tra la folla, di apostoli tra i discepoli. Tra i discepoli Pietro Giacomo e Giovanni scelti da Gesù in momenti decisivi. Pietro scelto a capo degli apostoli. Questo è un dato fermo e forte della nostra fede: Dio sceglie, elegge sempre alcuni per la salvezza di tutti!

E i criteri della sua scelta non sono scontati. Oggi addirittura Gesù dicendo, io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande, parlando di un centurione, conferma che un pagano ha avuto più fede in Lui di tutti gli eletti del popolo di Israele che ha incontrato. Non si è scelti, quindi, nemmeno perché si ha una fede immensa. Basti pensare ai dubbi, ai rinnegamenti e alla fuga sotto la croce di Pietro, capo di tutti gli apostoli.

Il Vangelo di oggi ci porta ancora una volta a pensare alla Libertà di Dio davanti alla quale solo l’umile silenzio e la preghiera sono adeguati. Volontà libera di Dio che sceglie qualcuno per la salvezza di tutti.

di Padre Maurizio Botta C.O.

 

Vangelo   Lc 7, 1-10
Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao.  Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga».  Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

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La canzone della settimana (17-23 Settembre 2017)

Renato Zero – Il cielo (1977)

Nicola Commisso ha deciso di salvare nella sua “cassaforte impermeabile” questa canzone. Gli ho chiesto di raccontare il perchè in pochissime righe.

«Ma che uomo sei, se non hai il cielo?». Tra le tante poesie di Renato Zero, questa è sicuramente la perla che racchiude tutta la profondità e la verticalità della sua musica: tutto ciò che è veramente umano – sia il dolore che l’amore – deve avere a che fare con il Cielo, con un’immensità di eternità. Parole e musica che crescono d’intensità, fino a cantare a squarciagola, verso il cielo. Come scriveva Pavel Florenskij, «quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete».

Discoteca completa.


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Condono (17/09/2017)

Audio Omelia

Le sentenze spirituali e le domande del libro del Siracide che abbiamo ascoltato questa sera sono stupende. Incalzanti e ineludibili.

Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio? Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti.

Pietro affascinato sempre più profondamente dalla predicazione di Gesù capì quanto il perdono fosse centrale per il Maestro e la domanda che gli fece era già espressione di un desiderio di perfezione nel seguire Gesù su questa via.

Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?

La risposta di Gesù, non ti dico sette, ma settanta volte sette, è lo strabiliante compimento e perfezionamento delle parole dell’Antico Testamento. Nella parabola raccontata da Gesù per illuminare questa risposta così radicale c’è un’espressione che mi sembra centrale nella dinamica del racconto. Un giorno il Re volle fare i conti…  C’è un momento in cui i nodi vengono al pettine, in cui non ci si può più nascondere, in cui le maschere cadono, in cui l’esistenza di un debito e l’entità mostruosa di questo debito vengono messi da Dio sotto la luce della verità. Nel rispondere a Pietro Gesù sposta la luce dai peccati per cui gli altri ci chiedono perdono, al peccato nostro contro Dio la cui esistenza e la cui grandezza impressionante non ci sono quasi mai evidenti.

Pietro entrerà con la sua vita dentro a questa parabola quando Gesù si voltò a guardarlo negli occhi dopo il triplice rinnegamento. Fu quello il momento del condono, il momento in cui Pietro con gli occhi disse a Gesù “Perdonami!” e lo sguardo di Gesù lo fece scoppiare a piangere per l’abissalità del Perdono Divino che gli veniva donato. Il Perdono di Dio è la fonte per poter perdonare sempre.

La nostra vita e le nostre scelte hanno un valore eterno. L’esperienza del Perdono ricevuto da Dio genera in Cielo l’attesa di un perdono completo da parte nostra quando qualcuno chiede perdono a noi. Il perdono non concesso su questa terra a un uomo come noi, che ci ha fatto del male, ma ci chiede perdono, ci condanna in Cielo davanti a Dio.

I tuoi profeti siano trovati degni di fede, diceva l’Antifona d’Ingresso di questa Messa. I Figli di Dio, i discepoli di Gesù rivestiti con il Battesimo dello Spirito profetico di Gesù possono essere credibili, degni di fede, autorevoli solo se incarnano e vivono questa esperienza di essere travolti dalla potenza del Perdono divino. Il Donare perdono a chi ci chiede perdono sarà una conseguenza. Ecco perché oggi la Chiesa ci ha guidato a fare due richieste meravigliose. Fuori da queste richieste ci può essere solo volontarismo e moralismo.

Fa’ che sperimentiamo la potenza della Tua Misericordia, per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio. (dalla preghiera Colletta)

La Potenza di questo Sacramento, o Padre, ci pervada corpo e anima, perché non prevalga in noi il nostro sentimento, ma l’azione del tuo Santo Spirito. (dalla preghiera dopo la Comunione)

di Padre Maurizio Botta C.O.

Commento alle letture della XXIV  Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) di P. Maurizio Botta per la Radio Vaticana

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Il libro della settimana (17-23 Settembre 2017)

De Profundis di Oscar Wilde (1897)

Zingonia Zingone ha deciso di salvare nella sua “cassaforte impermeabile” questo libro. Le ho chiesto di raccontare il perchè in pochissime righe. Eccole.

“De Profundis è una testimonianza di vita che ti farà entrare nel cuore delle passioni (amorose e sessuali) e le loro conseguenze. Wilde, carcerato per il delitto di sodomia, mette a nudo le sue debolezze e ammette le sue colpe, in una lunga lettera diretta al giovane amante. È un atto di amore estremo teso a salvare il ragazzo dall’odio e dalla vanità che si annidano nel suo cuore. Scrivendo e scavando nel dolore, lo scrittore scopre il valore della contrizione e la centralità della fede.”

Biblioteca completa.

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San Cipriano (16/09/2017)

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Audio Udienza

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 6 giugno 2007

San Cipriano

Cari fratelli e sorelle,

nella serie delle nostre catechesi su grandi personalità della Chiesa antica, arriviamo oggi a un eccellente Vescovo africano del III secolo, san Cipriano, che «fu il primo Vescovo che in Africa conseguì la corona del martirio». In pari grado la sua fama – come attesta il diacono Ponzio, che per primo ne scrisse la vita – è legata alla produzione letteraria e all’attività pastorale dei tredici anni che intercorrono fra la sua conversione e il martirio (cfr Vita 19,1; 1,1). Nato a Cartagine da ricca famiglia pagana, dopo una giovinezza dissipata Cipriano si converte al cristianesimo all’età di 35 anni. Egli stesso racconta il suo itinerario spirituale: «Quando ancora giacevo come in una notte oscura», scrive alcuni mesi dopo il Battesimo, «mi appariva estremamente difficile e faticoso compiere quello che la misericordia di Dio mi proponeva … Ero legato dai moltissimi errori della mia vita passata, e non credevo di potermene liberare, tanto assecondavo i vizi e favorivo i miei cattivi desideri … Ma poi, con l’aiuto dell’acqua rigeneratrice, fu lavata la miseria della mia vita precedente; una luce sovrana si diffuse nel mio cuore; una seconda nascita mi restaurò in un essere interamente nuovo. In modo meraviglioso cominciò allora a dissiparsi ogni dubbio … Comprendevo chiaramente che era terreno quello che prima viveva in me, nella schiavitù dei vizi della carne, ed era invece divino e celeste ciò che lo Spirito Santo in me aveva ormai generato» (A Donato 3-4).

Subito dopo la conversione, Cipriano – non senza invidie e resistenze – viene eletto all’ufficio sacerdotale e alla dignità di Vescovo. Nel breve periodo del suo episcopato affronta le prime due persecuzioni sancite da un editto imperiale, quella di Decio (250) e quella di Valeriano (257-258). Dopo la persecuzione particolarmente crudele di Decio, il Vescovo dovette impegnarsi strenuamente per riportare la disciplina nella comunità cristiana. Molti fedeli, infatti, avevano abiurato, o comunque non avevano tenuto un contegno corretto dinanzi alla prova. Erano i cosiddetti lapsi – cioè i «caduti» –, che desideravano ardentemente rientrare nella comunità. Il dibattito sulla loro riammissione giunse a dividere i cristiani di Cartagine in lassisti e rigoristi. A queste difficoltà occorre aggiungere una grave pestilenza che sconvolse l’Africa e pose interrogativi teologici angosciosi sia all’interno della comunità sia nel confronto con i pagani. Bisogna ricordare, infine, la controversia fra Cipriano e il Vescovo di Roma, Stefano, circa la validità del Battesimo amministrato ai pagani da cristiani eretici.

In queste circostanze realmente difficili Cipriano rivelò elette doti di governo: fu severo, ma non inflessibile con i lapsi, accordando loro la possibilità del perdono dopo una penitenza esemplare; davanti a Roma fu fermo nel difendere le sane tradizioni della Chiesa africana; fu umanissimo e pervaso dal più autentico spirito evangelico nell’esortare i cristiani all’aiuto fraterno dei pagani durante la pestilenza; seppe tenere la giusta misura nel ricordare ai fedeli – troppo timorosi di perdere la vita e i beni terreni – che per loro la vera vita e i veri beni non sono quelli di questo mondo; fu irremovibile nel combattere i costumi corrotti e i peccati che devastavano la vita morale, soprattutto l’avarizia. «Passava così le sue giornate», racconta a questo punto il diacono Ponzio, «quand’ecco che – per ordine del proconsole – giunse improvvisamente alla sua villa il capo della polizia» (Vita 15,1). In quel giorno il santo Vescovo fu arrestato, e dopo un breve interrogatorio affrontò coraggiosamente il martirio in mezzo al suo popolo.

Cipriano compose numerosi trattati e lettere, sempre legati al suo ministero pastorale. Poco incline alla speculazione teologica, scriveva soprattutto per l’edificazione della comunità e per il buon comportamento dei fedeli. Di fatto, la Chiesa è il tema che gli è di gran lunga più caro. Distingue tra Chiesa visibile, gerarchica, e Chiesa invisibile, mistica, ma afferma con forza che la Chiesa è una sola, fondata su Pietro. Non si stanca di ripetere che «chi abbandona la cattedra di Pietro, su cui è fondata la Chiesa, si illude di restare nella Chiesa» (L’unità della Chiesa cattolica 4). Cipriano è convinto, e lo ha formulato con parole forti, che «fuori della Chiesa non c’è salvezza» (Epistola 4,4 e 73,21), e che «non può avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come Madre» (L’unità della Chiesa cattolica 4). Caratteristica irrinunciabile della Chiesa è l’unità, simboleggiata dalla tunica di Cristo senza cuciture (ibid., 7): unità della quale dice che trova il suo fondamento in Pietro (ibid., 4) e la sua perfetta realizzazione nell’Eucaristia (Epistola 63,13). «Vi è un solo Dio, un solo Cristo», ammonisce Cipriano, «una sola è la sua Chiesa, una sola fede, un solo popolo cristiano, stretto in salda unità dal cemento della concordia: e non si può separare ciò che è uno per natura» (L’unità della Chiesa cattolica 23).

Abbiamo parlato del suo pensiero riguardante la Chiesa, ma non si deve trascurare, infine, l’insegnamento di Cipriano sulla preghiera. Io amo particolarmente il suo libro sul Padre Nostro, che mi ha aiutato molto a capire e a recitare meglio la «preghiera del Signore»: Cipriano insegna come proprio nel Padre Nostro è donato al cristiano il retto modo di pregare, e sottolinea che tale preghiera è al plurale, «affinché colui che prega non preghi unicamente per sé. La nostra preghiera – scrive – è pubblica e comunitaria e, quando noi preghiamo, non preghiamo per uno solo, ma per tutto il popolo, perché con tutto il popolo noi siamo una cosa sola» (L’orazione del Signore 8). Così preghiera personale e liturgica appaiono robustamente legate tra loro. La loro unità proviene dal fatto che esse rispondono alla medesima Parola di Dio. Il cristiano non dice «Padre mio», ma «Padre nostro», fin nel segreto della camera chiusa, perché sa che in ogni luogo, in ogni circostanza, egli è membro di uno stesso Corpo.

«Preghiamo dunque, fratelli amatissimi», scrive il Vescovo di Cartagine, «come Dio, il Maestro, ci ha insegnato. E’ preghiera confidenziale e intima pregare Dio con ciò che è suo, far salire alle sue orecchie la preghiera di Cristo. Riconosca il Padre le parole del suo Figlio, quando diciamo una preghiera: Colui che abita interiormente nell’animo sia presente anche nella voce … Quando si prega, inoltre, si abbia un modo di parlare e di pregare che, con disciplina, mantenga calma e riservatezza. Pensiamo che siamo davanti allo sguardo di Dio. Bisogna essere graditi agli occhi divini sia con l’atteggiamento del corpo che col tono della voce … E quando ci riuniamo insieme con i fratelli e celebriamo i sacrifici divini con il sacerdote di Dio, dobbiamo ricordarci del timore reverenziale e della disciplina, non dare al vento qua e là le nostre preghiere con voci scomposte, né scagliare con tumultuosa verbosità una richiesta che va raccomandata a Dio con moderazione, perché Dio è ascoltatore non della voce, ma del cuore (non vocis sed cordis auditor est (3-4). Si tratta di parole che restano valide anche oggi e ci aiutano a celebrare bene la Santa Liturgia.

In definitiva, Cipriano si colloca alle origini di quella feconda tradizione teologico-spirituale che vede nel «cuore» il luogo privilegiato della preghiera. Stando alla Bibbia e ai Padri, infatti, il cuore è l’intimo dell’uomo, il luogo dove abita Dio. In esso si compie quell’incontro nel quale Dio parla all’uomo, e l’uomo ascolta Dio; l’uomo parla a Dio, e Dio ascolta l’uomo: il tutto attraverso l’unica Parola divina. Precisamente in questo senso – riecheggiando Cipriano – Smaragdo, abate di San Michele alla Mosa nei primi anni del nono secolo, attesta che la preghiera «è opera del cuore, non delle labbra, perché Dio guarda non alle parole, ma al cuore dell’orante» (Il diadema dei monaci l).

Carissimi, facciamo nostro questo «cuore in ascolto», di cui ci parlano la Bibbia (cfr 1 Re 3,9) e i Padri: ne abbiamo tanto bisogno! Solo così potremo sperimentare in pienezza che Dio è il nostro Padre, e che la Chiesa, la santa Sposa di Cristo, è veramente la nostra Madre.


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