Lunedì della XVI settimana del Tempo Ordinario

Omelia 2015

Audio Omelia

 

Vangelo   Mt 12, 38-42
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, alcuni scribi e farisei dissero a Gesù: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno».
Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!».

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Impazienti (23/07/2017)

Il regno dei cieli è simile  …

Gesù usa molte parabole per illuminare ora un particolare ora un altro di quest’unica realtà: il Regno dei cieli. Sono verità, dice il Figlio di Dio, nascoste fin dalla fondazione del mondo. Oggi il focus è su come Dio regni potentemente sul mondo, anzi su come Dio estenda sul mondo la Sua Regalità. Cominciamo dalle parabole sul granellino di senape e sul lievito.

Quello di senape è il più piccolo di tutti i semi, ma cresce in modo strabiliante tanto da diventare albero capace di reggere il peso di molti uccelli, cioè creature milioni di volte più grandi di lui.

Il Regno dei cieli è quindi potente come una realtà che appare minuscola, ma che ha al suo interno una straordinaria capacità di sviluppo legata alla presenza agente di Dio stesso. La regalità di Dio nella storia degli uomini sembrerebbe piccolissima, ma in realtà cresce sempre più in modo impercettibile. Attenzione, quindi, a valutare il Mistero con occhi da analista, con statistiche alla mano sulle presenze alla Messa.

Il lievito è, invece, un prodotto che manifesta una potenza straordinaria su una realtà circostante, la pasta, decisamente più grande  di lui. C’è una sproporzione immensa tra la quantità di lievito e la quantità di farina. Dio diventa Re della storia allo stesso modo, ha la forza di far lievitare la storia attraverso le sole poche anime in cui Egli regna come Signore incontrastato. Papa Benedetto XVI usò la bellissima immagine delle minoranze creative. La potenza di Dio nella storia umana sembra nascosta. È normale questa impressione di sentirci oppressi e schiacciati dalla pasta che ci stringe da tutte le parti.

In queste due parabole protagonista è il tempo. Il tempo da attendere per la crescita e il tempo necessario per una completa lievitazione. Anche nella terza parabola, quella del grano e della zizzania protagonista è il tempo.

Al cuore c’è un dubbio tante volte inespresso, ma che prima o poi in modo drammatico occupa il cuore dei veri discepoli.

Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo! E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”

Se nelle prime due parabole il tempo era quello necessario per la crescita e per la lievitazione, in questa parabola viene descritta la potenza regale di Dio, come la potenza di chi è lucido e paziente, di chi ha la forza di aspettare il momento giusto. Il tempo necessario, il tempo della maturazione, il tempo della mietitura. La zizzania non diventerà mai grano, anzi quando il grano crescerà tutto sarà evidente. Viene descritta la fragilità del male, la sua inconsistenza nel lungo periodo, la sua bruttezza che non può reggere il confronto con l’opera di Dio nella vite degli uomini che a Lui si consacrano interamente.

Significativamente nella vita di Cristo, alla fine, l’ultima e la più grande tentazione fu una tentazione di impazienza: “scendi dalla croce… sii impaziente!”. Così per noi. L’impazienza davanti alla presenza del male in noi e intorno a noi, quella voglia impaziente di sradicarlo con le nostre mani senza attendere che Dio lo bruci in noi con il suo Spirito. Io soffro perché sono impaziente. Noi tutti soffriamo perché siamo impazienti.

di Padre Maurizio Botta C.O.

 

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Sabato della XV settimana del Tempo Ordinario

Omelia 2015

Audio Omelia

“Allora i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là.” Cosa ha fatto Gesù di tanto grave per suscitare una riunione così fulminea e provocare una decisione così violenta? C’era un uomo con una mano paralizzata. Era sabato. Sinagoga. I farisei vogliono già accusarlo e per farlo gli pongono pubblicamente il “caso” di questo poveretto. Gesù risponde e comanda. Risponde ai farisei dicendo loro: “Chi di voi, se possiede una pecora e questa, in giorno di sabato, cade in un fosso, non l’afferra e la tira fuori? Ora, un uomo vale ben più di una pecora! Perciò è lecito in giorno di sabato fare del bene”. Poi comanda al malato: “Tendi la tua mano”. Il paralitico stese la mano malata che ritornò sana come l’altra. Gesù aveva definito questo suo essere Signore del Sabato come Misericordia. La Misericordia non è in Dio solo un volto misericordioso, un vago sentimento pietoso. È azione. Diventa comando. Si esprime in un coraggio umano nel fronteggiare da solo i leader religiosi della sinagoga. Gesù è misericordioso perché non indietreggia davanti al clima violento e accusatorio che ormai lo circonda. Misericordia è correzione dei farisei sulla loro lettura teologica della realtà, dei fatti. Questo è il punto. Gesù incarna una pretesa assoluta. Più del Tempio e Signore del Sabato. E questa pretesa non si ferma alle parole, diventa gesti che apparivano inevitabilmente divisivi e provocatori.

 

Vangelo  Mt 12,14-21

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Ecco il mio servo, che io ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà alle nazioni la giustizia. Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le nazioni».

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Santa Maria Maddalena (22/07/2017)

Per celebrare la Festa di Santa Maria Maddalena proponiamo ai lettori del blog l’Udienza che il 14 Febbraio 2007 Papa Benedetto XVI dedicò al ruolo delle donne nella Chiesa nascente e l’audio di una catechesi per Radio Vaticana di Padre Maurizio Botta in cui la santa è definita mirofora e apostola degli apostoli. Infine l’audio dell’omelia del 22 Luglio 2017 in occasione della Festa.

 

 

 


Omelia Festa di Santa Maria Maddalena

Audio Omelia

 


Audio Udienza

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 14 febbraio 2007

Le donne a servizio del Vangelo

Cari fratelli e sorelle,

oggi siamo arrivati al termine del nostro percorso tra i testimoni del cristianesimo nascente che gli scritti neo-testamentari menzionano.  E usiamo l’ultima tappa di questo primo percorso per dedicare la nostra attenzione alle molte figure femminili che hanno svolto un effettivo e prezioso ruolo nella diffusione del Vangelo. La loro testimonianza non può essere dimenticata, conformemente a quanto Gesù stesso ebbe a dire della donna che gli unse il capo poco prima della Passione: «In verità vi dico, dovunque sarà predicato questo vangelo nel mondo intero, sarà detto anche ciò che costei ha fatto, in memoria di lei» (Mt 26,13; Mc 14,9). Il Signore vuole che questi testimoni del Vangelo, queste figure che hanno dato un contributo affinchè crescesse la fede in Lui, siano conosciute e la loro memoria sia viva nella Chiesa. Possiamo storicamente distinguere il ruolo delle donne nel Cristianesimo primitivo, durante la vita terrena di Gesù e durante le vicende della prima generazione cristiana.

Gesù certamente, lo sappiamo, scelse tra i suoi discepoli dodici uomini come Padri del nuovo Israele, gli scelse perché «stessero con lui e anche per mandarli a predicare» (Mc 3,14-l5). Questo fatto è evidente, ma, oltre ai Dodici, colonne della Chiesa, padri del nuovo Popolo di Dio, sono scelte nel numero dei discepoli anche molte donne. Solo molto brevemente posso accennare a quelle che si trovano sul cammino di Gesù stesso, cominciando con la profetessa Anna (cfr Lc 2,36-38) fino alla Samaritana (cfr Gv 4,1-39), alla donna siro-fenicia (cfr Mc 7,24-30), all’emorroissa (cfr Mt 9,20-22) e alla peccatrice perdonata (cfr Lc 7,36-50). Non mi riferisco neppure alle protagoniste di alcune efficaci parabole, ad esempio alla massaia che fa il pane (Mt 13,33), alla donna che perde la dracma (Lc 15,8-10), alla vedova che importuna il giudice (Lc 18,1-8). Più significative per il nostro argomento sono quelle donne che hanno svolto un ruolo attivo nel quadro della missione di Gesù. In primo luogo, il pensiero va naturalmente alla Vergine Maria, che con la sua fede e la sua opera materna collaborò in modo unico alla nostra Redenzione, tanto che Elisabetta poté proclamarla «benedetta fra le donne» (Lc 1,42), aggiungendo: «beata colei che ha creduto» (Lc 1,45). Divenuta discepola del Figlio, Maria manifestò a Cana la totale fiducia in Lui (cfr Gv 2,5) e lo seguì fin sotto la Croce, dove ricevette da Lui una missione materna per tutti i suoi discepoli di ogni tempo, rappresentati da Giovanni (cfr Gv 19,25-27).

Ci sono poi varie donne, che a diverso titolo gravitarono attorno alla figura di Gesù con funzioni di responsabilità. Ne sono esempio eloquente le donne che seguivano Gesù per assisterlo con le loro sostanze e di cui Luca ci tramanda alcuni nomi: Maria di Magdala, Giovanna, Susanna e «molte altre» (cfr Lc 8,2-3). Poi i Vangeli ci informano che le donne, a differenza dei Dodici, non abbandonarono Gesù nell’ora della Passione (cfr Mt 27,56.61; Mc 15,40). Tra di esse spicca in particolare la Maddalena, che non solo presenziò alla Passione, ma fu anche la prima testimone e annunciatrice del Risorto (cfr Gv 20,1.11-18). Proprio a Maria di Magdala San Tommaso d’Aquino riserva la singolare qualifica di «apostola degli apostoli» (apostolorum apostola), dedicandole questo bel commento: «Come una donna aveva annunciato al primo uomo parole di morte, così una donna per prima annunziò agli apostoli parole di vita» (Super Ioannem, ed. Cai, § 2519).

Anche nell’ambito della Chiesa primitiva la presenza femminile è tutt’altro che secondaria. Non insistiamo sulle quattro figlie innominate del “diacono” Filippo, residenti a Cesarea Marittima e tutte dotate, come ci dice san Luca, del «dono della profezia», cioè della facoltà di intervenire pubblicamente sotto l’azione dello Spirito Santo (cfr At 21,9). La brevità della notizia non permette deduzioni più precise. Piuttosto dobbiamo a san Paolo una più ampia documentazione sulla dignità e sul ruolo ecclesiale della donna. Egli parte dal principio fondamentale, secondo cui per i battezzati non solo «non c’è più né giudeo né greco, né schiavo, né libero», ma anche «né maschio, né femmina». Il motivo è che «tutti siamo uno solo in Cristo Gesù» (Gal 3,28), cioè tutti accomunati nella stessa dignità di fondo, benché ciascuno con funzioni specifiche (cfr 1 Cor 12,27-30). L’Apostolo ammette come cosa normale che nella comunità cristiana la donna possa «profetare» (1 Cor 11,5), cioè pronunciarsi apertamente sotto l’influsso dello Spirito, purché ciò sia per l’edificazione della comunità e fatto in modo dignitoso. Pertanto la successiva, ben nota, esortazione a che «le donne nelle assemblee tacciano» (1 Cor 14,34) va piuttosto relativizzata. Il conseguente problema, molto discusso, della relazione tra la prima parola – le donne possono profetare nell’assemblea – e l’altra – non possono parlare -,  della relazione tra queste due indicazioni, apparentemente contraddittorie, lo lasciamo agli esegeti. Non è da discutere qui. Mercoledì scorso abbiamo già incontrato la figura di Prisca o Priscilla, sposa di Aquila, la quale in due casi viene sorprendentemente menzionata prima del marito (cfr At 18,18; Rm 16,3): l’una e l’altro comunque sono esplicitamente qualificati da Paolo come suoi sun-ergoús «collaboratori» (Rm 16,3).

Alcuni altri rilievi non possono essere trascurati. Occorre prendere atto, ad esempio, che la breve Lettera a Filemone in realtà è indirizzata da Paolo anche a una donna di nome «Affia» (cfr Fm 2). Traduzioni latine e siriache del testo greco aggiungono a questo nome “Affia” l’appellativo di “soror carissima” (ibid.) e si deve dire che nella comunità di Colossi ella doveva occupare un posto di rilievo; in ogni caso, è l’unica donna menzionata da Paolo tra i destinatari di una sua lettera. Altrove l’Apostolo menziona una certa «Febe», qualificata come diákonos della Chiesa di Cencre, la cittadina portuale a est di Corinto (cfr Rm 16,1-2). Benché il titolo in quel tempo non abbia ancora uno specifico valore ministeriale di tipo gerarchico, esso esprime un vero e proprio esercizio di responsabilità da parte di questa donna a favore di quella comunità cristiana. Paolo raccomanda di riceverla cordialmente e di assisterla «in qualunque cosa abbia bisogno», poi aggiunge: «essa infatti ha protetto molti, anche me stesso». Nel medesimo contesto epistolare l’Apostolo con tratti di delicatezza ricorda altri nomi di donne: una certa Maria, poi Trifena, Trifosa e Perside «carissima», oltre a Giulia, delle quali scrive apertamente che «hanno faticato per voi» o «hanno faticato nel Signore» (Rm 16,6.12a.12b.15), sottolineando così il loro forte impegno ecclesiale. Nella Chiesa di Filippi poi dovevano distinguersi due donne di nome «Evodia e Sìntiche» (Fil 4,2): il richiamo che Paolo fa alla concordia vicendevole lascia intendere che le due donne svolgevano una funzione importante all’interno di quella comunità.

In buona sostanza, la storia del cristianesimo avrebbe avuto uno sviluppo ben diverso se non ci fosse stato il generoso apporto di molte donne. Per questo, come ebbe a scrivere il mio venerato e caro Predecessore Giovanni Paolo Il nella Lettera apostolica Mulieris dignitatem, «la Chiesa rende grazie per tutte le donne e per ciascuna… La Chiesa ringrazia per tutte le manifestazioni del “genio” femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del Popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità: ringrazia per tutti i frutti della santità femminile» (n. 31). Come si vede, l’elogio riguarda le donne nel corso della storia della Chiesa ed è espresso a nome dell’intera comunità ecclesiale. Anche noi ci uniamo a questo apprezzamento ringraziando il Signore, perché egli conduce la sua Chiesa, generazione dopo generazione, avvalendosi indistintamente di uomini e donne, che sanno mettere a frutto la loro fede e il loro battesimo per il bene dell’intero Corpo ecclesiale, a maggior gloria di Dio.


Audio Catechesi per Radio Vaticana. “Può morire la vita?”

Può morire la Vita?

Catechesi di Padre Maurizio Botta sul Vangelo di Pasqua. Presenta Monia Parente (Radio Vaticana)

 

La liturgia bizantina nel celebrarla quale santa mirofora, pari agli apostoli “apostola degli apostoli” , cosi recita:

“Hai portato unguenti profumati al Cristo deposto nel sepolcro, che su tutti i morti esalava il profumo della risurrezione; e, vedendolo per prima, lo hai adorato piangendo, o Maria teòfora. Supplica dunque perché siano donate alle anime nostre la pace e la grande misericordia. Vedendo il Cristo inchiodato alla croce, piangevi, o Maddalena, e gridavi:  Che spettacolo è questo? Può morire la vita? La creazione vedendo si scuote, e si oscurano gli astri! Supplica dunque perché siano donate alle anime nostre la pace e la grande misericordia.  Sei stata rièmpita di grande intelligenza e di vera scienza stando col Creatore, o Maria gloriosa, e hai annunciato ai popoli i suoi patimenti e la sua condiscendenza, o celebratissima. Supplica dunque, perché siano donate alle anime nostre la pace e la grande misericordia.”

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Venerdì della XV settimana del Tempo Ordinario

Omelia 2017

Audio Omelia

Gesù, lo abbiamo ricordato molte volte,  porta a compimento ciò che dell’Antico Testamento non è ancora compiuto. Non abolisce porta a pienezza. Porta a compimento il senso profondo di realtà istituite da Dio stesso. Lo vediamo oggi parlare con i farisei detentori della conoscenza e dell’interpretazione delle Scritture. Gesù autorevolmente li corregge e mostra dove non hanno ben compreso la Parola di Dio. Il Sabato memoriale della liberazione fatta da Dio, era diventato fonte di una nuova schiavitù religiosa. Quella che era una pratica espressiva di liberazione, la sacralità del sabato, a causa della loro interpretazione errata era diventata parola che generava paura e legami pesanti. Gesù relativizza il Tempio, la Legge e il Sabato. Sono relativizzati non perché superati, ma perché la verità contenuta in essi è ora incarnata, compiuta e perfezionata in modo vivente in Cristo. Gesù vivente è il nuovo e definitivo luogo santissimo  dell’incontro con Dio. Gesù risorto alla destra del Padre è la fonte perenne di liberazione di cui il Sabato era solo memoriale. Gesù presente in mezzo a noi fino alla fine dei giorni è compimento della Legge che viene perfezionata e portata alle sue estreme conseguenze. Uniti a Cristo Signore per potenza di Spirito Santo noi stessi nella nostra carne diventiamo luogo sacro e fonte di liberazione per il mondo. Uniti a Cristo infuocati dalla Sua stessa Carità, implorata come mendicanti, possiamo nella nostra carne amare come Lui ama.

 

Vangelo  Mt 12,1-8

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle.  Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato».  Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

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