Girare i tacchi

walking-away-e1315016963203Audio Omelie

15 Luglio 2018

12 Luglio 2015

XV Domenica del Tempo Ordinario  (anno B) – Commento alle letture per la Radio Vaticana


Donaci, o Padre, di non avere nulla di più caro del tuo Figlio, che rivela al mondo il mistero del tuo amore e la vera dignità dell’uomo.

Questa orazione all’inizio della Messa di oggi ci fa chiedere la conversione fondamentale. La Parola di Gesù è di una qualità e autorevolezza diversa rispetto alle chiacchiere. Ogni parola di Cristo è decisiva per scoprire l’amore del Padre e insieme la nostra vera dignità.

Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due

Chiamati per stare con Lui. Mandati da Gesù non da soli, ma due a due, senza individualismi. La consapevolezza di essere inviato da Dio e non da una decisione propria, mandato per un progetto in cui il discepolo è coinvolto, ma di cui non è il regista.

E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.

Vanno poveri perché già arricchiti di Cristo. Gli apostoli sono mandati, ma solo dopo essere stati rivestiti di potenza dall’alto. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo 2Cor 12,8 In tanti uomini di Chiesa la sfiducia nasce da una missione calibrata sulle proprie forze, sui propri pensieri, sulle proprie possibilità. E senza fede nella potenza che proviene dal Cristo Vivente resta solo la politica. Ma una politica non nobile, di corto respiro o ideologica, fatta di analisi e compromessi davanti ad avvenimenti che sembrano ineluttabili. Ma un sacerdote o un vescovo che diventa politico riempie di tristezza e disorientamento le anime.

… e dava loro potere sugli spiriti impuri.

La missione è lotta contro il maligno. Dove c’è un vero discepolo Satana è smascherato è obbligato ad uscire allo scoperto.

Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro…

Gesù preannuncia che ci saranno insuccessi, rifiuti e chiusure. Al discepolo è stato affidato un compito, non garantito il successo. È possibile allora convincere tutti? Piacere a tutti? Come cristiani occorre imparare ad obbedire a Gesù e uniti a Lui, quindi senza arroganza, violenza o superbia, imparare a fare quello che ci comanda, perché andatevene e scuotete la polvere dai vostri sandali sono due imperativi. Imparare da Cristo anche l’arte evangelica di saper girare i tacchi. Saper perdere, accettare la sconfitta, non incaponirsi in un dialogo che rifiuta il rifiuto dell’altro. Scuotere la polvere dai sandali significa prendere pubblicamente le distanze con un gesto simbolico. Lasciare che l’altro pesi tutta la gravità del suo rifiuto della Pace di Dio. Non abbiamo nulla da spartire, non ci accumuna nemmeno la polvere che si appiccica sotto le scarpe. Siamo ancora capaci di gesti così netti, chiari, puliti e onesti? O cerchiamo sempre compromessi al ribasso anche sulle cose più sante?

Padre Maurizio Botta

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Sabato della XIV settimana del Tempo Ordinario

Audio Omelie

14 Luglio 2018

15 Luglio 2017


Continua il discorso sulla persecuzione.

Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!

Hanno calunniato Gesù, dicendo che era pazzo, addirittura, dicendo che agiva così perché guidato dal Male… Questa cosa continuerà a esserci. Oggi forse più sottile, ma non meno violenta: “Sei eccessivo con la tua vita di preghiera, non stai esagerando? Non stai scappando? E poi la Chiesa è male… è piena di male! Quello che chiede Cristo non solo è impossibile, ma è contro il bene dell’uomo, è contro la sua felicità!”

Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti.

Un annuncio sempre più forte, sempre più audace, sempre più senza paura delle conseguenze. Questo coraggio cresce in misura dell’esperienza della forza dello Spirito Santo in noi, è stato così anche per i discepoli.

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima

Questo annuncio pubblico sempre più trasparente attira e suscita reazioni violente. Non abbiate paura!

Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!

Ci è garantita una Provvidenza, uno sguardo acutissimo del Padre sui discepoli del Figlio Suo.

Vangelo   Mt 10, 24-33
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia! Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».   

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Venerdì della XIV settimana del Tempo Ordinario

Audio Omelie

13 Luglio 2018  – Commento al Salmo 51(50) Miserere

14 Luglio 2017

8 Luglio 2016

10 Luglio 2015


 

Le parole del Vangelo di oggi vanno affiancate ad altre sullo stesso argomento. Guardiamole insieme.

Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.

Gesù parla di odio. Afferma di essere stato odiato. L’Amico che da la vita senza nulla chiedere in cambio è odiato. E parlando al futuro preannuncia ai discepoli rimasti con lui sino alla fine,  la stessa sorte. Un’unione intima con lui pregando per i nostri nemici, benedicendo chi ci maledice, amando senza nulla chiedere in cambio, perdonando e chiedendo perdono,  cioè una santità vera, ci inserisce in questo odio misterioso contro Cristo che ci sarà sempre. “Faranno a voi tutto questo a causa del mio nome” In altre parole una santità autentica che ci condurrà a gustare già nel presente il centuplo della Pace e della Gioia di Cristo non ci renderà così amabili, da evitarci questo odio soprannaturale di cui il vero destinatario è sempre il Signore.  La parola di oggi è  quindi una parola-antidoto contro ogni ingenuo irenismo. Ci spinge anche a chiederci sempre se l’odio di cui siamo oggetto è causato dall’unione a Lui o non piuttosto dal fatto che siamo semplicemente autonomamente  odiosi.

Viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio

I discepoli rimasti fedeli a Gesù si sentono profetizzare la morte. A uccidere non sono ancora una volta degli atei, ma uomini che credono di compiere con questa uccisione un atto religioso. Quando sentiamo di fratelli e sorelle uccisi per la loro fede da uomini che facendo questo si illudono di compiere un azione di culto gradita a Dio, abbiamo una drammatica conferma della verità eterna delle parole di Gesù. Ma quello che ci colpisce è vedere come per Gesù, più preziosa della vita fisica sia la fede. Nella previsione profetica di  questi avvenimenti drammatici l’interesse principale del Signore è che questi non diventino uno scandalo cioè un ostacolo al credere dei suoi discepoli.

Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!

Diciamo che questa verità  valida per ogni discepolo singolarmente e per la Chiesa universale ogni anno della storia della salvezza non è molto commentata. Vorremo Gesù ci dicesse altro. Tipo: “Con me tutti vi ameranno!” oppure  “Se sarete santi sarete belli e se sarete belli ogni cuore vi amerà!” o ancora  “Se sarete misericordiosi come il Padre vostro che è nei cieli vivrete senza tribolazioni…” Queste frasi ci piacerebbero molto di più. E poi Gesù, scusa se te lo dico, ma che brutta espressione quel “Io ho vinto il mondo!”. Sei divisivo, aggressivo.  Non c’era nulla da vincere. Il mondo è stupendo e con l’amore e la misericordia non c’è bisogno di vincerlo, ma te lo devo ricordare io Gesù come deve essere il vero Gesù?  Visto che i “mondani” Gesù non lo possono contraddire, possono dimenticare le sue parole e aggredire sempre simpaticamente e ironicamente e per scherzo quelli che le ricordano agli altri. Sorridenti, ma con il veleno che stilla dalle labbra.

di Padre Maurizio Botta C.O.

Vangelo   Mt 10, 16-23
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.  Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».
 

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Giovedì della XIV settimana del Tempo Ordinario

Audio Omelie

12 Luglio 2018

7 Luglio 2016


Gesù espone ai suoi Dodici la necessità che essi nell’annuncio manifestino  in modo pubblico il fatto che si stanno appoggiando a Lui che li ha scelti, al Suo Dono. La folla deve poter sperimentare che gli apostoli sono mandati partecipando della Forza Divina di Cristo. L’essenzialità, la sobrietà e la povertà degli apostoli sono espressioni pubbliche  di questa Fede in Lui. L’esito della Missione riposa nel fatto di essere mandati e non nell’abbondanza e nella raffinatezza dei mezzi e delle tecniche. In altre parole non sarà la forza mediatica o l’influenza politica a convertire.  Dopo tutto questo, Gesù riserva alcune frasi a coloro che invece ricevono l’annuncio. E termina così: Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città. Questa conclusione è durissima, e se sicuramente le parole che poco dopo Gesù dirà aprono a una grande speranza Matteo 10,42 chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa,  resta il fatto che Gesù parla di una possibile chiusura continua, di una non-accoglienza volontaria e colpevole del Signore Presente Parlante e Agente attraverso  uomini e donne santi mandati da Lui.

 

Vangelo         Mt 10, 7-15
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.  Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».

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San Benedetto da Norcia (11/07/2018)

Audio Omelie

11 Luglio 2018

11 Luglio 2017

11 Luglio 2015


Per festeggiare al meglio insieme la festa di San Benedetto da Norcia, patrono d’Europa, abbiamo pensato di fare cosa gradita proponendovi l’Udienza che Papa Benedetto XVI fece il 9 Aprile 2008 per presentare il padre del monachesimo occidentale. Per agevolare una lettura veloce (5 minuti circa) abbiamo evidenziato in grassetto le parti a nostro avviso più significative e luminose, riportando comunque il testo integrale e il file audio dell’Udienza (15 minuti).

 

 S.BENEDETTO DA NORCIA

BENEDETTO XVI UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro Mercoledì, 9 aprile 2008

Cari fratelli e sorelle,

vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo.

Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.

La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, senza Dio e senza umanità e non voleva cadere negli stessi loro sbagli.
Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta.
Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.

Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.

Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.

All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

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