Piscina feriale (Cesare Pavese)

Nicola Commisso ha deciso di salvare nella sua “cassaforte impermeabile” il racconto Piscina feriale di Cesare Pavese (Racconti, 1960). Gli ho chiesto di raccontare il perchè in poche righe. Eccole.

“Racconto profondissimo di Pavese che mette a nudo, come i corpi in piscina, le ansie, le solitudini, la ricerca di senso dell’uomo. «In verità, siamo tutti in attesa». Che cosa facciamo qui? «Poi gettiamo un’occhiata al cancelletto d’ingresso, dove non entra nessuno». Chi attendiamo? Siamo divorati dalla noia. La realtà attorno – come la piscina – avendo perso significato, serve solo per fare «schiuma, […] spruzzi, […] giochi», per «distrarci dalla varia attesa», così come «la compagnia che ci facciamo». Siamo tutti bisognosi di un incontro che dia valore alla vita. “

Antologia completa.

 


 Piscina feriale (Racconti, 1960)

di Cesare Pavese 

 

È bella la nostra piscina color verdemare sotto il sole e intorno cespugli che nascondono le case e i viali, e più lontano colline basse, così bella che qualcuno di noi si alza ogni tanto, dà un’occhiata comprensiva e fa un passo, poi respirando con un sospiro chiude gli occhi e torna a stendersi tacendo. Se una donna fa questo, tutti la guardiamo; poi gettiamo un’occhiata al cancelletto d’ingresso dove non entra nessuno. Sappiamo che il sole e l’acqua verde bastano a riempire la mattinata – di tanto in tanto uno di noi si alza e si butta in acqua –, ma il sospetto di ognuno è che cosa farebbe se la piscina fosse deserta e gli toccasse godersi da solo tanta luce e tanto sereno.

In verità siamo tutti in attesa. Ce lo diciamo con frasi scherzose o indolenti, voltando appena il capo, muovendo le labbra che sanno di sudore. Le due compagne che sono con noi stanno sedute o distese secondo che richiede il sole  o la voglia mutevole. La compagnia che ci facciamo serve a distrarci dalla varia attesa, dal vuoto instabile che la tentazione di tacere crea dentro di noi.

La piscina è molto grande, ma non ci viene in mente di percorrerla scavalcando i corpi o osservando. Uno non ha curiosità in piscina. Per quanto circondato da volti e da corpi amici, preferisce lasciarsi sorprendere da improvvise solitudini. C’è della gente che strilla e che ride: si direbbe che per loro l’attesa è finita. Si guarda, si vedono schiuma, corpi nudi, spruzzi; sono ragazzi, sono giochi. Non è ancora questo: non per noi, almeno.

La nudità del cielo fa appello alla nostra. È difficile nascondere pensieri in questa insolita nudità. Ci si riscuote appena, ci si sente visibili come ciottoli in fondo all’acqua.

La nostra solitudine è un vuoto, un’immobilità dei pensieri. Soltanto così ci resta in cuore qualcosa di nostro. A volte ce ne dimentichiamo, e diciamo a voce alta cose che subito suonano superflue, già sapute dagli altri.

Chi di noi lascia il gruppo per buttarsi in acqua, ha l’aria di scusarsi e invita gli altri a seguirlo, a tenergli compagnia. Le nostre compagne lo guardano, e sorridono. A volte si alzano anch’esse, a volte ci alziamo tutti, e scendiamo nell’acqua.

Non si sfugge, nemmeno nell’acqua, alla solitudine e all’attesa. Qualcuno di noi scende al fondo, scende a toccare il cemento; è una cosa insolita, e tutti gli istanti che trascorre sommerso nell’acqua verde sono un modo di nascondersi, di essere solo. Quando ritorna tra noi, taciturno, è l’unico che ha l’aria di non attendere qualcosa.

Che cosa deve dunque accadere? Se ne parla, di tanto in tanto, quando il gruppo si va ricomponendo. È una questione che ci appassiona; qualcuno non capisce subito quando il più vivace di noi la intavola, ma poi gli viene spiegata e anche lui s’incuriosisce. «Siamo qui per bagnarci e per prendere il sole», diciamo. Ecco. «Siamo qui per stare insieme». Ciascuno di noi penso che, se la piscina fosse deserta, non reggerebbe a starsene solo, sotto il cielo.

Una nostra compagna sorride e, siccome è seminuda, si capisce che pensa che siamo qui per farle corona. «Anche questo è vero», dice un altro. «Sì, sì». Ma siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa che ci fa trasalire la pelle nuda.

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