Venerdì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario

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Così dicono quelli che sanno nella Chiesa: “Il problema della Chiesa è solo un problema di comunicazione. Se la Chiesa comunicasse meglio tutto sarebbe risolto. Non abbiamo i tempi televisivi. Sarebbe fondamentale che tutti i preti facessero corsi di comunicazione. Per parlare in pubblico. Occorre conoscere il mezzo televisivo. Le regole della comunicazione moderna.” Questo modo di ragionare, anche se può dire singole cose vere, mi sembra che nasconda un problema teologico di fondo. Gesù fu il miglior comunicatore di tutti i tempi. Il più efficace e il più carismatico. Incontrovertibile il fatto che fu anche un terribile provocatore capace di spiazzare dialetticamente i suoi avversari. Il suo insegnamento risultava contemporaneamente autorevole e terribilmente affascinante. Gli ultimi versetti che la liturgia di oggi ci propone dicono tutto questo: ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo. Questo è il problema teologico. Gesù spiace. Dispiace. Suscita anche l’odio. Continua a suscitarlo quando autenticamente proponiamo le sue parole. Piacere a tutti non si può. Nemmeno Cristo piacque a tutti. Non per problemi comunicativi. Il Regno di Dio non avanza per potenza mediatica. Rinunciamo al Signore degli Anelli. Il Regno di Dio avanza solo per la potenza del Sangue di Cristo e dei suoi santi uniti a Lui.

di Padre Maurizio Botta C.O.


Vangelo   Lc 19, 45-48

+ Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà casa di preghiera”. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.


Un testo meraviglioso di San Francesco di Sales contro la collera.

“E’ molto più utile per la nostra salvezza”, scrive lo stesso Agostino a Profuturo[1], “non aprire il santuario del nostro cuore all’ira, anche se bussa per un giusto motivo, che darle ricetto, dal momento che difficilmente poi se ne andrà via; anzi, da arboscello diventerà trave”.  Se poi capita che questa duri fino a sera e che il sole tramonti sopra di essa (cosa che l’Apostolo vieta[2]), convertendosi in odio, non vi è quasi più modo di liberarsene. L’ira, infatti, si nutre di mille false convinzioni, e infatti nessun uomo adirato ha mai pensato che la sua ira sia ingiusta.

Dunque, è meglio iniziare a saper vivere senza collera piuttosto che voler usare la collera con moderazione e saggezza. Quando poi, per imperfezione e debolezza, la collera ci coglie di sorpresa, è meglio respingerla immediatamente piuttosto che voler negoziare con essa. Infatti, per quanto poco spazio le si conceda, l’ira se ne impadronisce subito e fa come il serpente, che introduce facilmente tutto il proprio corpo dove può metter la testa. E come si fa a respingerla, mi direte? E’ presto detto, mia Filotea: non appena iniziate a percepirla, dovete raccogliere prontamente le vostre forze, non con violenza né con impeto, ma dolcemente e comunque seriamente. Difatti, come avviene durante le sedute di senati e parlamenti numerosi, quando gli uscieri gridano “Calma, calma!”, ma poi fanno più rumore di quelli che vogliono far tacere, così spesso si verifica che, volendo reprimere con impeto la nostra collera, suscitiamo ancor più turbamento nel nostro cuore di quanto la collera stessa ne abbia provocato, tanto che il cuore, così turbato, non riesce ad esser più padrone di se stesso.

[…] Non appena vi renderete conto di aver commesso qualche atto di collera, riparate prontamente l’errore con un atto di dolcezza nei confronti della stessa persona contro cui vi sarete irritata. Difatti, proprio come è un eccezionale rimedio contro la menzogna il ritrattarla immediatamente, appena ci accorgiamo di averla detta, così è un buon rimedio contro la collera il correggerla subito con un atto contrario di dolcezza, perché – come si dice – le ferite fresche sono quelle che si curano più facilmente.

Introduzione alla vita devota, III, 8

[1] Lettera 38 a Profuturo (scritta verso il 397).

[2] Ef 4, 26.

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