San Giovanni della Croce (14/12/2020)

San Giovanni della Croce (1542 – 1591) Dottore della Chiesa

Audio catechesi padre Antonio Sicari

Tratto da: NUOVI RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari ed. Jaca Book

Parliamo di risposta « profonda », tanto che—a leggere la biografia di questo santo, e i suoi scritti—a mala pena uno si accorgerebbe che la Chiesa del suo tempo sia lacerata dalla crisi protestante e da altre crisi: non vi si trova nulla del fatto che in Francia si stiano intanto combattendo le più feroci guerre di religione, nulla della contraddittoria espansione europea nel Nuovo Mondo; quasi nulla dell’azione repressiva della Inquisizione Spagnola; quasi nulla degli accesi dibattiti conciliati e postconciliari sulla riforma del clero e dei religiosi: tutti temi che invece coinvolsero fino al pianto Teresa d’Avila, più vecchia di lui di quasi trent’anni, la quale lo scelse come suo primo collaboratore nella riforma del Vecchio Ordine Carmelitano.

Giovanni de Yepes, che poi si vorrà chiamare  « della Croce », sembra vivere « altrove »: egli è ben incarnato nella vita di tutti i giorni, soprattutto in quella della povera gente (amava lavorare come manovale coi muratori che costruivano e aggiustavano i piccoli conventi dove egli si trovava ad abitare); egli è ben incarnato nella vita del suo Ordine religioso in cui fu quasi sempre superiore ed educatore; è ben incarnato soprattutto nella direzione spirituale di chi si rivolgeva a lui per essere aiutato a convertirsi e ad amare Dio con tutto il cuore; ma egli è invece altrove rispetto a quelle gravi questioni nelle quali ci aspetteremmo di vederlo protagonista.

Tentiamo di dare subito una certa chiave di lettura della sua personalità e della sua opera, rifacendoci alla Sacra Scrittura (riferimento che è molto più essenziale e prezioso di quanto non appaia a prima vista).

Ogni cristiano sa che la Bibbia contiene il racconto della storia della Salvezza. Cioè: la storia dell’amore felice con cui Dio ha creato l’uomo come sua immagine; la storia dell’amore misericordioso con cui Dio si è poi chinato sulla sua creatura peccatrice ristabilendo con lei un’alleanza (prima con alcuni amici: Abramo, i patriarchi, Mosè, poi con un intero popolo); la storia della venuta del Figlio stesso di Dio come Sposo di tutta l’umanità la quale deve progressivamente diventare sua Chiesa, nata dal suo costato ferito sulla Croce, e destinata ad aderire sempre più coniugalmente a Lui.

Tutta la Storia Sacra è avvolta perciò in un simbolismo sponsale che è « più reale della realtà », tanto che, nel cristianesimo, è piuttosto l’amore dell’uomo e della donna che diventa Sacramento, cioè segno efficace, cioè simbolo incarnato di un amore più grande.

L’amore sponsale di Cristo per ogni creatura è la realtà: ogni altro amore è soltanto « accenno », « segno ».

Questo ci dice la fede cristiana: « Dio è amore e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio in lui ».

Che cosa dunque troviamo noi nei molteplici libri della Bibbia? Troviamo la storia del rapporto delle creature con Dio: storia intessuta con tutti gli ingredienti della vicenda umana: nascite e morti, avventure e disavventure, paci e guerre, sofferenze e gioie, colpe ed espiazioni, costruzioni e rovine, successi e fallimenti: tutto c’è nella Bibbia, e i protagonisti sono uomini d’ogni genere e d’ogni volto: re e profeti, guerrieri e sapienti, ricchi e poveri, santi e peccatori, uomini celebri e gente qualunque.

Eppure tra tutti gli altri libri della S. Scrittura ce n’è uno particolare, unico nel suo genere, messo lì come un cuore: dal quale sono spiegati e viviflcati tutti gli altri libri, tutti gli altri avvenimenti: il Cantico dei Cantici.

Ma se uno prende tra le mani questo libro e lo legge attentamente che cosa vi trova? Una lunga e bellissima poesia d’amore: può essere il racconto realistico dell’amore di due giovani, può essere il poema simbolico dell’infinito amore di Jahve per il suo popolo eletto, può essere l’annuncio del Figlio di Dio incarnato che viene per donarci tutto se stesso, il suo stesso corpo eucaristico.

Comunque il Cantico dei Cantici è dentro la nostra Bibbia e illumina tutto: sia l’antico che il nuovo Testamento; e bagna tutto con la sua luce, risolve nella bellezza ogni dramma.

Qualcosa di simile—molto più « simile » di quanto a prima vista non sembri—è ciò che Dio ha chiesto a Giovanni della Croce in quel momento cruciale, veramente « unico» nella storia della Chiesa: gli ha chiesto di comporre un vero rifacimento e prolungamento del Cantico dei Cantici; ma per ottenere questa « attualizzazione biblica » Dio gli fece rivivere quel poema, nella sua particolarissima vicenda umana che fu anch’essa una vicenda d’amore, simile per imitazione e partecipazione a quella di Gesù Crocifisso.

A questo punto abbiamo già detto ciò che è essenziale. Ci resta solo da raccontare.

Di solito i biografi non sottolineano abbastanza il « segno »contenuto nella nascita di questo grande mistico.

Quando Dante volle descrivere un « poema » eterno e universalmente pregnante e significativo, fece una scelta coraggiosa: avrebbe dovuto quasi necessariamente scriverlo in latino (che allora era considerato lingua « perpetua e non corruttibile »). E invece tentò la grande impresa di esprimere l’intera sua conoscenza della realtà in lingua volgare, giustiflcandosi così:

questa mia cara lingua materna fu elemento di unione per i miei genitori che in essa parlavano; come il fuoco prepara il ferro per il fabbro che ne fabbrica poi il coltello, così la lingua materna ha partecipato alla mia nascita ed è concausa del mio essere (Convivio 1,13).

Qualcosa di assai simile dobbiamo dire per la lingua della poesia d’amore—anch’essa unica nel suo genere—che sarà propria di un religioso schivo, umile, non appariscente, mortificato ai limiti dell’incredibile. Il « Cantico dei Cantici » che Giovanni della Croce « prolungherà » nel tempo della Chiesa, comincia dunque già nella sua casa materna.

« Materna » proprio perché al padre è stato tolto il diritto di dare una casa ai suoi figli.

Gonzalo de Yepes, il papà di Giovanni, è un giovane di nobile origine toledaria, che si dedica al commercio della seta, allora molto fiorente. Nei suoi viaggi d’affari incontra una giovane e bella tessitrice, orfana e povera, Caterina Alvarez, se ne innamora e la sposa contro la dura volontà dei suoi ricchi parenti che lo diseredano. Così Gonzalo diventa anch’egli poverissimo, tanto che è lei a doverlo accogliere nella sua umile casetta e deve insegnargli il mestiere.

Nascono tre bambini: in casa c’è un affetto e una pace commoventi, ma anche una povertà che sfiora l’indigenza.

Poco dopo la nascita di Giovanni, il papà si ammala gravemente e, in due anni di malattia, se ne vanno anche gli ultimi risparmi.

Rimasta vedova con tre bambini, Caterina non ha neppure di che sfamarli. A piedi, con due piccoli e portando ancora in braccio Giovanni, mendicando, fa un viaggio di trentasei leghe verso Toledo per chiedere aiuto ai ricchi parenti del marito. Non ottiene nulla. Così la infelice famigliola riprende la sua povera vita trasferendosi successivamente in centri abitati sempre più grandi, dove è più facile avere qualche aiuto.

Francesco, il maggiore, è cresciuto e comincia a dare una mano, il secondogenito Luigi muore di stenti, Giovanni viene mandato in un collegio per orfani, in cui può cominciare a studiare e fa, contemporaneamente, l’inserviente in un ospedale per sifilitici a Medina del Campo.

Finalmente la povera famiglia comincia un po’ ad assestarsi e subito si apre alla carità verso i più poveri di loro, compresa l’accoglienza in casa, fino alla morte, di un bimbo abbandonato.

Il racconto ha dovuto essere molto rapido, ma dobbiamo cercare almeno di sentire quella sconvolgente atmosfera in cui il piccolo Giovanni impara a respirare: atmosfera impregnata di amore e sofferenza, di intima ricchezza e di esteriore povertà: non però un amore che faticosamente s’accorda con la sofferenza e la povertà, ma un amore ricco (come quello del padre) che si è fatto povero per amore ed è stato a sua volta arricchito (dalla povertà e dall’amore della madre), fino a generare il cuore dei figli, per i quali ricchezza e povertà, amore e sofferenza non riusciranno più a sciogliersi dal nodo misterioso che li unisce.

E questo vale non solo per Giovanni, ma anche per Francesco, il fratello maggiore che Giovanni amerà sempre « più di ogni altra persona al mondo » e che diventerà anch’egli santo (anche se meno noto) e morirà molto vecchio, a settantasette anni, carico anch’egli di virtù e di miracoli.

Negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, Giovanni possiede già umanamente e spiritualmente il bagaglio inizialmente sufficiente alla singolare vocazione a cui Dio lo ha predestinato.

Un grande critico letterario, Damaso Alonso, commentando la poesia di Giovanni della Croce si è chiesto se il suo linguaggio e la sua sensibilità abbiano potuto essere così intensi senza che egli nella sua giovinezza sia stato almeno colpito qualche volta « da due begli occhi di bimba ». E ciò per concedere alla sua visione mistica anche un certo realismo affettivo

« terreno ». Ma forse il critico ha dimenticato che nella storia di Giovanni della Croce, il fascino di due occhi che innamorano e che esigono tutto era proprio la storia da cui la sua stessa famiglia era nata: qualcosa del Cantico dei Cantici era stato ripreso nella giovinezza dei suoi genitori e apparteneva, per così dire, alla sua « lingua materna ».

Quando Giovanni ebbe 21 anni tutta l’esperienza d’amore, di povertà e di intelligenza di cui s’era nutrito, si concretizzò per lui nella vocazione carmelitana: scelta di concentrarsi su Dio, nella preghiera e nella mortificazione, e occhi che guardano alla Vergine del Carmelo come modello dolcissimo e materna mediatrice d’ogni grazia.

Dell’educazione che riceve in convento ciò che più troverà eco nella sua vita è certo l’indicazione contenuta in un testo classico della spiritualità dell’Ordine, che dice: « se vuoi nasconderti nella carità e giungere alla meta del tuo cammino, per bere al torrente della contemplazione… devi evitare non solo ciò che è proibito, ma anche tutto ciò che ti dà impedimento per un amore più ardente ».

Gli anni successivi trovano dunque Giovanni divenuto religioso e studente di filosofia e teologia alla splendida Università di Salamanca:

Lo studio affascina la sua intelligenza acuta e argomentativa, mentre la preghiera e l’ascesi lo affinano interiormente e fisicamente (ha scelto per sè una cella piccola e buia, solo perché ha una finestrella che guarda sul presbiterio della Chiesa e vi passa lunghe ore assorto nella contemplazione del tabernacolo).

La vita universitaria eccessivamente chiassosa non si concilia invece con le esperienze d’amore e di croce in cui Dio l’ha fatto nascere e che egli sente ormai come irrinunciabili.

Poco prima d’essere ordinato prete, ha quasi deciso che la sua vocazione tende verso la totale clausura contemplativa della vita certosina e sta per cambiare Ordine, ma proprio allora incontra Teresa d’Avila.

Siamo nel 1567.

L’affascinante monaca carmelitana ha trent’anni più di lui, ha alle spalle una lunga esperienza di tormenti interiori e di ricerca vocazionale, che si è ormai placata da alcuni anni, da quando ella ha cominciato a riformare i carmeli femminili immaginandoli e creandoli come piccoli « paradisi in terra »dove vive « la compagnia dei buoni », di coloro cioè che si aiutano reciprocamente a « vedere Dio » fin da questa terra con gli occhi limpidi della fede e col fuoco della reciproca carità che si innalza verso il cuore stesso di Dio. Monasteri che si assumono il compito di essere e restare « nel cuore della Chiesa e del mondo », là dove si prega, si soffre, si lotta, si ama per tutti e al loro posto.

Teresa ha intenzione di estendere la sua « riforma  » al ramo maschile dell’Ordine, anzi considera questa impresa ancora più importante della prima perché gli uomini potranno legare assieme la contemplazione (quella esistenziale collocazione di sè nell’amore e nella croce) e la missione, il lasciarsi inviare da Cristo là dove la Chiesa ha più bisogno d’essere aiutata e sorretta.

Giovanni accetta di condividere l’ideale e il destino di lei: torna a Salamanca dove deve ancora completare gli studi per essere ordinato prete, e intanto Teresa cerca il modo di poter avere un conventino per i primi carmelitani riformati.

É lei stessa che taglia e cuce per Giovanni della Croce il povero abito di lana grezza.

La nuova vita comincia a Durvelo, tra un gruppetto di case coloniche così sperduto nella campagna che Teresa, la prima volta, ha dovuto girare un giorno intero per riuscire a rintracciarlo.

Hanno adattato un vecchio edificio: il coro è nel solaio dove si può entrare e restare solo chinati, il portale è stato trasformato in cappella, due cellette sono agli angoli del coro, così basse che si tocca il tetto con la testa. Una cucinetta divisa a metà serve anche per refettorio. Dovunque alle pareti ci sono croci di legno e qualche immagine di carta.

Il padre Giovanni ha piantato sul terreno antistante una grande croce visibile da molto lontano a chiunque si incammini verso di loro. Qui gli«eremiti » vivono in una incredibile austerità, ma tutto è avvolto da un’ultima profonda tenerezza che si nutre di lunghe preghiere, così intense che quasi non s’accorgono nemmeno di pregare; da lì vanno poi a predicare e a confessare i contadini delle borgate vicine, privi di ogni assistenza religiosa.

Quando Teresa va per la prima volta a trovarli, si commuove e il conventino le sembra—a suo dire-—il « portichetto di Betlemme ».

Per Giovanni si è ricostruito—questa volta per scelta e decisione—l’ambiente dell’infanzia, dove ancora l’amore si abbraccia con la sofferenza e la povertà liberamente accettate. E c’è una tale sintonia tra le due esperienze, che per un certo periodo Giovanni chiama i suoi parenti a vivere con loro: mentre i frati sono a predicare, la mamma Caterina prepara il povero cibo della comunità, il fratello Francesco rassetta le camere e i letti, e sua moglie Anna lava i panni.

Fu, in senso proprio, una nascita per il Carmelo immaginato e voluto da S. Teresa, e gli  «eremiti » vi fecero un’esperienza tanto ricca e profonda quanto era necessario per sostenere per sempre la nuova vita.

Non possiamo qui seguire tutto l’evolversi di questa storia che presto divenne complessa e sofferta (allora, i frati che volevano « riformarsi » incontravano spesso il rancore e le resistenze di quelli che ritenevano di non aver bisogno d’alcuna riforma—come spesso avviene nella Chiesa—e da parte loro i riformati non avevano, altrettanto spesso, troppa pazienza). Dobbiamo giungere subito ai cuore della nostra storia.

E’ la fine del 1377, da quasi cinque anni Giovanni della Croce vive ad Avila: S. Teresa—nominata a forza priora di un grande monastero di suore carmelitane non riformate (quello stesso monastero da cui lei si era un giorno separata)—chiama Giovanni della Croce accanto a sè per farsi aiutare in una vera opera di rieducazione spirituale. I due lavorano assieme e il turbolento monastero, dove vivono più di 130 suore, diventa pian piano quello che doveva essere: una casa di preghiera e di carità. Ma diventa, anche per la presenza dei due grandi Riformatori, il luogo dove si fissano i rancori di chi considera i riformati degli avventurieri inquieti e disobbedienti.

In quel tempo l’esercizio dell’autorità è molto contestata e controversa: c’è il Nunzio che agisce a nome del Papa, ma c’è anche il rappresentante del Generale dell’Ordine i cui poteri sono ugualmente confermati dalla Santa Sede, e poi ci sono i consiglieri e i rappresentanti del re Filippo II, che agiscono anche loro in base a consuetudini e privilegi dati da Roma. A un certo punto non si sa neppure chi abbia potere di comandare e chi debba obbedire.

Comunque sia, il rappresentante del Generale dell’Ordine, anche troppo bene obbedito da sudditi focosi e intemperanti, dà ordine che Giovanni della Croce sia arrestato e incarcerato.

Sono tempi in cui la vita della Chiesa è strutturata in modo analogo a quella del Regno, e i conventi hanno anch’essi una cella-prigione per i frati-ribelli.

Verso Giovanni però si accaniscono con inusitata ferocia: bendato e maltrattato come un povero Cristo, lo portano fino a Toledo dove un convento possente si erge sulle sponde del Tago. Lo rinchiudono in un bugigattolo incavato nel muro che serve a volte da latrina, quasi del tutto privo di luce (ha solo una feritoia larga tre dita che dà su un’altra stanza): solo a mezzogiorno Giovanni riesce a leggere il suo breviario, l’unica cosa che gli hanno lasciato.

Vi resterà quasi nove mesi: trattato a pane e acqua, qualche volta una sardina o mezza, con una sola tonaca che gli marcisce addosso senza che egli la possa neppure lavare. Ogni venerdì riceve nel grande refettorio una flagellazione sulle spalle così violenta che, anni dopo, avrà ancora delle cicatrici non rimarginate. Alla fine i rimproveri più violenti: gli dicono che si è  «riformato»  soltanto per voglia di comandare e per essere considerato un santo. I pidocchi lo divorano, la febbre lo consuma.

S. Teresa che conosce la situazione, angosciata, scrive al re Filippo II parole terribili:

I Calzati (cioè i Carmelitani non riformati) non sembrano temere che vi sia una giustizia, né Dio.

Io sono molto angosciata nel sapere quei padri nelle mani di costoro… preferirei ch’essi fossero tra i Mori i quali forse ne avrebbero maggior pietà…

Ma ecco intanto accadere il miracolo, il rivelarsi della vocazione propria e personalissima di Giovanni della Croce: la decisione con cui Dio affida nelle sue mani, per la Chiesa del suo tempo, un commento vivo al Cantico dei Cantici.

Nel profondo dell’abisso, nel buio terribile che l’avvolge anche fisicamente, nel centro oscuro della notte, dal cuore di Giovanni della Croce nascono le più calde e luminose poesie d’amore costruite con materiale biblico, ma anche secondo lo stile e le forme in uso al suo tempo.

Egli le compone a memoria e crea un mondo incredibile di immagini, simboli, sentimenti: un mondo dove la bellezza si fa grido dell’anima che cerca Cristo come la Sposa cerca il suo Sposo e si fa attrazione inesorabile di Dio che in Cristo cerca la sua creatura.

La notte—quella vera e terribile del carcere che cerca di sommergere anche l’anima del povero fraticello perseguitato (gli fanno giungere false notizie per convincerlo che tutto è perduto e che l’opera da lui iniziata è stata ormai distrutta)—diventa ora la condizione ineliminabile per incamminarsi verso il mondo della rivelazione di Dio, lasciandosi alle spalle ogni cosa che possa distrarre da questa « avventura ».

E’ « la grande solitudine di tutte le cose », il profondo silenzio dove si sente sgorgare, alle fonti stesse, l’acqua della vita che scende da Dio a noi, e di questo fluire si è certi—« anche se attorno è notte ».

Nel buio, « anche se è notte», si sa ugualmente che cielo e terra ne sono dissetati, che la trasparenza dell’acqua non potrà mai essere offuscata, e che essa giungerà a dissetare ogni creatura, anche « se ora è notte ».

E’ il gioco di notte-luminosità-sazietà che secondo Giovanni della Croce giunge a noi nel rivelarsi dei due grandi misteri: la Trinità, flusso omniavvolgente di vita, e l’Eucaristia.

E’ la notte: quando tutti dormono e il prigioniero rischia la sua fuga a costo di precipitare (come Giovanni farà pericolosamente, lasciandosi cadere da una finestra sugli spalti rocciosi del Tago): la notte, quando « nessuno ti scorge » e neppure tu vedi nulla, ma nel cuore arde un fuoco che ti fa da guida e illumina «più certo della luce in pieno giorno».

Nella notte del suo carcere, lungo quei terribili mesi, Giovanni inizia così il suo cammino nel mondo biblico della Rivelazione di Dio, come se Dio lo avesse lì trasportato per grazia e reso protagonista.

Egli si sente come il salmista esule, seduto sulle rive dei fiumi di Babilonia, dove tutti gli chiedono i canti di gioia che egli non riesce più a cantare.

« Lungo le rive dei fiumi / che in Babilonia io contemplavo / stavo seduto piangendo / e quella terra irrigavo / di te rammentandomi o Sion / mia patria che tanto amavo ».

Anche Giovanni ricorda, esule piangente, la sua patria, ma il canto del vecchio Testamento ha per lui la certezza del Cristo risorto:

« E fui ferito d’amore / che il cuore mi sradicava. / All’amore chiesi di uccidermi / se così a fondo piagava. / Al fuoco dissi di avvolgermi / ben sapendo quanto avvampava. / In me andavo morendo I e solo in te respiravo. / Morivo per te volta a volta I e per te resuscitavo. / Al solo evocarti, la vita / smarrivo e trovavo ».

Allo stesso modo il povero carcerato chiamato alla luminosità della rivelazione, compone lunghe romanze, dove una certa monotonia delle rime rivela la fatica della memoria costretta a incatenare assieme verso con verso, per non perderne il ricordo.

Ricostruisce così il prologo di San Giovanni: « In principio era il Verbo », traducendolo in dialogo d’amore tra Dio Padre e il Figlio, e i Vangeli della nascita di Gesù.

Tutta la storia viene vista come celebrazione nuziale organizzata dal Padre che regala al Figlio la sua creazione, e come offerta nuziale del Figlio che dona il suo corpo per redimerla e restituirla al Padre. Nel cuore della celebrazione, sta Maria (e sono le ultime parole delle Romanze): Maria che guarda con stupore qualcosa fino allora mai accaduto: il mirabile scambio per cui un Dio fatto bambino piange le lacrime dell’uomo e l’uomo prova in sè la gioia di Dio.

Ma soprattutto Giovanni compone le strofe di quel celebre Cantico Spirituale che egli stesso non teme di paragonare al Cantico di Salomone, confessando d’averle scritte mosso dallo Spirito Santo, al punto che neppure lui stesso potrebbe più darne un’interpretazione adeguata, talmente i versi sono ricchi di « abbondante intelligenza mistica »: « chi potrà descrivere ciò che Egli fa percepire alle anime innamorate dove dimora? E chi potrà esprimere a parole ciò che Egli fa loro sentire? E quanto fa loro desiderare? Certamente nessuno lo può, neppure quella stessa persona in cui ciò accade».

Giovanni è diventato—per sua stessa ammissione—una di quelle persone che « dall’abbondanza dello Spirito spargono segreti misteri». Già a livello psicologico è difficile spiegare come può un uomo incarcerato, ridotto allo stremo delle forze e della vita, elaborare una poesia così pura, chiara, ardente, vitale, ricca di immagini, di colori, di suoni, di ricordi, di desideri, di passioni, di impazienza.

Ecco soltanto alcuni versi:

—    « Tutti quanti divagano / di te infinite grazie raccontando / e tutti più mi piagano / e me spenta lasciando / un non so che, che vanno balbettando…».

—    « Cristallina sorgente, I o se nei tuoi riflessi inargentati / formassi di repente / gli occhi desiderati I che conservo nell’intimo abbozzati ».

—  L’amato è per me come le alture / le valli solitarie più boscose I le isolate radure / le fonti melodiose I il sussurro dell’arie più amorose… / La notte riposa / allor che volge al lume dell’aurora I la musica attenuata I nel deserto sonora I la cena che conforta ed innamora ».

—  « Se non sarò più udita / se più non sarò vista né trovata / dite che son smarrita / che errando innamorata I volli perdermi e venni conquistata ».

E’ il canto dell’anima innamorata che letteralmente continua e attualizza—in forma neotestamentaria ed ecclesiale—quello del Cantico dei Cantici, così come rinnova i numerosissimi commenti che i Padri della Chiesa dedicarono a questo libro splendido e misterioso.

Quando, dopo nove mesi, la vigilia dell’Assunta, di notte, egli riuscì a fuggire dal carcere, rischiando di sfracellarsi sulle sponde rocciose del Tago, Giovanni si rifugiò nel monastero delle carmelitane di Toledo (ricordiamo che nei monasteri contemplativi la Chiesa conserva l’immagine viva, adorante, del suo essere Sposa di Cristo), e poi in quello di Beas.

Quando egli giunse nel loro parlatorio, le monache lo guardarono smarrite:

« Era—dissero-—come un morto, tutto pelle e ossa, e così sfinito che quasi non poteva parlare, magrissimo e di colore cadaverico. Rimase alcuni giorni chiuso in se stesso, parlando così poco che destava meraviglia ».

Per sollevarlo e colmare quel silenzio, la priora (alla quale in seguito Giovanni dedicherà il commento al suo Cantico spirituale) ordinò a due giovani novizie di cantare alcune strofe spirituali.

Era un canto malinconico, scritto da un solitario. Le parole dicevano:

« Chi non ha esperienza di pena I in questa valle piena di dolori I non ha mai assaporato cose buone I né ha mai gustato l’amore I perché le pene sono la veste degli amanti ».

Ed ecco ciò che accadde, raccontato dalle due giovani monache:

« Fu tanto il suo dolore che incominciarono a scorrergli molte lacrime dagli occhi, e scendevano lungo il viso filo a filo… Con una mano s’appoggiò alla grata e con l’altra faceva segno di smettere il canto ».

Ma ciò che le sconvolse fu il motivo per cui Giovanni piangeva. Disse loro che « era afflitto nel vedere che Dio gli mandava poche sofferenze perché egli potesse gustare veramente l’amore di Dio ».

Molti anni dopo, quando la stessa priora gli ricorderà il tempo del carcere, Giovanni scuotendo dolcemente il capo le dirà:

« Anna, figlia mia, una sola delle grazie che Dio mi fece in quel luogo non può essere pagata con una prigionuccia (una

« carcelilla »), fosse pure di molti anni ».

E quel diminutivo dice come la piccolezza soffocante del carcere si fosse tramutata, nella sua coscienza e nel suo ricordo, in una esperienza così piccola, rispetto alla grandezza del miracolo che vi era accaduto!

Noi non possiamo, nel poco tempo che abbiamo, seguire tutti gli avvenimenti che segnarono la vita di Giovanni.

Dopo il carcere di Toledo gli restano ancora solo quattordici anni di vita: ed egli li passerà interamente come superiore di molti conventi, generalmente amato e stimato, anche se tenuto un po’ sempre in secondo piano, ricercato soprattutto da coloro che gli chiedono di guidarli nel cammino verso Dio.

Tutti coloro che lo hanno amato testimoniarono d’aver continuamente verificato un fatto che a noi sembra quasi impossibile: da un lato Giovanni vive « la Croce » in tutta la sua assoluta serietà (Croce come ascesi, mortificazione, osservanza rigorosa, austerità esigente per sè e per gli altri) dall’altro però egli fa sensibilmente percepire attorno a sè il germe vivo della Risurrezione: come dolcezza, tenerezza, comprensione, capacità di rendere attraente e desiderabile anche il cammino più faticoso e amaro.

« L’anima innamorata—scrive Giovanni—è un’anima dolce, mite, umile e paziente ».

È il misterioso innesto del Nulla e del Tutto: ma ciò che non è stato abbastanza compreso e sottolineato—nell’esperienza e nell’opera di questo Santo—è il fatto che non si tratta di un suo « sistema », ma di una sua originale esperienza del mistero pasquale: quella del calvario (il carcere) da cui è risorta la Parola, come vivificante poesia ispirata, come parola risorta.

A tutti Giovanni insegnerà che morire può anche significare vivere, mentre a volte si chiama vita ciò che è soltanto morire.

Giovanni della Croce è celebre per aver toccato assieme due vertici apparentemente contraddittori: il vertice della bellezza nei suoi testi poetici, e il vertice della durezza ascetica nei testi con cui egli commentò la sua stessa poesia: ma ciò è comprensibile e giustamente interpretabile solo se si pensa a come le due realtà si siano amalgamate prima nella esperienza della sua infanzia, poi nel primo culmine della sua maturità.

Intanto Giovanni continua ad attirare intorno a sé anime a cui far gustare e rivivere la sua stessa esperienza, quella che appartiene costitutivamente alla Chiesa-Sposa di Cristo.

I monasteri fondati da Teresa—e che vivono del suo spirito e del suo stile—si protendono naturalmente ad accogliere e desiderare la guida di Giovanni della Croce.

Ed è per loro che egli accetta di manifestare, per così dire, la straordinaria e strana esperienza da cui nasce il suo magistero spirituale.

Poiché glielo chiedono le persone che egli più ama, egli farà per tutta la vita che gli resta, la fatica di riprendere la sua  «parola poetica » e di tentarne una spiegazione, un commento, utilizzando tutto quello che sa, tutta la teologia che ha studiato, tutte le analisi teologiche, filosofiche, psicologiche di cui è capace (e Giovanni ha un’intelligenza e una forza argomentativa straordinarie) nel tentativo di spiegare l’indicibile.

E così egli accetta—per amore della Sposa di Cristo—di sminuzzare poveramente, in concetti e principi e conseguenze, la sua stessa intatta poesia.

Diciamo « poveramente» perché si tratta di intaccare la perfezione biblica e poetica della  «parola » che gli è stata suggerita dallo Spirito.

Anche se—dal punto di vista del lavoro culturale—i suoi trattati non sono certo privi di genialità e di potenza intellettuale.

Vengono così composti i più noti trattati ascetici.

Mentre sta ancora commentando la poesia luminosa del Cantico, scrive paradossalmente, in libertà, una nuova poesia che rievoca l’esperienza terribile e affascinante della Notte in cui occorre rischiare la fuga per cercare l’Amore. Anche questo nuovo testo poetico viene commentato, quasi simultaneamente al primo, in due celebri trattati: La Salita al Monte Carmelo e La Notte oscura che tra loro formano un’unica opera in due tempi.

Così i commenti, già nella loro genesi, sono intrecciati tra loro ed è impossibile sia separarli che assegnare priorità indiscutibili: morte e resurrezione hanno certo un ritmo e una sequenza evidenti, ma l’anima che entra nel mistero pasquale deve lasciarsi assimilare contemporaneamente dal Cristo vivo, crocifisso e risorto, e ciò che Egli le chiede e le imprime è di volta in volta esigito e spiegato solo dall’Amore.

Così i trattati composti da Giovanni della Croce, nella loro strana e difficile armonia, esprimono anche esteriormente che in essi ci si accosta al più indicibile dei misteri.

Per Giovanni della Croce si tratta di un lavoro assai sofferto. «Approfondisce » quanto più possibile i concetti, senza mai riuscire a cogliere il fondo della sua stessa poesia, delle sue stesse immagini ed intuizioni. « Schematizza » le idee con rigore, senza mai riuscire ad essere esaustivo e del tutto limpido. « Spiega »—nel senso proprio originario di cercare tutto l’esplicitarsi delle distinzioni, delle possibilità percorrendo tutte le strade del pensiero e finendo per perdersi: a volte spiegando troppo e con troppe digressioni, a volte troppo poco.  «Commenta» la poesia con la prosa accorgendosi che la prosa con la sua ferrea logica lo costringe perfino a cambiare l’ordine secondo cui è sgorgata dapprima la poesia. « Riscrive » più volte i commenti senza mai esserne soddisfatto e finendo comunque per interromperli bruscamente.

Perfino l’ultimo grande trattato, quello sulla poesia Fiamma viva d’Amore—anch’esso redatto due volte nella prima stesura si chiude bruscamente, mentre Giovanni tenta di commentare quel suo splendido verso in cui l’anima dice allo Spirito Santo:

« come teneramente mi innamori! ». E si chiude quasi con durezza, così:

…lo Spirito Santo riempie l’anima di bontà e di gloria, innamorandola così di sè, immergendola nelle profondità di Dio più di quanto si possa dire o sentire. Perciò smetto qui.

Tanto che nella seconda stesura dovrà addolcire e correggerà:

innamorandola di sè più di quanto si possa dire o sentire, immergendola nelle profondità di Dio, a cui sia onore e gloria. Amen.

Intendiamoci bene: i commenti teologici con cui Giovanni della Croce spiega la sua stessa poesia sono opere di incredibile profondità e lucidità, tuttavia ha ragione von Balthasar quando dice:

« Tutto è bello e vero, ma come va disperatamente zoppicando dietro alla visione! (…) Giovanni ha (interamente) ragione quando presenta la parte dottrinale della sua opera come un commento incerto e deteriore della sua poesia ».

Si può forse applicare a questa situazione vissuta da Giovanni quello che egli dice del Padre celeste il quale, dopo aver pronunciato la sua Parola (Verbo), non vorrebbe più essere interrogato:

Se io ti ho detto tutta la verità nella mia Parola, cioè nel mio Figlio, e non ho altro da manifestarti, come ti posso rispondere o rivelare qualche altra cosa? Fissa gli occhi in Lui solo, nel quale ti ho detto e rivelato tutto, e vi troverai anche più di quanto chiedi e desideri (2S 22,3).

Allo stesso modo, per una non debole analogia, Giovanni intuisce che dopo aver pronunciato le parole d’Amore—dopo che lo Spirito Santo ha ispirato in lui nuovamente la parola rivelata del Cantico dei Cantici, facendola echeggiare nel suo cuore e nella sua poesia—non bisognerebbe né chiedere né aggiungere altro.

Noi penseremmo che a questo punto un uomo debba essere giunto ormai al culmine della sua esperienza spirituale, ma già la Bibbia ci insegna che nessun uomo, finché vive, può dire di aver completamente assimilato il mistero della Croce e della Risurrezione: « completo nella mia carne—diceva S. Paolo—ciò che manca ai patimenti di Cristo ».

Come all’inizio della sua vita dunque, e come nel suo culmine, così verso la fine dei suoi giorni, Giovanni della Croce si trovò nuovamente di fronte a quel mistero di morte e risurrezione, al quale si era consacrato.

Per una serie di malevole incomprensioni, alcuni dei suoi confratelli (questa volta non i frati che rifiutavano la « riforma », ma i suoi stessi « scalzi », quelli che egli aveva formati, che egli amava come figli, quelli di cui era così fiero che diceva che era « la più bella gente che c’era nella Chiesa ») alcuni dunque gli si rivoltarono contro.

Molti gli si strinsero attorno a difenderlo, ma i pochi che gli volevano male avevano in mano il potere, e qualcuno di essi cercò perfino di togliergli l’abito e di cacciano dall’Ordine.

Ma durante quei giorni penosissimi, nessuno riuscì a sentire da Giovanni, una critica o un’autodifesa. Una sola volta lo sentirono mormorare il versetto di un salmo che dice: « i figli di mia madre hanno lottato contro di me ».

Privato di ogni carica, vive con tranquillità la vita di ogni giorno, lavorando con gioia e umiltà come ha sempre fatto.

In una lettera scritta in quei giorni, dice:

Stamane siamo stati a raccogliere i ceci. Tra qualche giorno li battiamo. E’ bello prendere in mano queste creature morte, meglio che essere manipolati da quelle vive (Lettera 25).

Sono le uniche riflessioni che si permette sulla terribile ingiustizia di cui è vittima: lo stanno calunniando nel modo più infamante, terrorizzando le monache perché lo accusino di condotta immorale.

Ma non si tratta di apatia filosofica o ritrosia sdegnosa: egli soffre indicibilmente, ma non accusa nessuno, né si difende.

Un giorno uno dei religiosi che gli è più affezionato, col pianto negli occhi gli dice: « Padre mio, come la perseguita il Padre Diego Evangelista! ». Potrebbe essere il momento dello sfogo, ma ciò implicherebbe un giudizio amaro su chi è comunque, per allora, suo superiore. Giovanni della Croce guarda il suo giovane confratello aI quale tante volte ha insegnato l’obbedienza della fede e dice: « queste parole mi hanno dato più dolore di tutta quella persecuzione! ».

Ad una suora che ugualmente gli scrive accennando a ciò che gli accade, consiglia: «Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio. E dove non c’è amore, metta amore e ne riceverà amore ».

Quando tutto andava bene, in una sua piccola opera intitolata Cautele, Giovanni della Croce aveva insegnato: « che tu non consideri mai il tuo superiore meno di Dio, poiché Dio lo tiene a quel posto! ».

Intanto, da alcuni anni, Giovanni della Croce ha tra le mani l’ultima sua opera, la Fiamma viva d’Amore, a cui dà gli ultimi ritocchi, proprio negli ultimi mesi di vita.

L’amore che lega Dio alla creatura e la creatura a Dio non è più un cammino, non è più una ricerca ansiosa, ma un possesso totale e ardente: è lo stesso Spirito Santo che si unisce all’anima e arde in lei, finché ambedue sembrano divenuti un’unica indistinguibile fiamma.

Non è affatto uno stato ozioso, ma una « festa dello Spirito Santo » celebrata « nel più profondo centro » dell’anima, che viene colmata di ogni possibile gioia, vibrazione, fervore, splendore, glorificazione.

E’ l’abbraccio di amore più intenso che sia possibile in questa terra, e che coinvolge tutta la realtà: Dio si sveglia—per così dire—nell’anima, e tutta la creazione si sveglia in lei: solo un leggerissimo velo separa la creatura dalla vita eterna: un velo che sta per lacerarsi.

Resterà per noi misterioso—come è appunto tale l’unità del mistero pasquale—come sia stata possibile questa coincidenza nel cuore di Giovanni, tra la più alta e gioiosa esperienza mistica e la più avvilente esperienza terrena di tradimento, di infamia e di sofferenza interiore e fisica.

A 49 anni Giovanni si ammala gravemente: nel collo del piede gli si apre una piaga tumorale che non vuoi guarire. Gli offrono di scegliersi un convento dove farsi curare, ed egli sceglie l’unico in cui domina un Priore che gli vuoi male: costui gli assegna la cella più povera e stretta, trascura di procurargli i rimedi necessari, gli rinfaccia volentieri il misero costo delle cure, e impedisce agli amici di rendergli sollievo.

Il male si estende e le piaghe gli distruggono il corpo. Al medico che lo deve ripetutamente medicare raschiando l’osso vivo, sembra impossibile che si possa soffrire tanto e con tanta pace.

Giovanni percepisce totalmente il dolore: l’essere così strettamente unito a Dio,  trasformato «in amore », non può né deve togliere nulla alla sua realistica imitazione di Cristo Crocifisso.

L’immedesimazione è così piena che egli arriva a commuoversi, durante una medicazione, nel guardare il suo povero piede piagato, perché gli sembra di vedere quello trafitto di Cristo.

Intanto la morte si avvicina: è il venerdì 13 dicembre 1391, Giovanni è convinto che morirà al sorgere del sabato, giorno dedicato alla Vergine Santa del Carmelo.

La sera prima egli si è « riconciliato » col suo Priore: con una « verità » che per noi è difficile perfino immaginare, lo ha fatto chiamare e gli ha detto: « Padre, l’abito della Vergine che ho portato e del quale mi sono servito—dato che io sono povero e mendicante e non ho nulla con cui essere sepolto per l’amore di Dio io supplico Vostra Reverenza di darmelo per carità ».

Il Priore sconvolto lo benedisse e uscì dalla cella. Poi lo videro piangere « come se uscisse da un sonno letargico e mortale».

Nel tardo pomeriggio si fece portare l’Eucarestia pronunciando parole tenerissime, e prima che portassero via l’Ostia Santa, disse: « Si­gnore, ormai non vi vedrò più con gli occhi del corpo ».

La notte si avvicina e Giovanni assicura che egli « andrà a cantare il mattutino in cielo ».

Verso le undici e mezzo i religiosi del convento sono attorno al suo letto e Giovanni chiede di recitare il De profundis: egli lo intona e i frati rispondono versetto per versetto. Poi si continua con i salmi penitenziali.

Accanto a lui è giunto il Padre provinciale, il vecchio P. Antonio, di 81 anni, col quale aveva iniziato la prima fondazione di Durvelo e costui crede di dargli conforto rammentandogli quanto ha dovuto faticare per la Riforma dell’Ordine.

« Padre—gli dice Giovanni—non è il momento di parlarne; solo per i meriti del Sangue del Nostro Signore Gesù Cristo io spero di salvarmi».

Iniziano le preghiere per gli agonizzanti. Giovanni le interrompe. Dice: « Non ho bisogno di questo, Padre, mi legga qualcosa del Cantico dei Cantici» E mentre quei versetti d’amore risuonano nella cella del morente, Giovanni sembra incantato e sospira: « che perle preziose! ».

A mezzanotte suonano le campane di mattutino e appena il morente le ode esclama per la gioia: « Gloria a Dio, andrò a cantarlo in cielo ». Poi guardò fissamente i presenti come per salutarli, baciò il crocifisso e disse in latino: « Signore, nelle tue mani affido il mio spirito».

Così morì e i presenti raccontarono di una luce dolce e di un intenso profumo che riempì la stanza.

Non era una suggestione, dato che già quando quattordici anni prima il suo corpo si consumava nel carcere di Toledo, il suo carcere era stato riempito di luci, profumi, immagini.

Giovanni della Croce aveva così compiuto la sua missione.

Per una particolare grazia di Dio, in un modo unico nella storia della Chiesa, Giovanni aveva dato la sua esistenza, la sua esperienza, la sua « carne » al Verbo di Dio, perché potesse nuovamente risuonare come Parola d’Amore, anche nella sua forma poetica.

E la carne si è fatta Verbo, come risposta d’amore al Verbo che si è fatto carne.

A conclusione, rileggiamo per convertire il nostro cuore, uno dei più bei testi di Giovanni della Croce, quello con cui egli termina l’Orazione dell’anima innamorata:

Perché indugi a lungo, potendo tu subito amare Dio dentro il tuo cuore? Miei sono i cieli e mia la terra. Miei sono gli uomini. I giusti sono miei e miei i peccatori. Gli angeli sono miei e la Madre di Dio. Tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio ed è per me, poiché Cristo è mio e tutto per me.

Che cosa chiedi dunque e che cosa cerchi anima mia? Tutto questo è tuo e tutto per te.

Non ti fermare in cose meno importanti e non contentarti delle briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo. Esci fuori e vai superba della tua gloria! Nasconditi in essa e gustala e otterrai ciò che chiede il tuo cuore.

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