18 Dicembre. O Adonai

18 Dec O Adonai

 

 

 

 

 

 

Audio antifona O_Adonai

O Adonai et Dux domus Israel, qui Moysi in igne flammæ rubi apparuisti, et ei in Sina legem dedisti:veni ad redimendum nos in bracchio extento.

O Signore e Capo della Casa d’Israele, che a Mosè ti manifestasti tra le fiamme di un roveto infuocato, e ad egli consegnasti la Legge sul Sinai: vieni a redimerci con braccio teso.

Meditazione di Padre Rocco Camillò C.O.

Una delle forme delle manifestazioni di Dio agli uomini è il fuoco. Prima ancora che a Mosé, Dio si manifestò ad Abramo sotto forma di fuoco che passava tra gli animali divisi in due per sancire l’alleanza con lui e con la sua discendenza. Ma nel brano che abbiamo appena ascoltato, a cui si ispira l’antifona al Magnificat di oggi, il Signore Dio attraverso questo simbolo chiama a sé Mosé, per annunciare un’alleanza che sarà sancita a partire da una liberazione che Dio stesso si prenderà cura di realizzare.
Iddio, da quell’episodio in poi, sarà conosciuto nel mondo come Colui che libera, Colui che riscatta gli oppressi, Colui che spezza le catene della schiavitù. E la forma è quella di un fuoco inestinguibile e dalla forza invincibile.
Dio, che è creatore e signore di tutti gli elementi cosmici, li usa, a suo piacimento, per manifestarsi agli uomini a secondo di quanto gli sta a cuore comunicare.
Sullo stesso monte, l’Oreb, Dio si manifesterà al profeta Elia usando l’elemento dell’aria, ad esempio, non più il fuoco. Ma il messaggio che voleva comunicare era diverso: Elia si aspettava tuoni e fulmini dovuti allo zelo di Dio per la sua causa davanti ad un popolo di ribelli, del quale credeva essere rimasto l’unico fedele. Dio lo fa entrare invece al riparo, in una spaccatura del monte dove gli fa vivere un’esperienza diremmo mistica: passerà davanti a lui una tempesta violentissima, con tuoni e fulmini, ma Elia sentirà che lì non c’è la presenza di Dio; un terremoto scuoterà il monte, ma neanche lì avverte la presenza di Dio; dopo il terremoto ci fu un fuoco violento, ma – stavolta – il Signore non era in quel fuoco. Elia doveva capire quale fosse la potenza di Dio: dopo tutto questo, ci dice il testo, ci fu la voce di un mormorio leggero di venticello, e stavolta Elia capisce che Dio era lì, stava passando in quel fruscio leggero di vento.. e infatti da lì lo chiama: Che fai qui, Elia?… Elia capisce che la forza di Dio non è la violenza, ma l’amore e la dolcezza verso l’uomo, Dio è tranquillo, sa che il suo amore è vincente, e dopo averlo chiamato da dentro quella brezza leggera, comunica ad Elia che sotto il monte c’erano almeno 7000 uomini che non si erano piegati ad adorare gli idoli, non era rimasto solo, e preso dall’impeto del suo zelo non se n’era neanche accorto… Dio è anche Signore della sua causa, non gli manca modo per vincere sugli idoli inesistenti…
Ma questo amore che sa essere dolce e amabile per gli uomini, sa assumere nello stesso tempo i tratti del fuoco della gelosia verso il suo popolo. E’ stupendo vedere che il fuoco, già di per sé simbolo della gelosia e dell’impeto dell’amore, assunto da Dio come sua forma di manifestazione diventa simbolo della gelosia divina. Quante volte, in questa avventura dell’esodo, Dio sottolinea questa verità Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso… Tu non devi prostrarti ad altro Dio, perché il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso.. e ancora nel Dt Guardatevi dal dimenticare l’alleanza che il Signore vostro Dio ha stabilita con voi e dal farvi alcuna immagine scolpita di qualunque cosa, Poiché il Signore tuo Dio è fuoco divoratore, un Dio geloso.
A differenza dell’ideale greco della divinità, impassibile, icona dell’atarassia, cioè dell’indifferenza assoluta verso gli uomini, questo Dio – novità assoluta del Dio d’Israele – si manifesta come un Dio non solo amante dell’uomo, ma geloso all’inverosimile verso il suo popolo, capace di scatenare la sua ira contro chiunque attenti a strappargli il suo possesso, il suo popolo amato.
Non c’era davvero nessuna immagine adatta a rendere l’idea della forza di questo amore quanto quella del fuoco. Non a caso anche i mistici cristiani useranno la stessa immagine per parlare dell’amore di Dio, basta pensare al bellissimo cantico di Giovanni della Croce… O fiamma d’amor viva, che amorosamente ferisci della mia anima il più profondo centro! poiché non sei più dolorosa, se vuoi, ormai finisci; squarcia il velo di questo dolce incontro… O cauterio soave!O deliziosa piaga!O tenera mano! O tocco delicato, che sa di vita eterna.. Giovanni canta di questo amore che ti rende simile a sé, come il legno che man mano viene lavorato dal fuoco, diventa col fuoco una cosa sola e arde della stessa forza… Questo il fuoco di Dio che viene all’uomo, questa la manifestazione di Dio nel roveto ardente a Mosé: la volontà di manifestargli un amore incontenibile verso il suo popolo, con il quale desidera liberare, salvare e proteggere la sua proprietà.
Per questo adesso, richiamando alla mente i prodigi del fuoco dell’amore di Dio, noi, suo popolo, sua proprietà acquistata irrevocabilmente con il suo sangue, possiamo fare nostra questa invocazione che canteremo:

O Signore e Capo della Casa d’Israele,
che a Mosè ti manifestasti tra le fiamme di un roveto infuocato,
e ad egli consegnasti la Legge sul Sinai:
vieni a redimerci con braccio teso.

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