Corso di preparazione al Sacramento del Matrimonio 2021

Carissimi amici,

è con gioia che vi annuncio l’inizio del prossimo corso di preparazione al Sacramento del Matrimonio 2021.

Il corso sarà composto da 9 incontri non è riservato solo ai fidanzati che hanno già deciso di sposarsi, ma anche a fidanzati che desiderano fare un discernimento come coppia per decidere se sposarsi o anche a giovani (sotto i 30) che desiderano comprendere meglio il senso di sposarsi in Chiesa.

Gli incontri sono al Sabato pomeriggio dalle 16.00 alle 17.00 con ingresso da Via della Chiesa Nuova, 3.

Ecco le date 2021:  9/1    23/1    6/2    20/2   6/3    20/3    17/4   24/4 15/5

Per iscriversi è sufficiente mandare una email con i nomi dei partecipanti a questo indirizzo: mauriziobotta@hotmail.com

In questo modo sarete inseriti automaticamente nella mailing list del gruppo 2021.

Naturalmente il Corso è completamente gratuito.

Un caro saluto e a presto

Padre Maurizio Botta C.O.

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Sabato della XXX settimana del Tempo Ordinario

480-sagrada-familia-apsisAudio Omelie

3 Novembre 2018

4 Novembre 2017

31 Ottobre 2015


Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato

Gesù descrive con il racconto di oggi il nostro intimo. Dio rivelandosi rivela anche l’uomo a sé stesso. Gesù, oggi, pone sotto il riflettore la nostra istintiva ricerca del primo posto partendo da una alta valutazione di noi stessi. Questa attitudine la definisce esaltazione. Gesù definisce anche cosa intenda per umiliazione. Umiliazione significa lasciare agli altri, in questo caso al padrone di casa che ha fatto l’invito, il compito di manifestare pubblicamente l’amicizia che ci lega, invitandoci a sedere più vicino a lui. Umiliazione è quindi, per quel che ci riguarda, sempre un’azione non un sentimento. Gesù non ci chiede di avere stati d’animo particolari. Gesù ci chiede di scegliere sempre in concreto come se noi fossimo veramente gli ultimi e lasciare a Dio e agli uomini l’eventuale compito di portarci in alto. A questo proposito vorrei regalarvi questa mattina un brano stupendo tratto dalle Lettere di Berlicche di Clive Staples Lewis (Lettera XIV pag.57 Ed. Oscar Mondadori) che, a mio avviso, andrebbe incorniciato. Anzi, consigliato a molti. Ogni frase è di una chiarezza e potenza straordinarie.

di Padre Maurizio Botta C.O.

Mio caro Malacoda,

Il tuo paziente è diventato umile; glielo hai fatto notare? Tutte le virtù sono per noi meno formidabili una volta che l’uomo è consapevole di possederle, ma ciò è vero in modo particolare dell’umiltà. Sorprendilo nel momento che ha lo spirito veramente abbassato, e contrabbanda nella sua mente la riflessione consolante: « Per Giove! ma io sono umile! » e quasi immediatamente l’orgoglio -l’orgoglio della sua stessa umiltà – farà la sua apparizione. Se s’accorge del pericolo e tenta di soffocare codesta nuova forma d’orgoglio, fallo inorgoglire del suo tentativo — e così di seguito, per tutte le fasi che vorrai. Ma non tentare ciò per troppo lungo tempo, perché c’è pericolo di svegliare in lui il senso dell’umorismo e della proporzione. Nel qual caso ti riderà in faccia, e se ne andrà a dormire. Bisogna perciò che tu nasconda al paziente il vero scopo dell’Umiltà. Non deve ritenerla dimenticanza di sé, ma una certa opinione (cioè una bassa opinione) dei suoi talenti e del suo carattere. Mi pare che alcuni talenti li abbia davvero. Piantagli in mente l’idea che l’umiltà consiste nello sforzarsi di credere che quei talenti valgono meno di quanto egli crede che valgano. Senza dubbio è vero che di fatto valgono meno di quanto crede, ma ciò non ha importanza. … Con questo metodo migliaia di uomini sono stati indotti a pensare che l’umiltà significa donne carine che si sforzano di credersi brutte e uomini intelligenti che si sforzano di credersi sciocchi. E poiché quanto si sforzano di credere può essere, in qualche caso, una lampante assurdità, essi non possono riuscire a crederlo e noi abbiamo l’occasione di far girar la loro mente in un continuo giro su se stessa nello sforzo di raggiungere l’impossibile. Al fine di prevenire la strategia del Nemico dobbiamo considerare i suoi scopi. Ciò che il Nemico vuole è di portare l’uomo a uno stato mentale nel quale egli possa concepire la miglior cattedrale del mondo, e sapere che si tratta della migliore, e goderne, senza essere più (o meno) o altrimenti contento di averla fatta lui, che se fosse stata fatta da un altro. Il Nemico vuole che, alla fine, egli sia libero da ogni pregiudizio in suo favore, talmente libero da saper godere dei suoi propri talenti con la stessa franchezza e la stessa gratitudine che dei talenti del suo prossimo o della levata del sole, o di un elefante, o di una cascata. Vuole che, in fin dei conti, ogni uomo sia in grado di riconoscere tutte le creature (perfino se stesso) come cose gloriose ed eccellenti. Vuole distruggere al più presto il loro amor proprio naturale; ma la Sua lungimirante politica consiste nel fatto, temo, di ridonare loro un nuovo genere di amor proprio — una Carità e una gratitudine per tutte le persone, compresa la propria. Quando avranno veramente imparato ad amare il prossimo come se stessi, sarà loro permesso di amare se stessi come il prossimo. Non dobbiamo mai dimenticare ciò che è il tratto repellente e inesplicabile del nostro Nemico: Egli ama veramente quei bipedi spelati che ha creato e sempre restituisce con la destra ciò che ha tolto con la sinistra.

Tuo affezionatissimo zio Berlicche


Alcuni testi di autori spirituali, sull’ “ultimo posto” di cui oggi Gesù parla nel Vangelo.

 

(L’uomo spirituale) preferisca dunque sempre gli altri a se stesso. Si consideri il più vile e il meno degno di tutti e desideri che tutti abbiano di lui questa opinione. Pensi che se i peggiori scellerati e depravati avessero ricevuto tante grazie quante lui ha ricevuto dal Signore, la loro vita sarebbe ben migliore della sua. Non cerchi di farsi un nome o una reputazione, né di ricever lodi, né di essere considerato umile o santo. Ami essere nascosto piuttosto che conosciuto, essere inferiore piuttosto che superiore, e anche essere istruito piuttosto che insegnare. Si accontenti dell’ultimo posto. Non abbia vergogna di un aspetto umile. Non attribuisca grande valore alle sue pratiche, preferendo ad esse quelle degli altri. Più si sentirà di progredire e più riceverà i doni di Dio, più dovrà umiliarsi e disprezzarsi ai suoi stessi occhi; poiché se pensa di essere qualcuno è perché è ancora molto lontano da Dio. Pensi dunque e confessi di non essere niente da se stesso, di non possedere niente e di non potere niente. In effetti come ogni creatura è tratto dal nulla, essa dunque è nulla di sua natura; quanto all’uomo, è anche con il peccare che si riduce a niente; e similmente ogni creatura paragonata al suo Creatore è niente. È per questo che cosciente dell’abisso del suo nulla e immergendosi in esso l’asceta dimora nella profondissima valle dell’umiltà e dice a Dio : “Signore mio Dio, io sono povero e miserabile; io non sono niente, io non posso niente: abbi pietà di me!” Da questa santa conoscenza e considerazione del proprio niente, dipende tutta la salvezza dell’uomo.

Louis de Blois, Istituzione Spirituale II – 4 – 5

 

Una disponibilità sistematica

Francesco di Sales sa di cosa parla: scegliere l´ultimo posto, quello del servizio, fu sua regola di comportamento per tutta la vita.

[San Paolo] ci insegna che adoperarsi, cercare di dare la propria vita per il prossimo, non vale tanto quanto lasciarsi utilizzare a piacimento dagli altri, o da essi o per essi; ed è questo che imparò dal nostro dolce Salvatore sulla croce. È a questo supremo livello dell´amore del prossimo che i religiosi e le religiose, e noi che siamo consacrati al servizio di Dio siamo chiamati. Dal momento che non è sufficiente assistere il prossimo con i nostri beni temporali, non è ancora sufficiente, dice San Bernardo, impiegare la nostra persona a soffrire per questo Amore: ma bisogna andare oltre, lasciandoci utilizzare da Lui attraverso la santissima obbedienza e esattamente come Egli vorrà, senza mai opporgli resistenza. Quando ci prodighiamo da soli, e attraverso la scelta della nostra volontà propria o della nostra elezione, questo dona sempre molta soddisfazione al nostro amor proprio; invece, lasciarci impiegare nelle cose che gli altri vogliono e che noi non vogliamo, cioè che non scegliamo  noi, ecco dove si esercita il grado supremo dell´abnegazione. …Ha sempre incomparabilmente  più valore quello che ci viene chiesto di fare (ben inteso che non sia contrario a Dio e che non l´offenda in nulla) rispetto a ciò che facciamo scegliendo noi stessi di farlo.

Veri colloqui spirituali, IV, sulla Cordialità (VI, pagg. 64-65)

La vita nascosta di Gesù

Ecco alcune righe delle riflessioni di un ben noto contemplativo, Charles de Foucauld, sulla vita nascosta di Gesù: “Scese con loro e andò a Nazaret, ed era loro sottomesso. Scese, sprofondò, si umiliò… fu una vita di umiltà: Dio, apparivi uomo; uomo, costituivi l’ultimo degli uomini: fu una vita di abiezione, scendesti fino all’ultimo tra gli ultimi posti” (Ritiro a Nazaret, 6 novembre 1897). È subito riconoscibile quell’ultimo posto, così caro a de Foucauld, perché nessuno glielo toglierà mai, perché sfuggendo inosservato e rimanendo quasi sconosciuto agli uomini, vi si consuma una grande storia d’amore. Solo in tale nascondimento trova la pace e la serenità necessarie per intrattenere indisturbato il dialogo dell’amore. Ecco infatti come il grande amico di Gesù si esprime nel cuore di quella stessa notte: “Mio Dio, eccomi ai tuoi piedi nella mia cella; è notte, tutto tace, tutto dorme; sono il solo forse in questo momento a Nazaret che veglia ai tuoi piedi!… Che ho fatto per meritare questa grazia? Grazie, grazie, grazie! Come sono felice! Ti adoro profondamente, mio Dio, ti adoro con tutta la mia anima e ti amo con tutte le forze del mio cuore; sono tuo: solo tuo; tutto il mio essere è tuo: è tuo necessariamente, nonostante me, ed è tuo volontariamente , con tutto il mio cuore: fa’ di me ciò che ti piacerà.”

 

 

 

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Venerdì della XXX settimana del Tempo Ordinario

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3 Novembre 2017


Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.

A casa di uno dei capi dei farisei di sabato. Da tremare. Una situazione capace di intimidire. Guardano e aspettano. Non dicono nulla. Sono temuti e rispettati.  “Vogliono proprio vedere se ha il coraggio di…”. E lui ha il coraggio di….  Agisce. Guarisce senza parlare.

Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.

Ma questa volta Gesù non tace. Non bofonchia. Non ha paura. È lui questa volta, a differenza di tante volte nel passato, a fare le sue domande. Loro hanno paura dell’evidenza della loro coscienza. Sapevano perfettamente quale fosse la volontà di Dio. Digrignano i denti perché non possono rispondere, ma sanno che cosa dovrebbero rispondere. Questi uomini non sono innocenti. La loro non è semplice ignoranza. Sanno e tacciono per paura. Sanno e tacciono colpevolmente. È bene ricordarci quindi che non tutti i silenzi sono buoni.

Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?».

Gesù continua a incalzarli senza un briciolo di timore reverenziale. La legge sui loro volti l’obiezione perché l’avevano scritta in faccia. Avevano le rughe del volto che dicevano: “ma oggi è sabato!”. Pone una seconda domanda. E non potevano rispondere nulla a queste parole. Li ammutolisce. Gesù ci rende oggi così. Lo Spirito di Cristo ci rende oggi capaci di questa forza di fronte a ogni deformazione del vero volto di Dio da parte di chiunque.

di Padre Maurizio Botta


Una lettura provvidenziale degli eventi

 Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia[1]. Esiste qualcosa di più insignificante della caduta di un nostro capello? Eppure, Dio ci pensa. A maggior ragione: ho fame? Dio ci pensa; ho sete? Dio ci pensa; comincio un lavoro? Dio ci pensa; devo scegliere uno stato di vita? Dio ci pensa; in questo stato, incontro determinate difficoltà? Dio ci pensa; per resistere a tale tentazione o compiere tale dovere, ho bisogno di tale grazia? Dio ci pensa; nel corso del mio viaggio verso l’eternità, mi occorre il pane quotidiano dell’anima e del corpo? Dio ci pensa; quando arriveranno i miei ultimi giorni, mi sarà necessario il doppio delle grazie? Dio ci penserà; mi trovo sul letto di morte, ad esalare il mio ultimo respiro, e se nessuno viene in mio aiuto sono perduto? Dio ci pensa. E così, io che non sono che un atomo insignificante nel mondo occupo giorno e notte, senza limiti di tempo e di spazio, il pensiero e il cuore del Padre mio che è nei cieli. Oh, quanto questa verità di fede è profondamente toccante e piena di consolazione.

Ora, la Provvidenza stessa dispone i suoi disegni su di me, ma perché la maggior parte di questi si realizzino si affida alle contingenze secondarie: impiega il sole, il vento, la pioggia; mette in moto il cielo e la terra, gli elementi sensibili e le cause intellegibili. Nondimeno, dato che le creature non agiscono su di me se non dal momento in cui Dio dà loro di agire, io devo vedere in ciascuna di esse un ricettacolo della Provvidenza e lo strumento dei suoi disegni. Di conseguenza, nel freddo pungente, scoprirò la Provvidenza; nel caldo opprimente, la Provvidenza; nel vento che soffia e spinge la mia barca lontano o vicino al porto, la Provvidenza; nel successo che mi incoraggia, la Provvidenza; nell’avversità che mi mette alla prova, la Provvidenza; nella persona che mi dà dei dispiaceri, la Provvidenza; in un’altra che invece mi rende felice, la Provvidenza; in quella malattia, in quella guarigione, in quella piega che prendono le vicende pubbliche, in quelle persecuzioni, in quei trionfi, la Provvidenza; sempre la Provvidenza. Niente è più giusto del vedere così Dio in tutte le cose, e quanto questo modo di vivere è rilassante e santificante!

Il santo abbandono, II, cap. 2

 

Vital Lehodey (1818-1892)

Nato nella diocesi di Coutances, in Normandia, Vital Lehodey viene ordinato sacerdote prima di entrare nell’Abbazia trappista di Bricquebec, nel 1890, di cui diverrà poi priore e successivamente abate nel 1895. In seguito, si rifugerà Inghilterra con i suoi monaci negli anni dell’espulsione dei religiosi dalla Francia. Grande contemplativo, spiritualmente legatissimo a una sua famosa conterranea, ovvero Santa Teresa di Gesù Bambino, le sue opere hanno avuto grande successo negli anni Cinquanta. Il santo abbandono, vera e propria antologia di testi di San Francesco di Sales e dei suoi discepoli, ci invita a entrare proprio in quella che è l’attitudine salesiana di base.

[1] Mt 10, 30.Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Giovedì della XXX settimana del Tempo Ordinario

chiocciaAudio Omelie

31 Ottobre 2019 (Sofferenza mentale)

27 Ottobre 2016

29 Ottobre 2015


Chioccia

Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!

San Paolo ricorda agli Efesini che siamo in battaglia. Ci ricorda che la forza e la potenza vengono dal Signore. Ci invita a indossare un’armatura spirituale, perché la nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.

Cristo oggi parla di sé come di una chioccia che in tutti i modi cerca di coprire e difendere i suoi fragili pulcini con le ali. La gallina frappone fra la testolina dei suoi figli e ogni minaccia esterna il suo corpo. Cristo è così. Prende il colpo al posto nostro. È la persona viva di Cristo la nostra armatura contro Satana. L’unica creatura che può separarmi da un Amore così fisico sono io stesso. Io posso non volere la sua ala protettiva, posso rifiutare la sua protezione, il suo rifugio dal male. Posso non farmi trovare. Posso respingere anche con violenza l’amore di Cristo. Posso liberamente non chiedergli mai quello che Lui mi ha detto di chiedere incessantemente: liberaci dal malvagio. Noi possiamo sentirci dire oggi da Gesù:  voi non avete voluto!

di Padre Maurizio Botta


Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!

La lettera ai Romani questa mattina descrive l’Amore di Dio Padre per noi manifestato in Cristo. Amore assoluto. Amore che ci difende. Amore completo che tutto ci dona. Amore abissale. Cristo oggi parla di sé come di una chioccia che in tutti modi cerca di coprire e difendere i suoi fragili pulcini con le ali. La gallina frappone fra la testolina dei suoi figli e ogni minaccia esterna il suo corpo. Cristo è così. Prende il colpo al posto nostro. L’unica creatura che può separarmi da un Amore così fisico sono io stesso. Io posso non volere la sua ala protettiva, posso rifiutare la sua protezione, il suo rifugio dal male. Posso non farmi trovare. Posso respingere anche con violenza l’amore di Cristo. Posso liberamente non chiedergli mai quello che Lui mi ha detto di chiedere incessantemente: liberaci dal malvagio.  Voi non avete voluto!

di Padre Maurizio Botta


Vangelo   Lc 13, 31-35

+ Dal vangelo secondo Luca

In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”. Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Santi Simone e Giuda apostoli (28/10/2020)

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28 Ottobre 2015


Apostoli Giuda e Simone. Due nomi sconosciuti, conosciuti solo da Gesù Cristo. Escono dal cuore di Cristo dopo una notte di preghiera solitaria al Padre. Questo ci aiuta a ripensare alle nostre categorie di successo, alla nostra fame di applausi. Per il mondo Giuda e Simone sono dimenticati. Per noi stessi sono santi molto meno significativi di tanti altri. Vogliamo forse paragonare un San Francesco, una Santa Teresa a questi apostoli sconosciuti? Entrano ed escono silenziosamente dalla scena della storia eppure il cuore e l’intelligenza di Gesù li hanno scelti dopo una preghiera lunga solitaria e intensa per portare il fuoco a tutto l’universo.

Simone era soprannominato lo zelota. Che fosse zelota era evidente per tutti quelli che lo incontravano. Uno “zelota” odiava i romani e sognava un Messia liberatore politico. Aveva la spada. Pietro aveva la spada. Giacomo e Giovanni erano uomini così impulsivi e focosi da essere soprannominati “figli del tuono” e da augurare una distruzione infuocata dal cielo per tutti i Samaritani. Matteo era un pubblicano senza scrupoli, collaborazionista con l’impero e affamatore del suo popolo. Odiato. Giuda Iscariota da più di duemila anni non ha bisogno di altre presentazioni. Dopo una notte di intensa preghiera solitaria chiamati  a sé i suoi già molti discepoli Gesù elegge tra tutti i possibili questi campioni. Mi incoraggia. Gesù chiamò uomini così duri. Visto che le percentuali vanno di moda possiamo dire che almeno il 50% delle colonne della Chiesa nascente erano pura dinamite. Che bello il Vangelo vero! La buona notizia di Dio che regna in una storia vera fatta di uomini reali, anche sanguigni.

Un’ultima considerazione, da tenere ferma e non spostare più, è proprio aver chiaro quanto Cristo non confonda mai la folla e i suoi discepoli. Come Gesù scelga tra i suoi discepoli i dodici apostoli evidentemente ponendoli a un livello differente rispetto agli altri. Come Gesù tra i suoi stessi dodici apostoli per i momenti decisivi della sua vita ancora una volta scelga. Sceglie Pietro Giacomo e Giovanni. Gesù scelse e continua a scegliere. Parla a e continua parlare. Applicare indistintamente le sue parole e i suoi insegnamenti a tutta l’umanità senza distinguere a chi egli si rivolga è uno dei grandi tradimenti che possiamo compiere. Una delle forme più frequenti di relativismo esegetico.

di Padre Maurizio Botta

Vangelo   Lc 6,12-16

+ Dal vangelo secondo Luca

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.


Simone il Cananeo e Giuda Taddeo

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 11 ottobre 2006

Cari fratelli e sorelle,

oggi prendiamo in considerazione due dei dodici Apostoli: Simone il Cananeo e Giuda Taddeo (da non confondere con Giuda Iscariota). Li consideriamo insieme, non solo perché nelle liste dei Dodici sono sempre riportati l’uno accanto all’altro (cfr Mt 10,4; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13), ma anche perché le notizie che li riguardano non sono molte, a parte il fatto che il Canone neotestamentario conserva una lettera attribuita a Giuda Taddeo.

Simone riceve un epiteto che varia nelle quattro liste: mentre Matteo e Marco lo qualificano “cananeo”, Luca invece lo definisce “zelota”. In realtà, le due qualifiche si equivalgono, poiché significano la stessa cosa: nella lingua ebraica, infatti, il verbo qanà’ significa “essere geloso, appassionato” e può essere detto sia di Dio, in quanto è geloso del popolo da lui scelto (cfr Es 20,5), sia di uomini che ardono di zelo nel servire il Dio unico con piena dedizione, come Elia (cfr 1 Re 19,10). E’ ben possibile, dunque, che questo Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno caratterizzato da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina. Se le cose stanno così, Simone si pone agli antipodi di Matteo, che al contrario, in quanto pubblicano, proveniva da un’attività considerata del tutto impura. Segno evidente che Gesù chiama i suoi discepoli e collaboratori dagli strati sociali e religiosi più diversi, senza alcuna preclusione. A Lui interessano le persone, non le categorie sociali o le etichette! E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, tutti, benché diversi, coesistevano insieme, superando le immaginabili difficoltà: era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, nel quale tutti si ritrovavano uniti. Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, spesso inclini a sottolineare le differenze e magari le contrapposizioni, dimenticando che in Gesù Cristo ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità. Teniamo anche presente che il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, nella quale devono avere spazio tutti i carismi, i popoli, le razze, tutte le qualità umane, che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.

Per quanto riguarda poi Giuda Taddeo, egli è così denominato dalla tradizione, unendo insieme due nomi diversi: infatti, mentre Matteo e Marco lo chiamano semplicemente “Taddeo” (Mt 10,3; Mc 3,18), Luca lo chiama “Giuda di Giacomo” (Lc 6,16; At 1,13). Il soprannome Taddeo è di derivazione incerta e viene spiegato o come proveniente dall’aramaico taddà’, che vuol dire “petto” e quindi significherebbe “magnanimo”, oppure come abbreviazione di un nome greco come “Teodòro, Teòdoto”. Di lui si tramandano poche cose. Solo Giovanni segnala una sua richiesta fatta a Gesù durante l’Ultima Cena. Dice Taddeo al Signore: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?»”. E’ una questione di grande attualità, che anche noi poniamo al Signore: perché il Risorto non si è manifestato in tutta la sua gloria ai suoi avversari per mostrare che il vincitore è Dio? Perché si è manifestato solo ai suoi Discepoli? La risposta di Gesù è misteriosa e profonda. Il Signore dice: “Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,22-23). Questo vuol dire che il Risorto dev’essere visto, percepito anche con il cuore, in modo che Dio possa prendere dimora in noi. Il Signore non appare come una cosa. Egli vuole entrare nella nostra vita e perciò la sua manifestazione è una manifestazione che implica e presuppone il cuore aperto. Solo così vediamo il Risorto.

A  Giuda Taddeo è stata attribuita la paternità di una delle Lettere del Nuovo Testamento che vengono dette ‘cattoliche’ in quanto indirizzate non ad una determinata Chiesa locale, ma ad una cerchia molto ampia di destinatari. Essa infatti è diretta “agli eletti che vivono nell’amore di Dio Padre e sono stati preservati per Gesù Cristo” (v. 1). Preoccupazione centrale di questo scritto è di mettere in guardia i cristiani da tutti coloro che prendono pretesto dalla grazia di Dio per scusare la propria dissolutezza e per traviare altri fratelli con insegnamenti inaccettabili, introducendo divisioni all’interno della Chiesa “sotto la spinta dei loro sogni” (v. 8), così definisce Giuda queste loro dottrine e idee speciali. Egli li paragona addirittura agli angeli decaduti, e con termini forti dice che “si sono incamminati per la strada di Caino” (v .11). Inoltre li bolla senza reticenze “come nuvole senza pioggia portate via dai venti o alberi di fine stagione senza frutti, due volte morti, sradicati; come onde selvagge del mare, che schiumano le loro brutture; come astri erranti, ai quali è riservata la caligine della tenebra in eterno” (vv. 12-13).

Oggi noi non siamo forse più abituati a usare un linguaggio così polemico, che tuttavia ci dice una cosa importante. In mezzo a tutte le tentazioni che ci sono, con tutte le correnti della vita moderna, dobbiamo conservare l’identità della nostra fede. Certo, la via dell’indulgenza e del dialogo, che il Concilio Vaticano II ha felicemente intrapreso, va sicuramente proseguita con ferma costanza. Ma questa via del dialogo, così necessaria, non deve far dimenticare il dovere di ripensare e di evidenziare sempre con altrettanta forza le linee maestre e irrinunciabili della nostra identità cristiana. D’altra parte, occorre avere ben presente che questa nostra identità richiede forza, chiarezza e coraggio davanti alle contraddizioni del mondo in cui viviamo. Perciò il testo epistolare continua così: “Ma voi, carissimi – parla a tutti noi -, costruite il vostro edificio spirituale sopra la vostra santissima fede, pregate mediante lo Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna; convincete quelli che sono vacillanti…” (vv. 20-22). La Lettera si conclude con queste bellissime parole: “A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire davanti alla sua gloria senza difetti e nella letizia, all’unico Dio, nostro salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore: gloria, maestà, forza e potenza prima di ogni tempo, ora e sempre. Amen” (vv. 24-25).

Si vede bene che l’autore di queste righe vive in pienezza la propria fede, alla quale appartengono realtà grandi come l’integrità morale e la gioia, la fiducia e infine la lode, essendo il tutto motivato soltanto dalla bontà del nostro unico Dio e dalla misericordia del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, tanto Simone il Cananeo quanto Giuda Taddeo ci aiutino a riscoprire sempre di nuovo e a vivere instancabilmente la bellezza della fede cristiana, sapendone dare testimonianza forte e insieme serena.

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Mercoledì della XXX settimana del Tempo Ordinario

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Audio Omelie

30 Ottobre 2019 (Amare ciò che Tu  comandi)

31 Ottobre 2018


La porticina

Signore, sono pochi quelli che si salvano?

La domanda rivolta a Gesù è chiara e ci interessa. Gesù non risponde subito sul numero dei salvati alla fine dirà che sono tantissimi, verranno da tutte le parti del mondo senza esclusioni etniche, ma ci saranno comunque sorprese a questo proposito. Gesù, per prima cosa, si ferma a parlare del modo in cui ci salva. E sposta il cono dell’attenzione dal loro al voi. Dal loro al te che mi poni la domanda.

Nella domanda di questo tale ci sono tanti sottointesi. Quanto è buono Dio? La sua manica è larga o è stretta? Sono domande che non coinvolgono personalmente l’uomo che le pone. Non ha chiesto, come faremo a salvarci? Oppure, Signore come posso salvare la mia vita? No, la sua richiesta è impersonale. Gesù non gli permetterà di stare tranquillo, gli parlerà di una drammatica possibile esclusione per le persone designate dal suo voi, un voi che comprende anche lui che lo interroga. Ma chi sono questi uomini a cui Gesù si rivolge dicendo voi?

Quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio.

Gente che sa chi sono Abramo, Isacco e Giacobbe, gente che conosce i profeti.

“Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”.

Gente che ha mangiato con Gesù, gente che ha ascoltato i suoi insegnamenti.

Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!

Gente a cui  l’incontro con Gesù non ha fatto cambiare la vita.

Gesù presenta sé stesso come la porta. La porta è stretta perché ingombrante è la nostra autonomia, il nostro orgoglio egomaniaco. La porta è stretta perché la misura  è quella dell’abbandono del bambino. In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. La porta è stretta perché si passa uno per volta. La salvezza, il passare attraverso Cristo è questione di lasciarsi conoscere personalmente e intimamente da Lui. Perché conoscenza personale e intima di Lui implica principalmente il conoscere noi stessi, l’ammettere che siamo bisognosi della Sua Misericordia e non autogiustificarci sempre, ossessivamente. La porta è stretta perché Gesù mi obbliga a essere vero.

Io voglio questa nudità davanti a Cristo. Voglio ascoltare Gesù Cristo che mi dice, “Passa attraverso di me. Lasciati ridurre umilmente, fatti conoscere e conoscimi!” Sì, Dio perdona, certo che perdona! Sono io che resisto a vivere questo perdono divino che trasforma. A questo proposito ricorda con identica serietà  il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium:

Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati [27]. LG

Abbiamo paura di sentirci dire, non so di dove siete? Io sì e faccio bene. È giusto aver paura che Gesù possa dire così anche a me. Io non lo voglio. Voglio farmi conoscere fino in fondo, verificarmi su di Lui. Lasciarmi ridurre dalle Sue Parole, dalle Sue Priorità, dai Suoi Pensieri, dalla Sua Volontà. Non voglio presumere della salvezza come quei tizi concentrati a domandare sulla salvezza degli altri e che si sentono rispondere sforzatevi voi, ma non voglio nemmeno disperare mai della mia salvezza come ha fatto Giuda.

di Padre Maurizio Botta C.O.

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