Mercoledì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario

Audio Omelie

20 Novembre 2019

22 Novembre 2017

18 Novembre 2015


La parabola illumina del Regno di Dio un aspetto particolare. È risposta a quei tali che oggi come ieri pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro.  Cristo non diventa immediatamente re della storia, lo diventa pienamente con il passare del tempo. Il nostro è il tempo in cui il Re è via. In viaggio verso un paese lontano per ricevere il titolo di Re. Poi il Re tornerà. C’è un Suo ritorno definitivo da questo viaggio. Dopo un tempo di attesa il compimento in questi che sono i tempi ultimi. Un compimento su ogni storia personale e sulla Storia Universale.

C’è un giudizio sui servi. Fedeltà e infedeltà sono realmente possibili e differentemente valutate. La fedeltà significa conoscere il Re che attende un frutto alla nostra portata. Una moneta che si trasforma in cinque o in dieci monete. Una moltiplicazione, quindi, legata a una libertà umana vera, generata da una fiducia vera nel suo ritorno. La fedeltà a questo Re è ricompensata con una generosità abissale. Una moltiplicazione di valore che trasforma ogni singola moneta in una città su cui regnare. La ricompensa non è solo una moltiplicazione di valore, un maggior possesso. La ricompensa significa diventare partecipi di questa regalità. Già nella storia e in modo pieno dopo la storia.

C’è un giudizio, poi,  sui nemici ostili a questo Re. Esiste la libertà di alcuni apertamente contro Cristo che attivamente si oppone al Regno di Cristo.

Ci sarà infine, ce ne parla Gesù, un giudizio universale su tutte le genti.

di Padre Maurizio Botta C.O.


Vangelo   Lc 19, 11-28

+ Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”». Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.


Un attesa paziente e operosa del ritorno del nostro Re. Alcuni testi meravigliosi.

L’ORAZIONE dalla A alla Z     P come …. PAZIENZA

Mio Dio come è lunga la vostra pazienza, come profonda e incrollabile! Chi altri se non un Dio infinitamente paziente potrebbe sopportare di essere sempre contraddetto da tutti gli uomini? Non cessando di cercarli fino alla fine della loro vita, e attendendoli con le braccia aperte, fino all’ultimo sospiro, per riceverli, se lo vogliono, con misericordia, e far loro dei beni infiniti?

Giovanni de Bernières-Louvigny (1602-1659), Il Cristiano interiore, Libro III, cap. 16.

Non ti contentare di soffrire con pazienza, perfino con compiacenza. Non dire a te stesso che queste pene ti saranno utili per la tua santificazione. Tutto ciò è molto buono e anche eccellente. Ma c’è qualcosa di meglio da fare, se vuoi essere gradito a Dio: trascurare e dimenticare tutto, per pensare solo a Gesù e occuparti solo di Gesù.

Francesco Libermann (1802-1852), Lettera del 8 agosto 1837.

Lasciando le cose che lo affliggono, lo spirituale volga gli occhi verso Dio che permette che egli sia afflitto, sopporti la sua prova con cuore dolce e umile, ricevendola dalla mano di Dio e non da altri.

Louis de Blois (1506-1565), Istituzione spirituale, II, 4.

Midollo dell’albero della carità, che è nell’anima, è la pazienza, la quale è un segno che dimostra come Io sia nell’anima, e l’anima sia unita a me

Santa Caterina da Siena (1347-1380), Il Dialogo della Divina Provvidenza, cap. X

 La pazienza nella sofferenza è un’opera più grande che resuscitare i morti o fare altri miracoli.

Enrico Suso (1300-1361), Libretto dell’Eterna Sapienza, XIII.

Non ha vera pazienza colui che vuole sopportare soltanto quel che gli sembra giusto e da chi gli piace.

Tommaso da Kempis (1379-1471) Imitazione, III, 19.

 La vera pazienza consiste nel fare o sopportare ciò che ci dispiace, non ciò che è male.

San Bernardo (1090-1153), Lettera VII

 In Gesù crocifisso, coloro che abbracciano la croce nelle malattie sono ben presto guariti da tutte le piaghe della loro anima.

Sant’Alfonso de’ Liguori (1696-1787), Sulla Passione, X, 1

Perché l’amore non consiste nel sentire grandi cose, ma nel mantenersi in grande nudità e pazienza per il Diletto.

San Giovanni della Croce (1542-1591), Sentenze spirituali.

 Sforzati d’essere paziente nel tollerare difetti e le debolezze altrui, qualunque esse siano, giacché anche tu presenti molte cose che altri debbono sopportare… E se tutti fossimo perfetti, che cosa avremmo da patire dagli altri per amore di Dio?

Tommaso da Kempis, Imitazione, I, 16

Una piccola contrarietà sopportata con uniformità d’anima per Dio, è perfino incomparabilmente superiore alla pratica di numerose e grandi opere buone.

Louis de Blois, Istituzione spirituale, VIII, 3

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Martedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario

Audio Omelie

20 Novembre 2018

17 Novembre 2015


 

Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto

Zaccheo ovvero un uomo perduto. Per Gesù la vita di Zaccheo era perduta. Cristo cerca un uomo che non è solo cattivo, ma perduto. Uno così è senza speranza. La speranza non viene da qualcosa che lui può fare, ma da altrove, dall’esterno, non dalle sue forze. Solo per lo sguardo di Gesù nessuno è mai perduto. Abbiamo tutti nostalgia di questo sguardo. Nostalgia di riceverlo per noi, ma anche, nostalgia di poterlo donare agli altri per non ucciderli.

Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua.

Se Gesù fosse solo un grande uomo queste parole sarebbero quasi irrilevanti, ma è Dio quello che deve fermarsi. Dio ha un’urgenza interna di cercare chi è perduto. Dio coglie il desiderio, anche embrionale, dell’incontro. Gesù è affamato di questo desiderio di incontro, tanto che, quando il desiderio si trasforma in una scelta che porta a non misurare le conseguenze, deve fermarsi. Dio Onnipotente deve fermarsi davanti a questo uomo che perde la faccia, che rischia, che corre avanti, che sale su albero, che accetta di esporsi al pubblico ludibrio. È venuto a cercare Zaccheo in un momento preciso, in un momento opportuno, in un kairòs, in un oggi. Questo io devo, devo cercarti, devo salvarti, devo fermarmi, questa io devo è l’unica vera buona notizia. Gesù si autoinvita a casa di un omino bassissimo non solo dal punto di vista corporale. Un bassotto spirituale.

E` andato ad alloggiare da un peccatore!

Questa esclamazione, invece, è carica dell’impazienza degli uomini. Mormorano. La differenza nello sguardo è plateale. Da una parte uno sguardo umano statico che non è aperto a nulla, uno sguardo che non cerca chi è perduto per salvarlo, uno sguardo che solo constata solo che una persona è perduta, senza speranza. Se Cristo non ci avesse lasciato come suo comandamento quello di amarci come Lui ci ha amati non ci sarebbero problemi, potremmo dire: “Beh Gesù è Gesù, è tanto buono. Noi invece siamo solo uomini…” Ma chi veramente sta con Dio entra nel suo sguardo divino e diviene capace di guardare come Lui guarda. Amatevi come io vi ho amato porta in sé il comandamento guardatevi come io vi ho guardato. Il vero discepolo sente nel cuore quel oggi devo fermarmi qua, devo fermarmi oggi a guardare questa persona.

Dio si ferma, deve fermarsi. Dio cerca ogni uomo prima del suo pentimento. Dio ci cerca e salva prima dei nostri cambiamenti . Dio è prima del nostro pentimento, prima del nostro cambiamento.  Suscita, stimola il cambiamento . Resta solo che se non senti la voglia, lo stimolo a correggerti, a migliorare, a riparare, forse devi chiederti se Gesù l’hai mai incontrato veramente. Devi chiederti se, come Zaccheo, ti hanno interessato i racconti su Gesù, se hai corso in avanti, se sei salito su un albero, se hai perso la faccia davanti a tutti pur di vederlo. a dirci che lo spazio misterioso della nostra libertà resta. Rimane quel che possiamo fare prima di cambiare, ma se Lui non ci guardasse, se Lui non ci cercasse, se Lui non si fermasse resteremmo dei perduti. Se il nostro sguardo è spietato dobbiamo chiederci se a Cristo apparteniamo, se vogliamo che Lui regni in noi.

di Padre Maurizio Botta C.O.


Zaccheo uomo molto in vista, odiatissimo,  non teme di essere visto appollaiato su un albero  da uomini che certamente lo avrebbero deriso. Sopporta le o scherno perché di più vuole vedere Gesù. E Gesù risponde a Zaccheo quel nanerottolo che vuole vederlo. Gesù guarda Zaccheo e dopo questo sguardo Zaccheo cambia.

Tanti anni fa, durante una serata indimenticabile, alcuni giovani carissimi amici di CL mi fecero notare come due canzoni di Mina erano, se rivolte a Cristo, delle proprie preghiere capaci di descrivere in modo profondissimo questo episodio della vita di Gesù. Vi riporto il testo e i video di queste due poesie cantate magistralmente. Immaginate che a cantare sia Zaccheo. Mi sono permesso di evidenziare in grassetto i passi che, a mio avviso, sono i più spiritualmente impressionanti. Da quella sera ho capito che la verità contenuta nelle canzoni e nelle poesie d’amore più belle raggiunge l’apice solo se rivolta a Dio.

La mente torna 

La mente va, dove va chissà. Mi sento donna così come mai fuori c’è un mondo che ormai mi aspetta io lo so. Io voglio vivere anche per me, scoprire quel che c’è io voglio apro già la porta ma… Arrivi tu la mente torna il cuore mio quasi si ferma e intorno a me lo spazio immenso che persino io non ho più senso. Arrivi tu il mondo è acceso quello che era mio tu l’hai già preso non ci son più per me esitazioni ti chiedo solo se mi perdoni. Non mi saluti ti siedi e poi apri il giornale non guardi più me mi lasci sola così, perché? Io volo senza te. Io voglio vivere anche per me scoprire quel che c’è io voglio sono già diversa ma… Mi parli tu la mente torna il cuore mio quasi si ferma e intorno a me lo spazio è immenso che persino io non ho più senso. Mi parli tu il mondo è acceso quello che era mio tu l’hai già preso non ci son più per me esitazioni ti chiedo solo se mi perdoni.

Mi sei scoppiato dentro al cuore all’improvviso

Era solamente ieri sera io parlavo con gli amici scherzavamo tra di noi.

E tu e tu e tu tu sei arrivato m’hai guardato e allora tutto e’ cambiato per me.

Mi sei scoppiato dentro al cuore all’improvviso, all’improvviso, non so perché, non lo so perché, all’improvviso, all’improvviso, sarà perché mi hai guardato come nessuno mi ha guardato mai, mi sento viva all’improvviso per te. Ora io non ho capito ancora non so come può finire quello che succederà ma tu, ma tu, ma tu tu l’hai capito l’hai capito ho visto eri cambiato anche tu. Mi sei scoppiato dentro al cuore all’improvviso all’improvviso non so perché non lo so perché all’improvviso all’improvviso sarà perché mi hai guardato come nessuno mi ha guardato mai mi sento viva all’improvviso per te.

di Padre Maurizio Botta C.O.


Vangelo  Lc 19,1-10

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».



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Lunedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario

Audio Omelie

18 Novembre 2019

19 Novembre 2018

14 Novembre 2016

16 Novembre 2015


Vangelo  Lc 18,35-43

+ Dal Vangelo secondo Luca

Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

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Banchieri divini

Audio Omelie

19 Novembre 2017

Commento alle letture della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) di P. Maurizio Botta per la Radio Vaticana


Gesù sta parlando ai discepoli più intimi che gli si erano avvicinati chiedendogli spiegazioni sulle sue parole a proposito della fine del mondo. Gesù, con le tre parabole ascoltate in queste domeniche, ricordò l’importanza di dare a questa intimità offerta la gratitudine e l’attesa necessarie perché nella nostra vita con Dio non tutto è subito.

Il racconto odierno di Gesù è la spiegazione della frase che concludeva la parabola delle dieci vergini di una settimana fa.

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora. Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni…

Un contesto di attesa, di veglia, di perseveranza. Stringiamoci con amore, incoraggiamoci, diamoci la parola di speranza: Lui tornerà dal viaggio!

Il discepolo è uno che non ha solo ricevuto delle cose dal padrone, ma i suoi stessi beni. Le nostre vite biologiche sono di Dio. Sono la realtà molto buona che ci è stata donata. La mia vita mi è stata regalata come una madre che lascia un attimo il suo bambino in braccio alla vicina di casa. Gesù sente di dover ripetere a questi intimi, ai quali sta facendo in disparte il suo discorso, di vegliare operosi nei giorni di questa vita che ci sono regalati, perché forse leggeva nei loro cuori la tentazione di  attendere pigri. È il discorso fatto in disparte a quelli che se non sono loro di Cristo chi potrà dirsi cristiano? Il discepolo vicino e stretto, ben formato, che rischia di non attendere più, perché solo, dopo molto tempo il padrone di quei servi torna per regolare i conti.  Il discepolo intimo a Gesù non può vivere come gli altri che hanno paura e non aspettano nessuno. Il discepolo di Gesù passa dal necessario timor di Dio, che troviamo in tutte le letture, alla Gioia del Padre. Ci è offerto di essere coinvolti in una intimità sempre più grande, più abissale.

Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla Gioia del tuo padrone.

Dedizione è una bella parola. La preghiera Colletta della Messa di oggi ci ha ricordato che solo nella dedizione al Padre, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura. La felicità piena e duratura è per chi è dedito a Dio, per chi ha cura dei suoi doni. Per chi tratta il dono della propria vita come una realtà appartenente a Dio e che a Dio deve tornare moltiplicata.

Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò…

Cosa suscitò l’ascolto di questa parabola nei discepoli? Come le altre era stata costruita per suscitare un’istintiva indignazione verso quel servo che non aveva compiuto le azioni minime capaci di esprimere semplicemente la certezza che un giorno il padrone sarebbe tornato e che naturalmente i conti si sarebbero fatti e che una cifra così grande di denaro non si poteva lasciar svalutare senza essere colpevoli.

E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.

Il padrone  punisce il servo definito drammaticamente inutile, malvagio e pigro. Uno che ha sprecato il dono della vita. Perché a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha.

Cosa non ha il servo inutile (pietosamente snobbato dalla versione breve del Vangelo di oggi per non spaventarci)? Cosa gli ascoltatori capivano con evidenza che era mancato all’ultimo servo? La dedizione minima, il comportamento normale scontato per chi attenda veramente il ritorno di qualcuno che ti ha affidato un dono prezioso, ma che è nulla in confronto alla ricompensa finale promessa. Il viaggio sembra così lungo, il tempo della vita sembra così lungo che vivi senza dedizione, senza cura per i giorni e per le relazioni di amore che Dio vuole tra di noi. Vivi paralizzato da una paura per la morte che non basta. Dio non si attende paura. Si attende frutti. Chi è sterile spiritualmente perde tutto.  E sterile non è chi non fa bei pensieri su Dio, ma chi non ama nessuno. Chi non ama perde tutto.

Resta, allora, solo una domanda decisiva. Chi sono questi banchieri capaci di moltiplicare il nostro povero amore? Mi sembrano i sacramenti. Come il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo, come l’umile acqua dona la Vita Eterna, come due povere mani e una voce umana sciolgono dai peccati, così il nostro amore umano di una vita è l’offerta da mettere in gioco. È vero che le dotazioni iniziali di talenti nella vita sono diverse. È evidente che Dio dona misteriosamente i doni naturali nelle nostre vite in quantità differenti. Ma il biasimo nasce per l’assurdità di quel gesto di non affidare ai banchieri, ai sacramenti, il dono di questa vita perché sia moltiplicata dalla Potenza di Dio. Se offriamo a Dio il nostro amore bambino, Lui gli darà la misura del Suo. Un Amore finalmente capace di donare e di non afferrare. Di dare tutto senza chiedere nulla in cambio.

di Padre Maurizio Botta C.O.

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Sabato della XXXII settimana del Tempo Ordinario

Audio Omelie

16 Novembre 2019

17 Novembre 2018 (commento alla canzone di Vasco Rossi La verità)

18 Novembre 2017

14 Novembre 2015


Vangelo  Lc 18,1-8

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».


Un testo a commento del Vangelo di oggi sulla perseveranza nella preghiera.

Un’anima che continua nell’orazione è persa per il “demonio” poiché l’orazione non è altra cosa che la consegna deliberata di noi stessi nelle mani di Dio, stabilendoci interamente nella vita divina, essa ci mette al riparo dai nostri nemici. Una grande legge spirituale è che il demonio si attacca molto più alla nostra vita di preghiera che alle nostre virtù. Quando la relazione con Dio è ben viva in noi, i peccati, desolandoci completamente, divengono motivi supplementari di confidenza; sottolineando la nostra incapacità ad essere santi da noi stessi, la caduta ci invita ad immergerci nella “sorgente inesauribile della misericordia”. Aspettare di non averne più bisogno per cominciare a berne è in ogni caso condannarsi a morire di sete. Il peccato non è mai tanto grande quanto l’amore di Dio: ecco perché la vita cristiana si riassume nell’abbandonarsi a Lui, ancora e ancora, qualunque cosa accada.

Padre Max Huot de Longchamp da Semi di Contemplazione n°11 Dicembre 2000

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