22 Dicembre – O Rex gentium

Ascolta l’antifona O Rex gentium

O Rex gentium et desideratus earum,  lapisque angularis,  qui facis utraque unum: veni et salva hominem, quem de limo formasti

Desiderio

Dalla particella intensiva de e siderare che ha il senso di fissare attentamente le stelle.

Il desiderato di tutte le genti. È solo la persona di Gesù che può placare il desiderio stellare di ogni cuore umano.

Limo

 Deposito di terra e di avanzi organici. Fango.

L’uomo il più grande disadattato.

Pascal e i suoi pensieri. L’uomo come canna pensante. I pensieri di questo limo, ma che è figlio delle stelle. Come nobile decaduto …

io lo so che non sono solo anche quando sono solo

io lo so che non sono solo e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango

Noi siamo figli delle stelle figli della notte che ci gira intorno

noi siamo figli delle stelle non ci fermeremo mai per niente al mondo.

noi siamo figli delle stelle senza storia senza età eroi di un sogno

noi stanotte figli delle stelle ci incontriamo per poi perderci nel tempo

1Timoteo 2,5 Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù …

Pietra angolare

I due popoli che diventano uno. Il popolo eletto e i goim le genti tutti gli altri.

La natura divina donata.

Fango e figli delle stelle? L’unico che può unificare adattare il paradosso…

Solidificare i nostri desideri. Solidificatore di desideri immensi, ma dal fango.


L’essere umano è l’animale che si meraviglia di esistere.

Siamo delle scimmie evolute, dei primati giunti al culmine della perfezione?

Dubito che sia così. Perché il culmine della perfezione per il primate sta nell’agilità suprema con la quale spostarsi dal ramo o nella facilità assoluta di procurarsi delle banane. Essa non sta in questa capacità di meravigliarsi, in questa facoltà che vi lascia gli occhi sgranati, stupefatti, indifesi di fronte alla vertigine di essere vivi. Essa non sta in questa inclinazione alla contemplazione che, ad esempio, vi fa provare una tale meraviglia di fronte al manto striato della tigre che vi dimenticate di proteggervi contro i suoi graffi.

Alcuni dicono che l’affermazione dell’uomo, nel corso dell’evoluzione, sarebbe dovuta alla sua maggiore capacità di adattarsi al mondo. Eppure l’uomo sembra, al tempo stesso, un grande disadattato: invece di vivere pacificamente secondo l’istinto, cerca un senso, decifra il mondo come se fosse una foresta di simboli, desidera un al di là, un al di là non necessariamente come un altro mondo, ma come un modo di penetrare nel segreto di questo mondo, di intenderlo nel suo mistero, di bere alla sua fonte.

Non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa io stesso. Sono in un’ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che dico, che medita sopra di tutto e sopra se stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell’universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di questa immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po’ di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l’eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un’ombra che dura un’istante, e scompare poi per sempre. Tutto quel che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto, questa stessa morte, che non posso evitare. (n. 194, 1994)

Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell’eternità che precede e che segue il piccolo spazio che occupo e che vedo inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che m’ignorano, mi spavento, e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non c’è ragione che sia qui piuttosto che là, adesso piuttosto che allora. (n. 205, 1994)

L’uomo è solo una canna, la piú fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre piú nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla. Tutta la nostra dignità sta, dunque, nel pensiero. In esso dobbiam cercare la ragione di elevarci, e non nello spazio e nella durata, che non potremmo riempire. Lavoriamo, quindi, a ben pensare: ecco il principio della morale.

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